DETTO TRA NOI
di Antonella biglietto
Voi conoscete già Antonella Biglietto che da due anni ci apre una finestra sulla società italiana e i suoi costumi.
Partita da Napoli, passata da Milano e approdata in Francia, ha imparato nel frattempo a guardare con occhio critico, ma sempre innamorato, la sua terra d’origine.
In questa nuova rubrica, “Detto tra noi”, vi farà condividere il suo duplice sguardo verso l’Italia e vi parlerà in tutta sincerità di questo nostro splendido e complicato Paese.
Un modo come un altro per “spettegolare” intelligentemente sugli italiani, sulle loro mille risorse e sulle loro tante manie.
English mania
È fatta, gli Stati Uniti d’America hanno scelto il loro nuovo presidente: Barack Obama, nuovo simbolo del grande mito ame-ricano.
I media italiani, come quelli di tutto il mondo del resto, ne hanno seguito l’elezione con un’attenzione senza precedenti.
Quale occasione migliore, infatti, per alimentare la fame insaziabile che gli italiani hanno da tempo per il Made in U.S.A.?
È almeno dagli anni ’50 che tutto ciò che è anglosassone detta legge nella nostra penisola: dalle manie delle celebrità del cinema, alla musica, allo sport… fino al linguaggio!
Avete mai notato con quale facilità gli italiani, popolo spesso ostile all’apprendimento delle lingue, riempiono i loro discorsi di vocaboli inglesi?
Passi per il mondo dell’azienda, dove forse parlare di target cui destinare il bud-get in attesa di incontrare lo sponsor per la scelta del testimonial, può far crescere le cifre d’affari.
Passi anche per il mondo dell’informatica, con tutti i rischi di perdere un file a causa del download di un nuovo software che ha attivato lo screen-saver e messo il computer in stand-by.
Ma il punto è un altro, è che in Italia buttare una parola straniera qua e là…“fa figo”! Un po’ per una questione di moda e tendenze, un po’ perché, diciamocelo, il vocabolo straniero solleva gli standard del discorso, siamo tutti vittime della “English mania”.
In effetti, dire di andare a fare shopping all’outlet, suona meglio di “fare la spesa allo spaccio aziendale”, sorseggiare un cocktail all’happy hour, è più elegante di “bere un bicchiere per l’aperitivo”, concedersi un break, è meno grave di “prendersi una pausa”.
Confesso, anche io cedo spesso a questa passione esterofila, ma per ragioni di pura efficienza linguistica.
Ad esempio, come dire a qualcuno di fare lo spelling del suo nome senza avere una frase italiana per farlo?
Come poter cliccare un oggetto sul desktop del proprio pc, in altro modo che cliccandolo?
È che noi, una legge Toubon per proteggere la lingua italiana dall’invasione dell’inglese non potremmo mai averla, sarebbe come togliere un po’ di co-lore alle nostre vivaci chiacchierate.
In più, non siamo fissati solo con l’inglese, ma lasciamo spazio a tutte le lingue e, a ciascuna, attribuiamo una funzione specifica.
L’inglese per la rapidità, lo spagnolo per la pronuncia suadente, utile in alcune contrattazioni amorose, il francese… per alleggerire certe espressioni un po’ scomode.
Voglio dire, una gaffe è più elegante di una figuraccia e le toilette, più dignitose dei semplici bagni, una défaillance, poi, quella la si perdona a chiunque...
Chissà che, una volta tanto, non saremo proprio noi gli innovatori, promotori di quell’“europese” che i commissari europei fanno spesso fatica a parlare.
A.B.