Fabrizio De André una storia vera
di Franz Di Cioccio - foto Guido Harari
Trent’anni dopo, Franz Di Cioccio, leader del gruppo musicale la Premiata Forneria Marconi, più conosciuta come la Pfm, ricorda lo storico tour con Fabrizio De André di cui ricorre il decimo anniversario dalla morte.
Lo fa con un libro «Evaporati in una nuvola rock» presso l’editore Chiarelettere ricco delle foto inedite di Guido Harari, curatore con lui del libro.
E lo fa con quest’articolo per RADICI, dove spiega come convinse, a tavola, «il Poeta a diventare Pirata», ossia il cantautore a suonare insieme ad una band rock.
In quegli anni, l’abbraccio fra poesia e rock era un concetto nuovo, visto con diffidenza dagli estimatori di De André e dai nostri (due tifoserie che non si amavano). Noi, dal palco, percepivamo la tensione.
In realtà il pubblico era già con noi, anche se ancora non lo sapeva. In quella specie di viaggio c’era molto di più delle canzoni. C’erano i sogni, gli applausi di tanti e le contestazioni di pochi.
C’erano i borghesi e gli anarchici, i fricchettoni e gli impiegati, gli incazzati e i timidi, tutti sotto il palco a specchiarsi. Insieme, il Cantautore e la Band mischiavano le carte della scena italiana.
Facciamo un passo indietro, al momento in cui il caso decise di intervenire nei nostri destini. La scintilla scoccò in Sardegna. Nell’estate del ’78, a Nuoro, Fabrizio era seduto tra il pubblico, mentre noi eravamo sul palco a macinare rock.
Vedendoci in concerto gli scattò il desiderio di ritrovarsi in un gruppo, con la voglia di condividere umori, idee, musica, risate e cazzate.
Conosceva bene quella sensazione del tutto simile allo spirito antiborghese che lo aveva legato agli amici genovesi di un tempo (NdR: la famosa scuola ge-novese di autori-compositori, tra cui Gino Paoli, Bruno Lauzi e Luigi Tenco).
Trasferirsi in Sardegna a fare l’allevatore era stata per Fabrizio De André l’ultima delle sfide, dei suoi cambi di orizzonte. Aveva rinnovato il suo amore per la natura e rafforzato la scelta di circondarsi solo dell’essenziale.
Forse vo-leva smettere di fare il cantautore. L’idea del tour mi arriva a bruciapelo davanti a una tavola imbandita a casa sua, il giorno dopo il nostro concerto.
Butto lì, tra l’insalata di funghi scelti preparata da lui e una bottiglia di Vermentino, come sarebbe bello fare una tournée insieme: rock e poesia sul palco.
Non è un’azzardo, ce l’ho dentro da un po’ questa follia. Già l’abbozzo di alcune cose fatte in modo estemporaneo, suonando con le forchette sulle stoviglie, insieme a una chitarra, lo intriga.
Ma andare in tour è una cosa inimaginabile: lo spaventa e lo affascina come una sfida.
Lui la racconta così: «L’idea di un tour con un gruppo rock sulle prime mi spaventò, ma il rischio ha il suo fascino, forse in una vita precedente sono stato un pirata.
Una parte di me mi diceva di accettare proprio per i rischi: poteva essere una grande avventura».
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