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Rocco Femia

“Galantuomini” di Edoardo Winspeare

a cura della redazione

Il Salento prima della Sacra corona unita. E prima della crisi di valori che sta colpendo anche questa zona del Sud.


l recente Festival di Roma è stato il film più applaudito. È recentemente uscito in una novantina di sale, sparse lungo la Penisola. E merita di essere visto. Galantuomini di Edoardo Winspeare è la conferma che il nuovo cinema italiano è vivo e lascia ben sperare per il futuro. La dimostrazione che gli exploit a Cannes, di Matteo Garrone con Gomorra e di Paolo Sorrentino con Il divo, non sono solo episodi fortunati.
I giovani registi di qualche anno fa son cresciuti tecnicamente, maturati umanamente e hanno voglia di raccontare l’Italia di oggi. Quella vera.

«Tutta la mia storia, il mio impegno, il mio fare cinema nascono dall’enorme passione che io nutro per la mia terra», ha detto in una recente intervista con aria timida Winspeare, 43 anni, famiglia di remote origini inglesi (ecco spiegato il cognome), ma radici profondamente piantate nel Salento, in Puglia. Vive e lavora a Depressa di Tricase, nel Leccese.
La sua ambizione è sempre stata quella di raccontare sentimenti universali, partendo da una vicenda locale. A tal punto che i suoi film precedenti erano tutti parlati in dialetto pugliese e anche Galantuomini propone sequenze sottotitolate in italiano...

Non lo fa per vezzo snob. È la storia che racconta che impone certe scelte. Pizzicata, il lungometraggio che lo ha fatto conoscere anche all’estero, era la riscoperta di una danza, la “pizzica”, che raccoglie umori e tradizioni popolari. Sangue vivo, primo film italiano ad essere invitato da Robert Redford al Sundance Film Festival, era la storia di un gruppo musicale pugliese.
E la vicenda de Il miracolo si svolgeva a Taranto.
Ma Winspeare non ha nessuna voglia di farsi rinchiudere in un’etichetta, tipo “cinema folclorico”. Racconta semplicemente ciò che sa. Con Galantuomini torna nel Salento, ma stavolta prevalgono su tutto i personaggi.

Sono molti ad aver paragonato Galantuomini con Gomorra o con La piovra. Ma se è vero che lo sfondo della storia è quello della criminalità organizzata, è pure vero che la « Sacra corona unita » (l’organizzazione criminale presente in Puglia) oggi è pressoché sgominata. Al contrario, purtroppo, di Mafia, Camorra e ’Ndrangheta.

Forse, perché il fenomeno della criminalità organizzata in Puglia è stato importato. Per resistere alla concorrenza di calabresi e napoletani, specie nei traffici di armi e droga apertisi col Montenegro, dopo la caduta della ex Jugoslavia, un criminale pugliese decise di ergersi a boss, mettendo in piedi una nuova organizzazione.
Nella storia millenaria di questa regione non era mai accaduto. E senza radici nel territorio, il fenomeno, per fortuna, è stato spazzato via dalla decisa reazione dello Stato.

Ma allora perché raccontarlo? Giustamente perché Galantuomini è la reazione personale di Winspeare a quanto è successo. È la reazione di un figlio di questa terra nel leggere sui giornali nomi e cognomi leccesi, legati a fatti di droga e di sangue.
Oggi, la Puglia, assieme alla Lucania, è libera da infiltrazioni mafiose. Però, l’allucinante esplosione di violenza, tra gli anni ’70 e ’90, ha fatto perdere a questa terra la sua innocenza. Da isola felice qual era, è stata contaminata, è cambiata.
E Winspeare la racconta attraverso una storia d’amore impossibile, che comincia alla fine degli anni ’60.

I sentimenti più forti, più duraturi, sono quelli che sbocciano nell’infanzia. Ed è un misto di amicizia, complicità, amore innocente, che lega Lucia, Ignazio e Fabio, ragazzi salentini che giocano e faticano tra pomodori secchi e foglie di tabacco stese al sole.
Venticinque anni dopo, quando Ignazio torna in paese da stimato magistrato, incaricato di stroncare la crescente ondata di criminalità, tutto è cambiato.
Fabio, debole e smarrito, è vittima della droga.
Lucia, una giovane madre senza più marito (il delinquente Infantino), si finge rappresentante di profumi, ma in realtà è il braccio destro del boss Carmine Zà.
Il conflitto tra crimine e sentimenti, tra ciò che è e ciò che poteva essere, sarà devastante.

Avvincente come un thriller, emozionante come un mélo, Galantuomini è un film aspro. Pretende maturità.
Ma si regge sulle splendide prove di Donatella Finocchiaro (premiata al Festival Internazionale del Film di Roma con il Marc’Aurelio per la migliore attrice), Fabrizio Gifuni (sempre più bravo, protagonista ultimamente su Raiuno dello sceneggiato su Paolo VI) e Giuseppe Fiorello1 (negli insoliti panni del vero malvagio).
«Nessuno è pulito, nessuno è davvero libero, specie nel nostro Paese», ha recentemente affermato Winspeare.
«Mi interessava raccontare il dramma di un uomo che crede nella giustizia, ma mette in discussione tutto davanti alla passione per una donna, di cui è innamorato da sempre.
Volevo esplorare il confine tra i codici scritti e quelli morali, i contrasti interiori tra la legge del cuore e quella degli uomini».
In verità Wenspeare ha scoperto una verità lampante:
«Gli uomini fanno scena, ma chi comanda davvero da noi sono le donne. Nel bene e nel male».
In questo senso Donatella Finocchiaro con il suo volto, la sua bellezza, esprime qualcosa di arcaico, che comunica a chi guarda tutto il dramma del Sud.

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