Revue d'actualité, culture et civilisation italiennes

 
 
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Rocco Femia

Integrazione e/o diversità

VERA ARAUJO
Sociologa brasiliana, in Italia da ormai più di 40 anni.

i questi tempi in Italia la parola integrazione compare spesso nei diversi ambiti dei programmi del governo: dalla scuola al lavoro, dalla sicurezza alla coesione nazionale. E non sempre si utilizza questo termine con gli stessi significati e si manifestano chiaramente e pubblicamente i suoi contenuti.
C’è però una specie di intuizione generalizzata per cui integrazione vuol dire che gli immigrati devono, più o meno liberamente, assimilare lingua, cultura, usi e costumi, ordinamento giuridico, della società che li accoglie.
Solo così, si pensa, può essere assicurata una convivenza ordinata. Detto così può essere per i più non solo qualcosa di accettabile ma di auspicabile.
E invece tutto ciò nasconde anche rischi e pericoli.
Il riconoscimento delle diversità culturali come ricchezza richiede un tipo di rapporto con gli immigrati che è innervato dalla interazione per arrivare ad una integrazione consenziente, partecipata, condivisa. Lo straniero che arriva in patria altrui è il primo interessato a conoscere la lingua, la cultura, le leggi e gli usi della società che lo accoglie.
Ma non è un oggetto, è un soggetto con il suo bagaglio umano socio-culturale-religioso; attivo, dunque, e non passivo. Ed è in questa sana dialettica tra integrazione e diversità, tra integrazione e pluralismo che si gioca davvero la possibilità di una società cosmopolita, creativa e armoniosa.
Questa dialettica si avvale dello strumento del dialogo che reclama valori culturali e spirituali quali il rispetto, il riconoscimento, la solidarietà, la fraternità.
Un dialogo che si esercita nel tessuto vivo della società per arrivare alle leggi e ai decreti, alle decisioni della politica. Non è certo con misure che accentuano la differenza di razza o con l’invito rivolto ai medici a denunciare i clandestini che si costruisce l’unità del paese. Non è certo con le ronde di cittadini in cerca della vittima da sacrificare che l’Italia costruirà il suo pluralismo peraltro inevitabile. Evitiamo di ricreare una sorta di colonialismo moderno, forse più legale e con obiettivi apparentemente positivi ma, pur sempre colonialismo, dove si nascondono paure, desiderio di prevaricazione e di sfruttamento.
A proposito, mi permetto una divagazione storica.
Quando gli europei dei secoli XV-XVI arrivarono in America trovarono una società indigena che contava milioni di persone con una propria cultura, una propria visione del mondo e dei rapporti sociali. Chissà perché essi non si integrarono nella realtà dove arrivarono, ma imposero con la forza delle armi e con il saccheggio delle risorse il loro modo di essere, la loro cultura. Tanti libri di storia ancora dicono: “Hanno portato la civiltà”. Oggi tutto ciò è stato smascherato, nel ricordo dello sterminio di tanti popoli. Nel mio paese (il Brasile) si dice: “La storia non insegna niente, la vita sì”.


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"Adda passà ‘a nuttata".

Editalie Sarl © 2008 - Tous droits réservés

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