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Rocco Femia

Piero Grasso:
«Mafia e politica, la logica è la stessa»

di Claudia Fusani

RADICI è lieta di pubblicare un’intervista al Procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso. Uno sguardo acuto e autorevole sulla corruzione che dilaga nel paese e sui mezzi a disposizione per contrastarla.

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso non è sorpreso per la fotografia che sta emergendo dalle inchieste che hanno coinvolto le giunte di Napoli, di Pescara, di Firenze e gli amministratori locali di Potenza. “L’Italia dei favori”, per chi si occupa di mafia, è pane quotidiano. Grasso confida: «Spesso, direi sempre, nelle indagini di mafia abbiamo trovato un sistema clientelare basato sulle intermediazioni, “tu hai bisogno - io ti prometto - tu mi dai in cambio qualcosa”. La moneta di scambio più usata è il voto ma l’intermediazione può riguardare molte altre cose, dagli appalti al posto di lavoro, dalla nomina e all’incarico».

 

Le ultime inchieste, pur non avendo a che fare con la mafia, ci raccontano un sistema antico e conosciuto? Piero Grasso: Purtroppo è il legame di sempre tra chi ha il potere e lo gestisce e chi ha bisogno di qualcosa. È un meccanismo che dal sistema mafioso si è esteso, come metodo, nella sfera politica. C’è un parallelismo tra sistema mafioso e sistema politico e riguarda il metodo clientelare. Prendiamo i concorsi pubblici: oggi non c’è un candidato a un concorso pubblico convinto di poter avere il posto o l’incarico, che magari si merita, senza dover prima ricercare una spinta. Giuseppe Guttadauro, stimato medico e boss di Brancaccio, pluricondannato, decideva nel salotto di casa sua quale medico dovesse ricoprire un determinato incarico in un certo ospedale. Lo stesso fa il politico.

La politica, come la mafia, cerca di conquistare il consenso sulla base di un sistema di favori? È così. Oggi l’imprenditore stimato, il politico influente fanno parte di una rete di amicizie strumentali a cui si cerca di connettersi in mancanza di altre reti basate su valori come onesta, affidabilità, merito, professionalità. Tutto si risolve nella microfisica dei rapporti interpersonali. È lì che si prendono decisioni, si fanno affari, si veicolano capitali, si utilizzano conoscenze. Questo insieme reticolare ha una vischiosità e una forza di inerzia per cui chi non è dentro si ritrova esposto alla perdita di benefici. La scelta è restare fuori, da tutto, o entrare nel club. Questo sistema, allargandosi a macchia d’olio, ha creato la convinzione che le pratiche clientelari producano occupazione. Ormai è una regola di comportamento a cui tutti si attengono. Gli animali occupano il territorio. Mafia e politica adottano la stessa logica: occupare il territorio in vista del consenso.

 

Procuratore, analisi gravissima. È quanto ci raccontano le indagini. Il problema è che tutto questo è diventato normale, una prassi, come se andasse bene a tutti. Ricordo il caso di Vincenzo Lo Giudice [NdR: deputato della regione Sicilia e dal 2001 al 2004 deputato dell’Udc, condannato nel febbraio 2008 in primo grado per associazione mafiosa, corruzione, turbativa d’asta], portatore di ben 40 mila voti e per questo conteso prima a destra e poi a sinistra. Allora dissi che finché la politica resta cieca di fronte a questi casi, sarà difficile uscire da ambiguità e collusioni. Mi fu risposto che quei voti

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