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Radici d'Italia: Spaghetti
 

» Italiano, una lingua in movimento
Par Susanna Capalbo

« Gli Istituti di Cultura all’estero, e tutti gli enti che curano e diffondono la lingua e la cultura italiana, devono occuparsi di tutto, dagli spaghetti a Umberto Eco », osservava tempo fa il linguista Tullio De Mauro. Ogni lingua ha, nel mondo, i propri temi privilegiati ed è legata a particolari simboli ricorrenti. L’italiano evidentemente oltre a toccare, come da tradizione, il sentimento e la passione, passa anche per la pancia e la mente. I bilanci di questi ultimi due anni hanno fatto scoprire che all’estero l’italiano ‘tira’ sempre di più: i 93 Istituti di Cultura, le 97 scuole italiane, le 412 sedi estere della Società Dante Alighieri sparsi in tutto il globo, senza contare le migliaia di corsi impartiti dalle varie Associazioni italiane all’estero, lavorano a ritmi sempre più serrati per organizzare corsi che soddisfino le esigenze d’apprendimento degli stranieri. Più del 30 per cento è interessato all’italiano per motivi culturali, il 25 per cento lo lega a passioni personali (dal partner alle origini familiari) e il 23 per cento lo sceglie per lavoro (rapporti con ditte italiane, maggiori possibilità di carriera o speranza di poter trovare un impiego in Italia). In Giappone per esempio l’italiano impazza, in Australia lo si impara sempre più.
Ma al di là dei dati, oltre al numero degli studenti e dei corsi organizzati viene la curiosità di scoprire con quali parole l’Italia si faccia ricordare, evochi sé e il proprio mondo nelle diverse lingue. Quali sono i termini che più l’Italia ha diffuso e diffonde sulle labbra degli stranieri ? « Spaghetti » e « maccheroni », si sa, sono parole comprese in quasi tutto il mondo: e, ammettiamolo pure, agli italiani a volte questo ruolo sta un pochino stretto, si dicono e si sentono stanchi di essere sempre identificati con delle varietà di pasta. Eppure è inevitabile, perché il processo, assolutamente radicato nella cultura europea, è davvero antico: il termine « maccheroni » si è diffuso in francese, tedesco, inglese e spagnolo a partire dall’inizio del Cinquecento. Così anche per la « mortadella », che compare fuori dall’Italia già nel 1505. Il « risotto » viaggia invece oltralpe a partire dal 1800. Del resto, se si parla di cibo, anche i dialetti italiani riescono a uscire dai confini: quello che in francese è artichaut, proviene in effetti dal dialetto dell’Italia Settentrionale ‘articiocco’, dove evidentemente era molto coltivato (attenzione, però, perché ora in Italia si dice « carciofo »). Alla fine del Settecento i sedani, a Roma, si chiamavano ‘sélleri’ e così sono passati per esempio nella lingua tedesca. Certo, anche le parole nell’ambito musicale ricordano direttamente l’Italia: « madrigale » fa parte della lingua francese fin dal 1580, « fuga » dal 1600, « pianoforte » dalla metà del Settecento, per non parlare di « opera », internazionalissimo vocabolo italiano, che in Francia arriva, pare, nel 1650.

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