» Andrea Camilleri (1925-vivente)
Par Cristina Noacco
Nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel
1925, Andrea Camilleri vive da anni a Roma. Regista, autore
teatrale e televisivo, ha scritto alcuni saggi sullo spettacolo
e fin dal 1949 ha legato il suo nome ad alcune fra le
più note produzioni poliziesche della TV italiana,
come i telefilm del Tenente Sheridan e del Commissario
Maigret e a diverse messe in scena di opere teatrali,
ispirate alla produzione di Pirandello. Col passare degli
anni ha affiancato a questa attività quella di
scrittore. Ha esordito nel 1978 con Il corso delle cose,
mentre nel 1980 ha pubblicato Un filo di fumo, primo di
una serie di romanzi ambientati nell’immaginaria
cittadina siciliana di Vigàta, a cavallo fra la
fine dell’ ’800 e l’inizio del ‘900
(come, ad esempio, Il Birraio di Preston, del 1995 e La
concessione del telefono, del 1999). Sempre a Vigàta,
ma al tempo odierno, sono ambientate le inchieste giudiziarie
e le vicende umane del Commissario Montalbano, un uomo
ricco di sfumature e di contraddizioni, specchio della
sua isola e attento interprete delle azioni dei suoi abitanti.
La narrazione di Camilleri, portato al successo editoriale
e televisivo da tali opere, è arricchita da una
scelta linguistica interessante: quella di mescolare all’italiano
letterario termini ed espressioni in dialetto siciliano.
Tra i numerosi titoli della sua ormai vasta bibliografia
ricordiamo La forma dell’acqua (1994), Il ladro
di merendine (1996), La voce del violino (1997), Gli arancini
di Montalbano (1999), La gita a Tindari (2000), Il re
di Girgenti (2001) e L’odore della notte (2001),
tutti editi dalla casa editrice palermitana Sellerio.
Il re di Girgenti è stato oggetto di una traduzione
sperimentale che vede adattato il siciliano dei personaggi
al dialetto lionese. (Le roi Zosimo, Paris, Le livre de
poche, 2005,1ère éd. Fayard, 2003).
Il testo, dal libro
La luna di carta (2005)
Palermo, Selerio editore
Lui si autoarrisbigliava, volutamente,
con un certo anticipo, minimo minimo una decina di minuti.
Erano i meglio deci minuti della jornata che l’aspittava.
Ah, quant’era bello starsene stinnichiato sutta
le linzola a pinsari minchiate! Questo libro che tutti
dicono un capolavoro me l’accatto o no? Oggi vado
a mangiare in trattoria o torno a Marinella e mi sbafo
quello che m’ha priparato Adelina? Glielo dico o
non glielo dico a Livia che il paro di scarpe che m’ha
arrigalato non me lo posso mittiri pirchì mi stanno
stritte? Ecco, cose accussì. Tambasiate col pensiero.
Evitanno però accuratamente di farisi comparire
nellamente qualichi cosa che arriguardasse sesso e femmine:
quello potiva addivintari, a quell’ora, tirreno
periglioso da esplorare, a meno che non c’era Livia
che dormiva allato a lui e che sarebbe stata ben contenta
d’affrontarne le conseguenze.
Una mattina di un anno avanti le cose però erano
cangiate di colpo. Aviva appena rapruto l’occhi,
calcolanno che potiva dedicare un quarto d’ora scarso
alle tambasiate mentali, quanno un pinsiro improvviso
gli passò per la testa, non un pinsero completo,
ma un principio di pensero, un pinsero che accomenzava
con queste ‘ntifiche parole:
«Quanno viene il jorno della tò morti…».
E che ci tradiva questo pinsero in mezzo agli altri? Era
una vigliaccata! Era come se uno, mentre faciva all’amuri,
s’arricordava di botto che non aviva pagato la bolletta
del telefono. Non è che l’idea della morte
lo scantava in modo particolare, ma la mattina alle sei
e mezza non era il posto so, se uno accomenzava a ragiunari
della propria morte alle sett’albe, sicuro che alle
cinco di doppopranzo o si sparava o si ittava in mare
con una màzzara in collo. […]
E quindi, la sveglia. Per non lassari a quel dannato pinsero
la minima crepa temporale dintra la quale infilarsi.
Chiave di lettura
Il personaggio di Salvo Montalbano
non riveste solo il ruolo narrativo di commissario alle
prese con le inchieste più difficili e fantasiose
: prima di tutto egli è un uomo, ossessionato dalla
propria lucida coscienza della realtà. Così,
l’acuto ed infallibile investigatore è presentato,
al momento del risveglio mattutino, come un fragile prigioniero
dell’idea della morte, come a dire che nessuno,
per quanto grande possa essere il ruolo della ragione
e dell’intelligenza nella vita di un uomo, può
sfuggire al terrore della fine. L’uso del dialetto
siciliano rafforza l’idea di penetrazione psicologica
del personaggio, che pensa come parla attraverso la penna
dell’autore, mentre il trillo della sveglia si trasforma
in rumore salvifico che strappa la mente alle sue paure
per richiamare l’uomo all’urgenza del proprio
compito esistenziale.