» Portogruaro:
l’avamposto del Doge
Par Alessio Alessandrini
Dal nome “Gruaro”
(campo alluvionale) allo stormo di gru nel cielo medievale,
passando per la gloria passata dei traffici fra Austria
e Venezia, la città di Portograuro guarda al futuro
grazie anche al recente titolo di “Città
d’Arte”.
Da pochi giorni Portogruaro può
fregiarsi del prestigioso titolo di “Città
d’arte”. Non lo è certo da oggi. Ma
oggi ne ha ricevuto la patente ufficiale da parte della
Provincia di Venezia.
Capoluogo di un territorio che comprende altri dieci Comuni
e che costituisce la parte più orientale della
Regione del Veneto, quasi un enclave nel Friuli tra i
fiumi Livenza e Tagliamento, un territorio altrimenti
illustre per i vini di Lison e Pramaggiore e per le spiagge
di Caorle e di Bilione, di squisitamente “suo”
Portogruaro mette la calda venezianità del suo
centro storico ricco, ospitale e per molti versi sorprendente.
Per tutti coloro che ci arrivano per la prima volta costituisce
una vera e propria scoperta. Difficile dire tra le tante
individualità, tra le molteplici architetture,
tra le curiosità disseminate in tutti gli angoli,
tra qualche perdonabile eccentricità, quale sia
la più tipica, la più raccomandabile, la
più esclusiva, la più “portogruarese”.
Basterebbero le grandi e piccole palme del “liston”,
la passeggiata centrale, e le file serrate dei portici
che ne accompagnano le fughe in prospettiva, a fare di
Portogruaro la più mediterranea delle cittadine
continentali e la più europea delle cittadine mediterranee.
Un po’ come essere al tempo stesso a Spalato e a
Berna. Di certo comunque è la più veneziana
delle cittadine venete. Di “venezie” in giro
per il mondo ce ne sono tante: “venezie” del
nord; “venezie” d’oriente; per non dire
della Venezia ricostruita con dubbio gusto (e senza pagare
alcuna royalty a quella originale) nel bel mezzo delle
case da gioco di Las Vegas…. Dovunque vi siano acque
e canali è pronto il nomignolo di “Piccola
Venezia”. Ebbene a Portogruaro grand’acqua
non c’è. Il fiume Lemene che l’attraversa
si fa spettacolare protagonista solo tra gli antichi molini
di via Roma e dietro il municipio. Di gondole neanche
parlarne. Eppure vi circola una venezianità più
intima ed autentica: la si respira nell’aria; la
si legge sulle ricamate trifore dei palazzi ; la si incontra
per via nella parlata dei suoi abitanti, così aristocraticamente
distante dal ruvido friulano del contado circostante.
Non a caso, quando vi giunse nel 1420 la Serenissima Repubblica
con i suoi alati leoni di pietra, non fu una vera e propria
occupazione militare. Anzi il Doge vi entrò da
vecchi amico più che da conquistatore. Già
da molto tempo infatti la prosperità del libero
Comune era affidata ai traffici mercantili con Venezia.
La città aveva un porto fluviale che poi sarebbe
diventato più importante ancora con la costruzione
dell’animato “fontego”. I guadagni di
quei commerci che sfruttavano l’esclusiva concessa
dalla serenissima consentirono a Portogruaro di dotarsi
di quasi tutto quello che oggi la fa essere Città
d’arte. I vecchi ponti in legno sul Lemene vennero
sostituito da ponti in pietra prima ancora che lo facesse
Venezia: ne è testimone un famoso quadro di Carpaccio
che ritrae nello stesso periodo il ponte di Rialto ancora
completamente di legno… Il gotico palazzo comunale
a merli ghibellini venne ingrandito, assumendo l’inconfondibile
aspetto attuale. Le chiese si andarono arricchendo di
dipinti commissionati direttamente ai maestri del capoluogo
lagunate: da Cima da Conegliano (oggi alla National Gallery
di Londra), a Palma il Giovane a Leandro Bassano. Le due
vie parallele al fiume andarono rivaleggiando in gotico
e rinascimentale, in capitelli bizantini e in bassorilievi
romani, recuperati nella vicina Iulia Concordia di romana
memoria ed incastonati nei muri dei nuovi palazzi. Insomma
a questo punto nessun cantore di questa città può
sottrarsi alla scontata citazione dello scrittore ottocentesco
Ippolito Nievo, che nelle sue “Confessioni di un
Italiano” osserva che “Portogruaro non era
l’ultima tra le piccole città di terraferma
nelle quali il tipo della Serenissima Dominante era copiato
e ricalcato con ogni possibile fedeltà. Le case,
grandi e spaziose col triplice finestrone in mezzo, si
allineavano ai due lati delle contrade, in maniera che
soltanto l’acqua mancava per completare la somiglianza
con Venezia”.
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