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Radici d'Italia: Kpolo Zoro

» Fai goal all razzismo
Par Maurizio Targa
Trop souvent, les terrains de football italiens servent de tribune pour une certaine catégorie de supporters venus crier leur haine envers les joueurs de couleur. Les réactions sont nombreuses pour endiguer ces manifestations racistes si loin de l’esprit du sport et aussi dangereuses pour le foot que pour la société elle-même.

Domenica 27 novembre 2005, stadio “Celeste” di Messina. E’ il 21 minuto del secondo tempo quando i ventimila spettatori che stanno assistendo alla partita dell’Inter con la squadra locale si trovano di fronte ad una scena davvero poco frequente sui campi di calcio. Il difensore messinese Marc Zoro Kpolo, forte terzino nazionale della Costa d’Avorio, prende il pallone e dice basta. Basta, non si gioca più. Esasperato dai continui fischi e ululati razzisti che gli piovono dal settore occupato dai sostenitori avversari, scoppia in lacrime e chiede all’arbitro di interrompere la partita. Tentano di calmarlo i giocatori dell’Inter Adriano e Martins, ma Zoro insiste con l’arbitro: bisogna fermare la partita. Il signor Trefoloni però non può farlo: l’ultimo decreto del Ministero dell’Interno stabilisce infatti che di interrompere la gara in caso di intemperanze razziali ha facoltà solo il responsabile dell’ordine pubblico, il questore o chi per lui. Zoro, responsabilmente, accetta allora di riprendere il gioco, la partita termina ma l’arbitro alla fine della gara non scriverà nulla sul referto, intendendo quei “buu” di scherno semplicemente dei tentativi di innervosire un giocatore avversario. Il gesto di Zoro, però, esplode con clamore su tutti i media italiani, giornali e televisioni non parlano d’altro. La Federazione Italiana Gioco Calcio esprimerà solidarietà al giocatore messinese, disponendo l’inizio delle partite, la domenica successiva, con 5 minuti di ritardo. Improvvisamente tutti si accorgono del problema, che in realtà ha radici ben più profonde e complesse. E’ la punta di un iceberg, la febbre di una malattia molto più grave che sta subdolamente minando il corpo della società italiana; lo stadio è divenuto il luogo-pretesto dove dar sfogo alle violenze quotidianamente represse. Ed il fenomeno del razzismo negli stadi italiani non è certo nuovo. Ventiquattro anni prima di Marc Zoro, c’è stato Francois Zahoui, ivoriano anche lui, il primo calciatore africano a rompere la barriera razziale del campionato italiano. L’Ascoli, piccola squadra che allora militava in serie A, lo acquistò pagandolo 20 milioni di lire, con la motivazione provocatoria che l'Ascoli non potesse permettersi gli stranieri se non quelli da due soldi. Zahoui fu presentato, poco elegantemente, come il «nostro negretto dal grande futuro». Altri episodi riguardarono calciatori assai più noti: il brasiliano nero Juary, beccato da una parte del pubblico interista al grido «Viva il Ku Klux Klan»; il capitano della nazionale carioca e del Torino Leo Junior, salutato in un derby dallo striscione della curva juventina ”Junior negro bastardo”. Col passare degli anni, il fenomeno si caratterizza per la trasformazione degli stadi in luoghi di proselitismo razzista e per l'emergere dell'ultrà intollerante anche fuori dallo stadio. Negli anni ‘90 si affaccia nelle nostre curve anche l'antisemitismo. L’Udinese, che aveva ingaggiato l’israeliano Rosenthal, è costretta a rescindere il contratto per le pressioni dei gruppi più estremi. L'Italia comincia ad accorgersi che il razzismo trascende le singole tifoserie a caccia di un unico capro espiatorio: ebrei, negri, zingari. “Squadra di negri, curva di ebrei”, recitava un tristemente famoso striscione laziale esposto proprio in un derby Lazio – Roma.

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