Revue d'actualité, culture et civilisation italiennes

 
 
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Radici d'Italia: Rocco Femia

» Italia, una storia di parole
par Flavio Apriglianese

Raccontare la storia della nostra penisola riferendosi a quelle parole chiave che ne hanno tramandato i fatti, può costituire un esercizio interessante e ricco di scoperte.

Seguire i cambiamenti culturali e politici attraverso i termini nati proprio a causa di quegli eventi è più stuzzicante che scorrere una lista di date, più efficace che leggere lunghe narrazioni. Partendo da alcune parole, ognuno di noi ne ha fatto l’esperienza, si tocca infatti la storia dal di dentro. Si scopre quanta ricchezza passata sia ancora presente nei vocaboli di ogni giorno, quanti cambiamenti e significati si nascondono nella lingua quotidiana.
Prendiamo per esempio un termine come trasformismo, abbastanza emblematico, purtroppo, dell’italianità: un fenomeno così italiano - è stato detto - che non ne esiste traduzione in alcun’altra lingua. È una parola densa, che ha oltre un secolo di storia politica. Ci riporta all’ultimo ventennio dell’Ottocento, quando Agostino Depretis, leader della sinistra storica, inaugurò una tattica spregiudicata per l’epoca, che consisteva nell’indurre a passare da uno schieramento politico all’altro non per intima convinzione, ma per puro opportunismo e convenienza. Un metodo ancora attuale, descritto da sinonimi più moderni come voltagabbanismo o dal più neutro – troppo neutro! – pendolarismo. A cavallo, invece, dell’Otto e Novecento l’Italia era l’Italietta di Giolitti: un dispregiativo con il quale alcuni commentatori dell’epoca alludevano al provincialismo di un paese non ancora sviluppato e che oggi serve per descrivere lo scarso tono morale della nazione: l’Italia delle bassezze, delle raccomandazioni, dei troppi compromessi. Di lì a poco sarebbero nati termini nuovi, di cui si è quasi persa la traccia storica: per esempio menefreghismo, che oggi ha accezione generica, fu coniato dallo scrittore Gabriele D’Annunzio nel secondo decennio del Novecento trasformando l’epressione romanesca ‘me ne frego’ in un motto per i legionari di Fiume. ‘Me ne frego’ fu poi utilizzato dagli squadroni fascisti e il ‘menefreghismo’ divenne un atteggiamento tipico delle camicie nere.

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