» Firenze, 4 novembre
1966
par Rocco Femia
Quarantanni fa il 4 novembre 1966, Firenze
si sveglia con il cuore gonfio di pena e di dolore per un’alluvione
che rimarrà nella memoria di tutti e non solo fiorentini.
Sono passati 40 anni, ma per gli ‘angeli del fango’
è come se fosse ieri: il 4 novembre del 1966 è
rimasto nei loro cuori, ma neppure Firenze ha dimenticato i
giovani giunti dall’Italia e da tutto il mondo per salvarla
dal fango. Rispondendo a un appello della città, il 4
novembre scorso si sono ritrovati per ricordare i terribili
giorni dell’alluvione e per celebrare un’impresa
che ancora oggi li affratella. La memoria ci riporta a un’alba
di 40 anni fa... Firenze, imbandierata a festa, si prepara alle
celebrazioni per la Giornata della Vittoria della prima guerra
mondiale: la pioggia ormai da giorni continua a cadere e il
livello del fiume sale sempre di più. Intorno alle 6
del mattino già si rincorrono le prime voci, secondo
le quali il Ponte Vecchio sta per crollare: il livello dell’Arno
arriva poco sotto alle spallette. Cedono i primi argini e sono
sommersi i quartieri dell’Oltrarno, San Niccolò
e Gavinana, ma anche Via Maggio, dove ci sono le ricche botteghe
degli antiquari, e le strade intorno a San Frediano e a Santo
Spirito, i rioni artigiani della città. Anche dall’altra
parte il fiume straripa sul celebre lungarno Acciaioli.
Alle 7.26 saltano le ultime cabine elettriche e gli orologi
pubblici si bloccano segnando l’ora che sarebbe diventata
il simbolo della catastrofe. In quei momenti l’ultimo
ponte transitabile, San Niccolò, viene invaso dall’acqua
e cedono i parapetti sul fiume all’altezza della Biblioteca
Nazionale, di fronte al quartiere di Santa Croce: una gigantesca
massa d’acqua, fango e nafta inizia a riversarsi su quella
zona della città, crescendo di ora in ora, fino a raggiungere
un livello di oltre 6 metri. Alle 9.45 l’acqua ha raggiunto
Piazza del Duomo, per arrivare poi fino a Piazza San Marco.
Senza luce, senza acqua potabile senza gas, senza telefono,
intere zone della città sono completamente isolate, la
gente si mette in salvo sui tetti o nei piani più alti
delle case, dopo avere cercato di portare via gli oggetti più
preziosi. Alle 15 il giornale radio apre con la notizia: «
il paese celebra la giornata delle Forze armate »: è
un pugno nello stomaco per i fiorentini, che percepiscono così
tutto il proprio isolamento.
In città si odono esplosioni dovute allo scoppio delle
caldaie, latrati di cani che annegano, invocazioni d’aiuto
da tetti e finestre, mentre barconi di soccorso attraversano
le strade cercando di salvare chi è più in pericolo.
Dove la corrente è più forte e trasporta tronchi
e carcasse di auto non possono arrivare, ma quando la violenza
delle acque lo permette si assistono a episodi di grande solidarietà
ed eroismo.
Al calar della sera, la piena sale ancora. Raggiungendo il livello
massimo tra le ore 18 e le ore 19: poi il cielo si riempie di
stelle e l’acqua comincia a calare. Il 5 novembre è
già il giorno dopo, il primo di quelli in cui Firenze
diventa un simbolo per tutto il mondo: di fronte al ritardo
degli aiuti ufficiali, si assiste a una mobilitazione di solidarietà
internazionale nuova per quegli anni ancora tanto vicini al
dopoguerra. Sono soprattutto « gli angeli del fango »
a dar vita con un’esperienza comunitaria che, secondo
alcuni, anticipa il Sessantotto, mentre per altri elabora i
valori nascenti dell’Unione europea.
Per la città l’alluvione è l’inizio
di una nuova vita: i danni materiali ai monumenti sono oggi
stati riparati (anche se ancora si lavora sui dipinti alluvionati)
e quell’esperienza ha dato un impulso a una delle più
importanti scuole di restauro del mondo. Ma Firenze è
risorta con un’altra anima, forse meno autentica: non
più la vivace città artigiana della tradizione,
ma un mito dell’immaginario collettivo, destinazione di
un pellegrinaggio mondiale, rendita vitalizia per quanti ne
promuovono lo sfruttamento commerciale.
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