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Di parte, non faziosi

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Di parte, non faziosi

Una riflessione a margine della manifestazione del 13 febbraio scorso che ha riunito più di un milione di persone, soprattutto donne, e che il Primo ministro ha bollato come una manifestazione: “di parte, faziosa, contro la mia persona”. Il linguista Fabio Montermini spiega il significato e la differenza dei termini “fazioso” e “di parte”… giusto per capire meglio…


Il 13 febbraio scorso oltre un milione di italiani e italiane hanno sfilato nelle piazze del nostro paese, e di varie città nel mondo, al grido di “Se non ora, quando?” a difesa della dignità delle donne (e degli uomini), e per distinguersi dalla visione della donna che emerge dai comportamenti pubblici e privati dei nostri politici. Le organizzatrici sono riuscite a far sfilare un milione di persone senza simboli di partito, e alle manifestazioni ha preso parte un ventaglio assortito di persone, non necessariamente identificabili in uno schieramento politico. Eppure, l’indomani, il presidente Berlusconi (da una delle sue televisioni) ha definito la manifestazione “di parte, faziosa, rivolta contro la mia persona”.
Di fronte a tali accuse, chi ha manifestato può ribattere, sforzandosi di spiegare che alcuni valori non sono di parte. Tale spiegazione, però, per quanto corretta, rischia di essere incompleta e di venire smentita proprio da molti degli slogan e dei cartelli sentiti e visti nelle piazze, che ruotavano invece inequivocabilmente intorno al tema “Berlusconi dimettiti”. E se per una volta ammettessimo che non è insano fare anche manifestazioni di parte e ‘contro’, qualcosa o qualcuno?
Negli ultimi mesi si è molto discusso, in Italia, della lingua del potere politico, e della manipolazione linguistica operata, in particolare, dalla classe attualmente al potere. Si vedano, ad esempio, i due saggi di Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole (Milano, Rizzoli) e di Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente (Torino, Einaudi). Giustapporre, nella medesima frase, “di parte” e “faziosi” suggerendo che sono sinonimi, mi sembra una spia chiarissima di questo desiderio di manipolazione. Cerchiamo di capire perché. Tutta la carriera politica (e umana, le due non sono facilmente distinguibili) di Silvio Berlusconi è basata su una ricerca ossessiva del consenso totale, e sul denigrare chiunque non solo non la pensi come lui, ma non ammiri qualsiasi aspetto della sua persona. Invece, “parte” è una bella parola. Essa suggerisce, anche etimologicamente, che in quanto uomini siamo fatalmente portati ad essere parti di qualcosa, di un corpo che richiede dunque anche separazione e in certi momenti divisione. In un suo celebre testo (che troverete in questo numero nella rubrica “Primo Piano”), Antonio Gramsci scriveva: “Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano”. Gli italiani, poi, si sa, si sono sempre divisi su quasi tutto. Si pensi alle aspre divisioni messe in scena già da Dante nella Divina Commedia, o, più vicino a noi, si pensi ai conflitti furibondi tra Don Camillo e Peppone descritti da Giovanni Guareschi, vera metafora dell’Italia dell’immediato dopoguerra. Dietro a questi conflitti c’era, però, un nucleo di valori condivisi, primo fra tutti l’orgoglio di essere italiani. Sono tutte verità, queste, che il nostro iperfazioso (lui sì) Presidente del consiglio, come un eterno bambino, non contempla, e non capisce nemmeno: per lui non esiste altra parte che la sua, il che vuol dire, alla fine, che non esistono “parti”, ma un unico grande blocco (il suo). Quando, entrando in politica, chiamò il suo partito Forza Italia, usando uno slogan calcistico, i più ci risero su o lo guardarono con sufficienza, senza capire che in quel nome c’era già tutto il programma politico di Berlusconi: non esiste altra Italia al di fuori di me.


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