
Un Paese: 6000 lingue
de Roberto Bianchin
Dalla parlata di Gizzeria al tabarkino sardo: in Italia non c’è città senza il suo dialetto. Ma è sempre meno diffuso. Solo il 16% ormai, lo usa con assiduità. E quasi mai con gli estranei. Però in molte scuole del Nord è materia di studio. Per riscoprire le tradizioni, ma anche per effetto delle battaglie leghiste. Viaggio nel paese dei 6000 idiomi. Tra chi chiede che vengano insegnati a scuola e chi invece dice: è la lingua nazionale ad essere in pericolo.
Ivano faceva l’oste sui colli del trevigiano. Grande, grosso e buffo, la testa pelata e il naso a becco, sembrava uscito da una pagina di Carlo Goldoni. Ha girato il mondo per fare il suo mestiere, il Cavalier Ivano Mattiuzzo, parlando sempre e solo nel suo dialetto di Pieve di Soligo infarcito di visioni, improperi e sacramenti. Diceva che lo hanno sempre capito. Ora le cose stanno cambiando. Il poeta Andrea Zanzotto, che è dello stesso paese, si stupisce nel vedere che certe sue parole dialettali non vengono più capite dagli stessi abitanti: “Il mio dialetto risulta ormai indecifrabile”. L’uso del dialetto, come ha rilevato l’Istat (ndr: Istituto nazionale di statistica), sta infatti calando in tutta Italia, proprio nel momento in cui in molte regioni pensano di introdurlo a scuola. E intanto il Paese si divide sull’esame di dialetto per gli insegnanti e sui “test preselettivi” di cultura locale proposto dalla Lega Nord per quei professori che vengono da altre regioni (praticamente in buona parte dal Sud). Perchè, conoscere i dialetti, secondo il presidente dell’Istituto di cultura delle lingue del Csr, Pierfranco Bruni, “è definire un processo storico e antropologico di una comunità, dal momento che i dialetti non sono strutture linguistiche minoritarie né lingue altre rispetto alla lingua italiana. Ma sono il vero tessuto di appartenenza a un territorio all’interno di un processo che punta rigorosamente alla difesa della cultura italiana. Quindi, rafforzano l’identità della lingua ufficiale di una nazione”.

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