
Meglio sola
di Paola Jacobbi
È uscito l’ultimo film di Sabina Guzzanti, DRAQUILA, il film sul terremoto in Abruzzo, scritto, diretto e interpretato da lei appena presentato a Cannes. In questa intervista Sabina Guzzanti, prima della presentazione al Festival, ce ne svela i dettagli, che purtroppo non fanno ridere.
La riconoscono per strada, la riconoscono al ristorante. La salutano con bizzarre forme di complimenti: “È deliziosa” oppure “che brava, però, certo che suo padre”. Sabina Guzzanti risponde, rispettivamente, “deliziosa non me l’aveva mai detto nessuno” (sorriso timido, delizioso in effetti) e “tutti abbiamo un padre, è che io ancora non conosco il suo” (sorriso tagliente come una lama). Poi, abbassa la voce e mi racconta che, di continuo, la gente le domanda perché non torna in tivù. E che lei ha esaurito la pazienza per spiegare che cosa è successo, per raccontare ancora della chiusura dopo una sola puntata di Raiot (il suo ultimo programma televisivo, nel 2003), della querela da parte di Mediaset di Berlusconi (in seguito archiviata dalla magistratura) e delle infinite polemiche sulla sua satira. Da allora, Sabina non è scomparsa: è a teatro, è su internet, è al cinema. Tivù, zero. Presentato a Cannes, fuori concorso, Draquila, parla, come si intuisce dal titolo (nato da una discussione sul blog www.sabinaguzzanti.it), del terremoto in Abruzzo. Sabina è partita per L’Aquila nel luglio 2009 e ha raccolto qualcosa come settecento testimonianze. Tranne Guido Bertolaso (ndr Commissario della Protezione Civile) e i funzionari della Protezione Civile che non hanno mai accettato di incontrarla, nonostante ripetute richieste. È un documentario alla Michael Moore, per intenderci. Sabina Guzzanti, testarda e solitaria, va in giro a intervistare gente di tutte le età e condizioni sociali per farsi raccontare da ognuno la propria storia all’interno del post-terremoto. In sintesi, Draquila afferma che Silvio Berlusconi ha cinicamente usato il terremoto a scopi elettorali e di immagine, e che ha spianato la strada a una operazione di edilizia (la costruzione delle case chiamate New Town) i cui effetti, urbanistici e culturali, sono discutibili e ancora tutti da capire.

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