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Val d’Orcia, la bellezza contadina
di Luisa Carretti
A sud della provincia senese si apre in tutto il suo splendore mozzafiato una delle valli più belle d'Italia, oggi patrimonio Unesco.
Dolci pendii, morbide colline, un paesaggio che si apre agli occhi di chi lo attraversa “come un fondale della memoria o un luogo da sogno”, tanto per citare il poeta e scrittore Mario Luzi, che di questa terra fu appassionato amante. È la Val d’Orcia, valle vasta, ondulata, sinuosa, accogliente, situata all’estremo sud della provincia sene-se al confine con la provincia di Grosseto con cui condivide un monte, il Monte Amiata, la cui silhouette svetta incontrastata su tutta la valle. Valle che con i suoi cipressi, isolati o ordinati in filari, e i suoi ampi campi di grano è impressa nella mente di chiunque come la vera e unica Toscana. Perché per il suo straordinario fascino, per la sua sorprendente perfezione è diventata il biglietto da visita di un’intera regione tanto da confondere e sovrapporre appar-tenenze e identità. Può stupire dunque la scoperta che soltanto all’inizio del secolo scorso, questo territorio si presentava in modo completamente diverso. Al confine con il paesaggio lunare delle crete senesi, ne era suo prolungamento con biancane, calanchi e canyon rocciosi, dove spesso i capi di bestiame si perdevano per non essere più ritrovati. Era una terra arida, aspra e impervia. Difficile da coltivare e da attraversare, tant’è che un personaggio illustre come Charles de Brosse, Presidente del Parlamento di Borgogna, quando nel 1739 percorse il tratto di strada che da Siena conduceva a Roma (l’unico esistente sino ad allora), impiegò un giorno intero subendo ribaltamenti della carrozza. E scoraggiato dal viaggio, scrisse una lettera al Signor de Blancey in cui raccontava della disperazione dei viaggiatori, descrivendo un paesaggio desolato, più simile ad un deserto con “non già montagne, ma scheletri, cimiteri di rocce, coperti di frammenti di montagne calcinate, senza un filo d’erba”. Anche Federico Barbarossa nel 1155 racconta di un “lungo e faticoso cavalcare” che lo condusse a San Quirico d’Orcia per incontrare i cardinali inviati dal papa Adriano IV ed ottenere l’incoronazione ad Imperatore del Sacro Romano Impero. Un legame indissolubile che da cinquant’anni San Quirico celebra con una festa fatta di rievocazioni storiche e cortei. E come succedeva spesso, i luoghi impervi diventavano regno di ladri e malviventi. Radicofani, centro abitato fra i più isolati della valle e popolato ancora oggi da poco più di mille anime, è associato al nome di Ghino di Tacco, ladro gentiluomo che nel 1200 lungo la via Francigena, saccheggiava e derubava i viandanti non prima però di essersi informato sui loro reali averi e concedendogli di che sopravvivere per il viaggio. Risparmiava solo studenti e poveri.
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