Il referendum di Matteo Renzi

Matteo Renzi

La quattordicesima ai pensionati e il ponte sullo stretto di Messina. “Ridurremo il numero dei politici”, “taglieremo i costi della politica”, “il Paese sarà più veloce”, “non ci sarà più il rimpallo Camera e Senato” per le leggi, “se vince il NO l’Italia torna indietro di decenni”, “È l’ultima possibilità” e via dicendo. Sono alcune delle tante promesse elettorali e delle messe in guardia di Matteo Renzi. Saprà l’Italia scegliere in tutta serenità, sapendo che né per la vittoria del Si né per quelle del No ci saranno catastrofi o enormi cambiamenti? La politica è soprattutto potere e a Renzi piace averlo. RADICI ha chiesto un parere a Davide Vecchi autore di due libri sul Premier “l’Intoccabile Matteo Renzi “ e “Matteo Renzi il prezzo del potere”.

 

Il premier italiano ci ha abituati – come il suo predecessore Silvio Berlusconi – a slogan e réclame pur di conquistare voti, ma questa volta in ballo non c’è la conquista del Governo ma bensì la scelta di radere al suolo le basi democratiche del Paese e riscrivere una parte della Costituzione, cioè la legge fondamentale della Repubblica italiana. Una Costituzione entrata in vigore nel ’48 e scritta all’indomani della caduta del fascismo, da uomini che avevano vissuto il ventennio mussoliniano, la sua deriva e per questo avevano previsto nel testo Costituente contrappesi e garanzie affinché non si potesse ripetere una nuova oligarchia o dittatura. Un testo, quello dei padri costituenti, semplice. Articoli chiari, brevi, lineari. Di buon senso. Per dirla con le parole di Roberto Benigni, “quella italiana è la Costituzione più bella del mondo”. Ecco.

Il Governo Renzi ha invece deciso che va cambiata. Gli interventi maggiori rischiano di minare le fondamenta stesse della democrazia perché l’esecutivo ha ideato anche una legge elettorale (chiamata Italicum) che, così com’è formulata, assegna un premio di maggioranza tale da rendere egemone un partito su tutti gli altri e attribuendo al Capo del Governo i poteri oggi suddivisi tra più organi. In pratica la direzione che prenderebbe l’Italia – secondo molti costituzionalisti – è quella dell’oligarchia. Se va bene.

Invece di rassicurare e sciogliere i dubbi del fronte del No alla Riforma, Renzi si è posto a capo del fronte del Sì decidendo di girare l’Italia in una sorta di tour da rock band: 200 tappe in 60 giorni. Quelli che ci separano dal voto referendario, previsto per il 4 dicembre. Ricordiamo en passant che il capo del governo, nonché segretario del PD, non è passato per elezioni politiche quindi non si sa quanti italiani l’avrebbero scelto anche solo come parlamentare. Mi si dirà: ma il premier non è eletto in maniera diretta in Italia. È vero, ma tutti sono passati per una competizione politica (esclusi pochissimi casi di emergenza, come Carlo Azeglio Ciampi, chiamato a guidare l’esecutivo nel post Tangentopoli). Checché se ne dica, Renzi, come legittimazione, ha solo quella di circa 60 mila fiorentini che lo scelsero come sindaco nel 2009. Nient’altro.

Nel 2014, grazie a un accordo stipulato con Silvio Berlusconi, riuscì a far cadere il Governo guidato da Enrico Letta e a sostituirsi a lui con quella che in Italia si chiama – con accezione negativa – una “manovra di Palazzo” ordita alle spalle del professor Letta. Lo rassicurò alcuni giorni prima per accoltellarlo la mattina dopo. Tutti ricordano il passaggio di consegne tra i due: forse il più glaciale della storia dei governi italiani.

E basterebbe conoscere la storia di Renzi, per avere seri dubbi sulla riforma che sta cercando di imporre. Sì, imporre. Perché, il premier si è messo alla guida del fronte del Sì e sullo stesso fronte ha schierato tutti i suoi ministri. La stessa Maria Elena Boschi, ministro alle Riforme, ha fatto un viaggio in Sud America per convincere gli italiani all’estero a votare al referendum. Ovviamente a spese del Paese. E mancano due mesi alle urne: il 4 dicembre.

La campagna è scandita a colpi di slogan pubblicitari. “Ridurremo il numero dei politici”, “taglieremo i costi della politica”, “il Paese sarà più veloce”, “non ci sarà più il rimpallo Camera e Senato” per le leggi. Ma del come farlo nessuno lo spiega. Anzi, in realtà, leggendo il testo della riforma, gli slogan sono menzogneri o, quanto meno, fuorvianti. Sul ping-pong delle leggi tra i due rami del parlamento, ad esempio, la dichiarazione è totalmente falsa. L’approvazione di una legge è regolato dall’articolo 70. Quello esistente è composto da 9 parole e prevede due metodi di approvazione delle norme. Quello nuovo è di 439 parole ed è talmente confusionario che gli stessi costituzionalisti non riescono a mettersi d’accordo sul numero degli iter previsti: 6, 9, 12, 14. C’è poi la presunta riduzione del numero di politici. Renzi voleva abolire il Senato, una delle due camere. In realtà ha eliminato i senatori sostituendoli con sindaci e amministratori locali, oltre 100, in liste bloccate, scelti direttamente dalle segreterie dei partiti. Di fatto, quindi, il Senato non solo rimane, ma alla beffa si aggiunge l’inganno: i nuovi senatori non saranno eletti da cittadini ma scelti dai Consigli regionali tra sindaci e consiglieri di regione. E a questi nuovi “pendolari del senato” saranno attribuite competenze anche sulle riforme Costituzionali (oltre che l’immunità). Insomma la confusione è grande e Renzi lo sa bene. Per questo ha preferito personalizzare la sfida. “Se il Sì perde vado a casa”, disse a giugno. Nelle ultime settimane si è rimangiato la promessa. Probabilmente perché ha visto che l’attesa creata era alta e ha preferito passare alle promesse elettorali. Più semplice. Ma certo, come scrisse Niccolò Machiavelli ne Il Principe “… il principe deve regolarsi di conseguenza. Non gli mancheranno senz’altro i pretesti per giustificare e mascherare le sue inadempienze, se saprà essere bravo a mentire, anche perché gli uomini sono ingenui e di corta memoria, per cui troverà sempre chi si lascerà ingannare”.

The following two tabs change content below.
Davide Vecchi

Davide Vecchi

Sono nato a Perugia dove ho studiato Scienze politiche e iniziato a lavorare alla cronaca locale de Il Messaggero. Avevo 23 anni. Nera, bianca, giudiziaria, politica. Dopo un anno mi sono trasferito a Milano per entrare alla scuola di giornalismo Walter Tobagi e sono stato travolto dal lavoro. Nel 2000 sono assunto nel primo quotidiano on-line, eDay (preistoria del web finanziato dal “visionario” Elserino Piol – che aveva appena dato la luce a Tiscali). Da allora ho lavorato (tra l’altro) per Metro, il Venerdì di Repubblica, l’Espresso. Poi l’Adnkronos, dal 2004. Ho seguito tanta politica. O meglio: tanti politici. Quasi sette anni di agenzie di stampa. Fino a luglio 2010, quando sono arrivato al Fatto Quotidiano dove mi occupo principalmente di politica e cronaca giudiziaria. Ho seguito le hard news degli ultimi anni. Dal caso Ruby allo scandalo Mose fino a Mafia Capitale. Nel 2012 ho scritto I Barbari sognanti per Aliberti sul fallimento della Lega Nord. Nel 2014 per Chiarelettere, ho iniziato a occuparmi dell’ascesa di Renzi nel libro L’intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia. Due anni dopo, sempre per Chiarelettere, ho pubblicato Matteo Renzi, il prezzo del potere, sui primi due anni di Governo dell’ex rottamatore. Entrambi ancora in libreria.
Davide Vecchi

Derniers articles parDavide Vecchi (voir tous)

Laisser un commentaire

Votre adresse de messagerie ne sera pas publiée. Les champs obligatoires sont indiqués avec *

close
Facebook IconTwitter IconGoogle PlusGoogle PlusGoogle Plus
close
Facebook IconTwitter IconGoogle PlusGoogle PlusGoogle Plus