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Sotto il potere niente

di Furio Colombo

(Il Fatto quotidiano)

“È vero”, ha detto con pazienza Mario Monti a un certo punto della infinita discussione piena di distinguo e di ammonizioni: “È vero, non c’era bisogno di professori, bastavano i politici. Ma perché queste cose non le avete fatte prima voi?”.

Ha ragione, pensa chi ha assistito alla nuova opposizione leghista, teppismo allo sbando e insulti infantili nei banchi e nell’emiciclo della Camera e del Senato. Ha ragione, se si pensa al tipo di sostegno a luci spente e riserve mentali ad alta voce della ex Casa della libertà (mi permetto di dire “ex ” senza disprezzo perché essi stessi hanno fatto sapere che sono imbarazzati di se stessi e cambieranno nome). Ha ragione, se si pensa che il discorso di Di Pietro, che invitava a stare alla larga da Monti, è stato costantemente e calorosamente applaudito da poco più di metà dei suoi deputati Idv, e contraddetto subito dal deputato idv Cambursano. Ha ragione, quando si pensa che – nell’assemblea dei parlamentari Pd, giovedì 15 dicembre – il segretario Bersani ha dovuto dire: “Se votate contro Monti o vi astenete, votate contro di me. Qui si tratta di salvare il Paese, non di mettersi in buona luce con gli elettori”.

Tutto ciò costringe a confrontarsi con la frase di Monti alla Camera. “Capisco le vostre obiezioni. Ma perché queste cose non le avete fatte prima voi?”. Con una sola frase Monti rappresenta, per chi ne scriverà in futuro, il vuoto di vita politica, di competenza, di capacità di capire, di volontà di rispondere, che ha segnato tutti gli anni di Berlusconi e, purtroppo, tutti gli anni della sua opposizione, che è caduta nell’equivoco della collaborazione come male minore.

Ogni tentativo di denunciare lo stato delle cose, che alcuni, a partire da Sylos Labini, hanno descritto subito come tragico e pericoloso, a lungo è caduto in un irritato silenzio e trattato come un infantile disturbo, mentre si predicavano e accettavano iniziative di ogni tipo per “diminuire le distanze” e fingere di credere (o, peggio, credere in buona fede) “che gli italiani ci chiedono non litigare”.

Intanto il Paese precipitava, due su tre sindacati si erano rifugiati dietro il governo, contando su un’impossibile protezione. E persino la Confindustria ha cominciato a dire prima dei partiti che la finzione teatrale non poteva durare a lungo e che le condizioni dell’economia stavano diventando pericolose: niente sviluppo. Eppure Berlusconi va in giro per i talk-show bene accolto con le sue clamorose bugie. E come massimo provvedimento, contro la crisi devastante, pone il voto di fiducia sul rapporto di parentela fra una minorenne marocchina che gli interessa e il presidente egiziano.

II secondo capitolo del vuoto si apre quando il segretario del partito di Berlusconi, Alfano, dice senza pudore e senza imbarazzo, nel corso del talk-show privato di Vespa-Berlusconi Porta a Porta (dove per errore è capitato il presidente Monti) che “l’uscita dalla scena politica di Berlusconi non ha fatto risalire lo spread fra titoli italiani e titoli tedeschi, dunque è dimostrato che non era colpa sua”.

Il terzo imbarazzante capitolo del niente che diventa persino violenza verbale e fisica, è il comportamento della Lega dopo la caduta. Di colpo ministri che hanno esercitato a lungo il potere da posti chiave sono riapparsi, tempo tre ore dalle dimissioni, come capi-ronda capaci di distruttive parole d’ordine, violenza, insulti (“cialtrone”, “vaff…”) scardinando ogni punto di riferimento di ciò che era stato il loro mondo di potere fino a un momento prima.

Dietro il carnevale leghista c’è Bossi. Ha detto, in un momento di ritrovata lucidità, che Berlusconi lo fa ridere (nel senso del disprezzo). Dietro Bossi e il suo indice medio e il suo memorabile appello per la solidarietà fra i popoli, “fuori dalle balle” (dedicato agli annegati nel Mediterraneo nel tentativo di venire in Italia), c’è la povera Mussolini che, per sfuggire all’oblio, di tanto in tanto interviene per dedicare insulti al suo ex capo carismatico Fini (e invoca il fantasma di Berlusconi, che ormai è tutto ciò che le rimane della politica).

Il fantasma si fa vivo e risponde dal luogo giusto, la presentazione (ventunesima, su tutte le reti) del libro di Vespa che, essendo ispirato alla denigrazione, porta in copertina la parola “amore”. E, stando seduto al posto giusto, accanto a Vespa, annuncia, come leggendo carte dei Templari, che Monti è disperato, che “questo governo non dura”, che “quando torneremo noi al governo la manovra la faremo diversamente” (non ha bisogno di dire come).
La rivelazione adesso è completa: sotto la politica finta e bombastica del varietà e rivista non c’è nulla, ma quel nulla è riempito di stupido o illecito tornaconto, di vanagloria sprecata, di danno irreparabile per dolosa e prolungata omissione di atti di governo dovuti. Non resta che sperare nelle travi dei tecnici che, bene o male, puntellano la casa che crolla. E che i leader Pd, che adesso finalmente dicono insieme cose chiare, con un certo ritrovato vigore, non dimentichino ciò che viene prima di tutto: una legge elettorale che spinga Calderoli e la sua trappola fuori dalla scena, e riporti i cittadini a votare per candidati che hanno scelto.

 
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Così Pasolini previde l'Italia di B.

Il consumismo che stava già provocando una mutazione antropologica. Il potere della tivù. Il sogno di diventare tutti miliardari. Lo scrittore ne parlò tre giorni prima di morire, a Stoccolma, In una conversazione ora avventurosamente ritrovata. Eccola

(© Gruppo Espresso)
Il testo che presentiamo è la registrazione, recentemente e avventurosamente ritrovata e inedita in Italia, dell'incontro di Pier Paolo Pasolini, il 30 ottobre 1975 a Stoccolma, con un gruppo di critici cinematografici svedesi. Si comincia con un fuori onda, che serve come prova di microfono.

Cosa conosce del cinema svedese?
"Come tutti gli altri intellettuali italiani, conosco Bergman. Non conosco gli altri. Conosco i nomi ma non i film".

Mai visti?
"Mai. Perché a Roma è una città terribile. Ci sono cinema d'essai ma le occasione per vederli sono molto rare".

Non avete cinema d'essai?
"Ci sono uno o due cinema d'essai ma non è come a Parigi".

Signori e signore, il signor Pasolini è qui per presentare il suo nuovo film. Lo ha appena terminato, ed è un film su Sodoma...
"Penso che sia la prima volta che faccio un film di cui non ho avuto un'idea. Era stato proposto a Sergio Citti e come sempre l'ho aiutato a scrivere la sceneggiatura. Ma man mano che andavamo avanti , Citti amava sempre di meno il film e io l'amavo sempre di più e l'ho amato soprattutto nel momento in cui mi è venuta l'idea di ambientarlo nel '45, durante gli ultimi mesi della Repubblica di Salò. D'altra parte Citti ha pensato a un altro soggetto e allora ha abbandonato definitivamente il progetto. E poiché del progetto m'ero innamorato io, l'ho finito io. Questo film, essendo tratto da de Sade, è imperniato sulla rappresentazione del sesso. Ma la cosa è cambiata rispetto ai tre ultimi film, a quella che io chiamo la "trilogia della vita": Boccaccio ("Il Decameron", ndr.), "I racconti di Canterbury" e "Il fiore delle mille e una notte". In questo film il sesso non è altro che l'allegoria, la metafora della mercificazione dei corpi attuata dal potere. Penso che il consumismo manipoli e violenti i corpi né più né meno che il nazismo. Il mio film rappresenta questa coincidenza sinistra tra consumismo e nazismo. Ecco, non so se questo sarà capito dal pubblico perché il film si presenta in un modo enigmatico, quasi come una sacra rappresentazione, dove la parola sacra ha il senso latino anche di maledetta".

Perché ha scelto il 1945 per il film?
"Ho voluto rappresentare un mondo alla fine, non nel momento di maggior gloria. E' una ragione poetica. Avrei potuto ambientarlo nel '38, nel '39, nel '37, però sarebbe stato meno poetico".

Cosa c'è di poetico in quel periodo?
"Una decadenza, un crepuscolo sono di per se stessi poetici. Se io l'avessi ambientato nell'apogeo del nazismo, sarebbe stato un film intollerabile. Sapere che tutto questo avviene negli ultimi giorni, che poi tutto questo sarebbe finito, dà un senso di sollievo allo spettatore. In sostanza questo film è un film sulla vera anarchia, che sarebbe l'anarchia del potere".

Lei è un cineasta e un poeta. C'è una relazione fra questi due ruoli?
"C'è un'unità profonda fra le due cose per quel che mi riguarda. Sarebbe come se io fossi uno scrittore bilingue".

Qual è il titolo del film?
"Il titolo è "Salò", il nome di una città sul lago di Garda che era la capitale della Repubblica fascista. Ma è un titolo polivalente, c'è un'ambiguità: il titolo completo sarà "Salò o le 120 giornate di Sodoma". Ad ogni modo nel film non c'è nessuna ricostruzione storica dell'epoca, nessun rapporto veramente storico: non c'è nessun ritratto di Mussolini, non fanno mai il saluto fascista, non c'è niente di ricostruito. E' soltanto dato".

Come finanzia i suoi film? I suoi film in Italia hanno successo economico?
"Il finanziamento è quello normale, c'è un produttore".

Non ha problemi?
"Non ho problemi perché sono andati male commercialmente solo "Porcile" e "Medea". Tutti gli altri sono andati bene. "Accattone", l'importante è stato quello, non è andato benissimo ma abbastanza bene per un esordiente. E da allora non ho mai avuto problemi".

Lavora del tutto all'interno del sistema commerciale?

"Sì, completamente".

Questo vuol dire che è possibile fare film molto personali e anche molto poetici all'interno del sistema?

"Sì, in Italia è possibile. Non lo faccio solo io, anche Fellini per esempio".

Ma lei e Fellini siete molto noti. Per un giovane di 25 anni che voglia fare un film del genere sarebbe possibile?
"E' difficile per un giovane, ma come in tutte le professioni, come anche per un giovane medico. Nella maggior parte dei casi sono gli stessi registi che aiutano dei giovani a fare un film. Per esempio Bertolucci il primo film gliel'ho fatto fare io. Forse Bergman, se avesse fiducia in un giovane, potrebbe fargli fare un film, suppongo".

Visto che ha la possibilità di realizzare i film all'interno del sistema, come sceglie i suoi soggetti? Ha le stesse libertà di quando scrive una poesia o deve anche pensare al pubblico? Non è un problema?
"Questo non è un problema morale, politico o pratico. E' un problema estetico, cioè fa parte della metrica e della prosodia di un film il fatto di possedere un certo grado di leggibilità, di semplicità. Voglio spiegarmi meglio: prendiamo il caso estremo di un film assolutamente di avanguardia, cioè "illeggibile" come direbbe Philippe Sollers, oppure un testo letterario assolutamente di avanguardia. Ebbene fra i due è più leggibile il film. C'è una maggiore semplicità, una maggiore capacità di essere letto che è insita nella tecnica stessa del cinema".

Senza successo commerciale è possibile comunque in Italia continuare a fare film?
"Delle volte succede che pur non avendo un certo successo si può ritentare purché l'insuccesso sia soltanto commerciale e nel film fatto si noti una certa qualità".

Ha detto addio per sempre al realismo dei suoi primi film?
"Non sono d'accordo su questo fatto. Hanno dato finalmente in Italia, dopo quindici anni, "Accattone" alla tv. Ci siamo resi conto che non è affatto un film realistico, è un sogno, è onirico".

In Italia non si è creduto che fosse realista?
"Sì, ma è stato un equivoco. Quando l'ho fatto, sapevo di fare un film lirico, non dico onirico come appare adesso ma molto lirico. Non per niente ho fatto quel commento musicale, l'ho girato in quel modo. Poi è successo questo: che il mondo realistico da cui ho tratto "Accattone" è caduto, non esiste più, quindi "Accattone" è un sogno di quel mondo".

"Mamma Roma" è realista...
""Mamma Roma" è un po' più realista di "Accattone", forse. Adesso lo dovrei rivedere. Però è meno bello, è meno riuscito, proprio perché è meno onirico".

Qual è la sua formazione cinematografica?
"Non c'è. E' stata quella di uno spettatore, ma ho cominciato subito con due grandi precisi amori che continuano ancora: da una parte Charlot e dall'altra Kenzo Mizoguchi, un regista giapponese morto quindici anni fa (in realtà era morto nel 1956, ndr.). Sono i due poli al cui interno avviene tutto nei miei film. Infatti tutti i miei film sono sempre una mescolanza di quello che gli stilisti chiamano comico e sublime, come categorie stilistiche. Anche nell'"Edipo re", che dovrebbe essere tutta un'opera ad altezza stilistica e tecnica sublime, serpeggia invece dentro il comico. Io, infatti, ho sempre assunto nel cinema la realtà come un elemento stilistico comico. Ma bisogna stare attenti: non diamo alla parola "comico" il senso corrente".

Lei è stato scrittore, lo è ancora. Come ha deciso di fare cinema?
"La cosa ha radici lontane. Quando ero ragazzo, avevo 18-19 anni, per un momento ho pensato di fare il regista. Poi è venuta la guerra e questo ha tagliato per lunghi anni ogni possibilità e ogni speranza. E poi ci sono state delle circostanze: dopo che ho pubblicato il mio primo romanzo, "Ragazzi di vita", che ha avuto successo in Italia, sono stato chiamato per fare delle sceneggiature. Quando ho girato "Accattone" era la prima volta che toccavo una macchina da presa. Non aveva fatto mai neanche una fotografia e neanche adesso so fare una fotografia".

Per l'avvenire come si vede: di più nella letteratura o nel cinema?
"In questo momento penso di fare ancora un film o due e poi ridarmi completamente alla letteratura".

E' sincero?
"In questo momento sono sincero, spero di essere sincero".

Girare dei film è fisicamente faticoso? Sembra comunque che sia più piacevole farlo in Italia. Gli italiani si divertono di più?
"Mi diverto molto, è un gioco meraviglioso. E' molto faticoso, per me poi che faccio anche l'operatore di macchina, perché tengo sempre la macchina in mano, faccio le inquadrature. Quindi è faticoso anche muscolarmente, però è un divertimento enorme".

La vostra troupe com'è? C'è molta gente?
"No, è la più piccola possibile".

Gira sempre in 35 mm?
"Sempre in 35 mm".

Ci vuole molto a imparare?
"In un quarto d'ora si impara tutto".

Lei preferisce attori non professionisti. Come lavora? Cerca un ambiente e quando trova quello poi sceglie le persone?
"Non è esattamente così. Se io faccio un film di ambiente popolare, prendo gente del popolo, cioè non professionisti, perché credo sia impossibile per un attore borghese fingere di essere un operaio o un contadino. Suonerebbe falso in modo intollerabile. Se invece faccio un film d'ambiente borghese, poiché non posso chiedere a un ingegnere, un medico o un avvocato di venire a fare l'attore per me, prendo attori professionisti. Naturalmente parlo dell'Italia e dell'Italia di dieci anni fa. Se fossi in Svezia probabilmente prenderei sempre degli attori perché non c'è più differenza tra un borghese e un operaio in Svezia. Parlo di un fatto fisico. In Italia c'è una differenza come tra un bianco e un nero".

Nei suoi ultimi film non ci sono elementi religiosi, giusto?

"Non sono tanto sicuro che non ci fossero elementi religiosi nei miei ultimi film. Nelle "Mille e una notte" c'era anche una specie di afflato religioso in tutto il film. Non c'era religiosità confessionale, temi religiosi diretti ma una situazione di mistero e di irrazionalità c'era. Tutto l'episodio di Ninetto, che è la parte centrale delle "Mille e una notte"...".

Ha partecipato al dialogo fra cattolici e marxisti in Italia?
"Non ci sono più i marxisti e i cattolici in Italia, non ci sono più cattolici in Italia".

Ci spieghi allora come è la situazione.
"In Italia è avvenuta una rivoluzione ed è la prima nella storia italiana perché i grandi Paesi capitalistici hanno avuto almeno quattro o cinque rivoluzioni che hanno avuto la funzione di unificare il Paese. Penso all'unificazione monarchica, alla rivoluzione luterana riformistica, alla rivoluzione francese borghese e alla prima rivoluzione industriale. L'Italia invece ha avuto per la prima volta la rivoluzione della seconda industrializzazione, cioè del consumismo, e questo ha cambiato radicalmente la cultura italiana in senso antropologico. Prima la differenza tra operaio e borghese era come tra due razze, adesso questa differenza non c'è già quasi più. E la cultura che più è stata distrutta è stata la cultura contadina, che allora era cattolica. Quindi il Vaticano non ha più alle spalle questa enorme massa di contadini cattolici. Le chiese sono vuote, i seminari sono vuoti, se lei viene a Roma non vede più file di seminaristi che camminano per la città e nelle ultime due elezioni c'è stato un trionfo del voto laico. E anche i marxisti sono stati cambiati antropologicamente dalla rivoluzione consumistica perché vivono in altro modo, in un'altra qualità di vita, in altri modelli culturali e sono stati cambiati anche ideologicamente".

Sono marxisti e consumisti al contempo?
"C'è questa contraddizione, tutti coloro che sono sia dichiaratamente marxisti, sia che votano per marxisti sono al tempo stesso consumisti. Non soltanto, ma il Partito comunista italiano ha accettato questo sviluppo".

Ma quando parla di marxisti parla del Partito comunista o di altre fazioni?
"Ma sì, dei comunisti, socialisti, degli estremisti. Per esempio gli estremisti italiani gettano delle bombe e poi la sera guardano la televisione, "Canzonissima", Mike Bongiorno".

Le società di classe c'è ancora?
"Le classi ci sono ma - è questo il punto originale dell'Italia - la lotta di classe è sul piano economico, non più sul piano culturale. Adesso la differenza è economica tra un borghese e un operaio, ma non c'è più differenza culturale fra i due".
E il nuovo movimento fascista?
"Il fascismo è finito perché si appoggiava su Dio, famiglia, patria, esercito, tutte cose che adesso non hanno più senso. Non ci sono più italiani che di fronte alla bandiera italiana si commuovono".

C'è un disfacimento comunque della società italiana di oggi, vero?
"Considero il consumismo un fascismo peggiore di quello classico, perché il clerico-fascismo in realtà non ha trasformato gli italiani, non è entrato dentro di loro. E' stato totalitario ma non totalizzante. Solo un esempio vi posso dare: il fascismo ha tentato per tutti i vent'anni che è stato al potere di distruggere i dialetti. Non c'è riuscito. Invece il potere consumistico, che dice di voler conservare i dialetti, li sta distruggendo".

Crede che ci sia un certo equilibrio tra le forze diverse?
"C'è un equilibrio caotico".

A cosa è dovuto il caos?
Alla crisi di "crescenza" dell'Italia, che è passata rapidamente da Paese sottosviluppato a Paese sviluppato. Tutto questo è avvenuto nell'arco di cinque, sei, sette anni. Sarebbe come prendere una famiglia povera e farla diventare miliardaria, perderebbe la propria identità. Gli italiani sono in un momento di perdita dell'identità. Tutti gli altri Paesi invece o sono già sviluppati e hanno cominciato uno sviluppo graduale da almeno due secoli o sono come il Terzo mondo, pre-sviluppati".

Faccia una profezia, sia Tiresia. C'è speranza nel futuro?

"Dovrei fare Cassandra più che Tiresia. Ho chiesto oggi a dei ragazzi svedesi con cui ho parlato, ho fatto loro questa domanda: voi vi sentite ancora più vicini alla civiltà umanistica o vi sentite già dentro la civiltà tecnologica? E mi pare che loro abbiano risposto, piuttosto tristemente, che si sentono la prima generazione di una trentina di generazioni diverse da quello che è stato fino adesso. E per concludere. Tutto quello che ho detto, l'ho detto a titolo personale. Se voi parlerete con altri italiani vi diranno: "Quel pazzo di Pasolini"".


 
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Il presidente dei vescovi italiani, i cardinale Bagnasco, dice basta

 

È ora di “purificare l’aria”. Nella prolusione al Consiglio permanente della Cei Bagnasco ha pronunciato parole severissime anche sui comportamenti personali del premier Silvio Berlusconi e sulle vicende emerse nelle scorse settimana dalle intercettazioni:


“Si rincorrono con mesta sollecitudine racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e delle vita pubblica”.

Bagnasco ha denunciato il “pansessualismo” e il “relativismo amorale”. L’analisi è chiarissima e rigorosa. Mai prima d’ora il presidente dei vescovi aveva detto parole così dure: 

“Colpisce la riluttanza a riconoscere l’esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l’impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali e al portamento richiesto dalla scena pubblica, specialmente in tempi di austerità. Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonché la reciproca, sistematica denigrazione, poiché così è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico. Mortifica soprattutto dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui”.

Bagnasco  osserva che “la mole degli strumenti di indagini” è stata “ingente” e ciò “colpisce”, così come “la dovizia delle cronache a ciò dedicate”. Ma il presidente dei vescovi consiglia di non guardare il dito ma la luna: 

“Nessun equivoco tuttavia può qui annidarsi. La responsabilità morale ha una gerarchia interna che si evidenzia da sé, a prescindere dalle strumentalizzazioni che pur non mancano. I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune. Tanto più ciò è destinato ad accadere in una società mediatizzata, in cui lo svelamento del torbido, oltre a essere compito di vigilanza, diventa contagioso ed è motore di mercato. Da una situazione abnorme se ne generano altre, e l’equilibrio generale ne risente in maniera progressiva”.

Poi il cardinale spiega che di fronte alle difficoltà delle famiglie e “al peso che provvedimenti economici che hanno caricato sulle famiglie” non si può “assecondare scelte dissipatorie e banalizzanti”:  

“La collettività guarda con sgomento gli attori della scena pubblica e l’immagine del Paese all’esterno ne viene pericolosamente fiaccata. Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto”.

Quindi rileva che “la questione morale non è un’invenzione mediatica” e quando essa “intacca la politica ha innegabili incidenze culturali ed educative”, Cioè “contribuisce di fatto a propagare la cultura di un’esistenza facile e gaudente”. Ecco perché c’è bisogno di “purificare l’aria”:  

“Chi rientra oggi nella classe dirigente del Paese deve sapere che ha doveri specifici di trasparenza ed economicità: se non altro, per rispettare i cittadini e non umiliare i poveri. Specie in situazioni come quella attuale, ci è d’obbligo richiamare il principio prevalente dell’equità che va assunto con rigore e applicato senza sconti, rendendo meno insopportabili gli aggiustamenti più austeri. È sull’impegno a combattere la corruzione, piovra inesausta dai tentacoli mobilissimi, che la politica oggi è chiamata a severo esame”

Bagnasco osserva che “l’improprio sfruttamento della funzione pubblica è grave per le scelte a cascata che esso determina e per i legami che possono pesare anche a distanza di tempo”: 

“Non si capisce quale legittimazione possano avere in un consorzio democratico i comitati di affari che, non previsti dall’ordinamento, si auto-impongono attraverso il reticolo clientelare, andando a intasare la vita pubblica con remunerazioni – in genere – tutt’altro che popolari. E pur tuttavia il loro maggior costo sta nella capziosità dei condizionamenti, nell’intermediazione appaltistica, nei suggerimenti interessati di nomine e promozioni”

Ecco allora la richiesta di mettere in campo tutte le forze disponibili per salvare la democrazia: “Solo per questa via si può salvare dal discredito generalizzato il sistema della rappresentanza, il quale deve dotarsi di anticorpi adeguati, cominciando a riconoscere ai cittadini la titolarità loro dovuta”.   Bagnasco spiega che è vitale per la democrazia la lotta all’evasione fiscale. Denuncia “le società di comodo” costruite per pagare meno tasse del dovuto e chiede che “gli onesti si sentano stimati e i virtuosi siano premiati”.   Richiama infine all’impegno dei cattolici e lascia balenare la possibilità che si faccia strada “un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita, sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni”.

Nella prolusione c’è anche un accenno alla lotta alla mafia e all’impegno della Chiesa. Il cardinale ha fatti riferimento agli attacchi ai sacerdoti impegnati in prima fila e ha detto:   “Il nostro esplicito appoggio va ai sacerdoti che sono sotto il tiro della malavita e a quanti, laici o religiosi, sono impegnati sul territorio in nome della giustizia e del rispetto della legge. Chi attacca loro, lo sappia, attacca noi tutti”. 

In allegato il testo integrale della prolusione

 
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Come dite "munnezza" in lumbard?

Già dal 2006 la Commissione antimafia segnala il trasporto abusivo di rifiuti, soprattutto tossici, dal Nord verso Campania, Sicilia e Calabria. Con l'aiuto della camorra.

01/07/2011
Cumuli di rifiuti a Napoli.
Cumuli di rifiuti a Napoli.

È un po’ colpa anche del Nord se la situazione dei rifiuti campani è così disastrosa. Di quegli “insospettabili” imprenditori che per anni hanno scaricato illegalmente – complice la camorra – i propri rifiuti nel Meridione.      

Monitorando la situazione nel casertano la Commissione antimafia aveva già da tempo messo in guardia sulla situazione dichiarando già nel 2006 che «nella Provincia venivano smaltiti rifiuti inquinanti provenienti dal Nord Italia solo formalmente conferiti nelle discariche autorizzate, ma di fatto oggetto di passaggi fraudolenti». Le indagini sulle ecomafie risalgono ancora agli anni Novanta e dicono che fin da quegli anni la Campania è stata la pattumiera degli scarti industriali del settentrione. Un traffico illecito  di rifiuti dal Nord al Sud che frutta ai clan oltre 7,5 miliardi di euro (circa 15 miliardi di vecchie lire) l’anno. Lo Stato, se volesse bonificare i luoghi contaminati dalle discariche abusive, dovrebbe spenderne oltre 75 (circa 150 di vecchie lire).

I clan hanno creato un’autostrada per i rifiuti, soprattutto tossici, che dal Settentrione giungono al Sud. Molti si fermano a metà strada, nel Lazio, e gli altri raggiungono la Calabria, la Campania e la Sicilia.     

Legambiente, e non è la sola, propone da tempo l’introduzione di un reato contro l’ambiente e la tracciabilità dei rifiuti. Così magari Bossi potrebbe tentare di trattenere in loco i rifiuti prodotti al Nord o, magari, andare a riprendersi a Napoli quelli marchiati “Lumbard doc”.

Annachiara Valle
 
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No Tav, battaglia in Valsusa

Nuove manifestazioni di protesta. Cortei autorizzati e colorati, ma anche black block e violenze, con le Forze dell'ordine che reagiscono: l'ultimo capitolo di una storia lunga 21 anni.

Un serpentone umano lungo chilometri e chilometri; teste, bandiere e canti lungo le strade che portano alla Maddalena e alle altre frazioni di montagna attorno a Chiomonte. Decine di migliaia di persona: 55 mila secondo gli organizzatori (per qualche fonte anche 70 mila), molto di meno secondo la Questura. L'Alta velocità ferroviaria Torino-Lione vive l'ennesima giornata di protesta e di scontri, di lotta e di lacrimogeni. Di cariche, di feriti su ambo i fronti (188 soltanto fra le forze dell'ordine, secondo la Questura di Torino). Più difficile fare un conteggio esatto dei feriti No Tav. Si sa che uno è stato portato al Cto di Torino, si sa che altri sei hanno avuto bisogno del trasporto in ambulanza, e  si sa, infine, che un'altra quindicina è stata medicata direttamente alla baita del presidio No Tav. Uno studente veneziano di 19 anni è ricoverato all'ospedale di Susa con un ''politrauma toracico e addominale'': sarebbe stato colpito da un candelotto lacrimogeno da distanza ravvicinata. Quattro i manifestanti arrestati, un altro denunciato.
Diversi, i cortei. Si va da quello autorizzato (affollato di gente della Valsusa, sindaci in prima fila, e poi intere famiglie, padri, madri, figli, un fitto parlare in piemontese), ad altri spezzoni ancora, fino agli attacchi al cantiere faticosamente aperto lunedì 27 giugno. Le forze di polizia parlano anche di numerosi aderenti al black-block giunti anche dall'estero.
Beppe Grillo parla ai manifestanti in Valsusa.
Beppe Grillo parla ai manifestanti in Valsusa.

 

In concomitanza con l'inizio del corteo principale anti Tav, le autorità hanno fatto chiudere, per ragioni di sicurezza, l'autostrada A32 nel tratto Bardonecchia-Susa, dopo che ignoti avevano lanciato sassi dall'area sovrastante la galleria Cels sulle due carreggiate. Già ieri la circolazione verso la Francia e quella in senso contrario risultavano rallentate per via del rafforzamento del cantiere vegliato da nutriti reparti di Polizia, Carabinieri e della Guardia di Finanza.  La Questura di Torino, inoltre, ha reso noto che nel corso di mirate bonifiche nell'area del cantiere in località La Maddalena, è stato rinvenuto un contenitore con 14 bombe carta.

In Valsusa «state facendo una rivoluzione straordinaria, siete tutti eroi, le campane suonano per tutta l'Italia che ci sta guardando attraverso la rete». Lo ha detto Beppe Grillo parlando a centinaia di manifestanti radunati a Chiomonte per la manifestazione No Tav. «La Torino-Lione è la più grande truffa del secolo», ha ancora affermato Beppe Grillo, «pensare di fare viaggiare le merci a 300 all'ora è roba da anni Settanta, il futuro è fare viaggiare meno le merci, è il regionalismo». Grillo ha poi accusato le forze dell'ordine di usare gas lacrimogeni «che sono proibiti, armi da guerra cancerogene».
«In Valsusa gli eroi sono i poliziotti e gli operai, non i manifestanti nè tantomeno i delinquenti che tirano le pietre». Pier Ferdinando Casini, dal suo profilo su Facebook, risponde così a Beppe Grillo che, a seguito degli scontri avvenuti oggi in Val di Susa, ha definito ''eroi'' i No Tav.
«I fatti che avvengono in queste ore in Val di Susa con le forze dell'ordine attaccate violentemente mentre difendono il cantiere, sono allarmanti e assolutamente inaccettabili». Lo afferma il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. «Qui non si tratta più di come si fa una ferrovia»,  aggiunge Bersani: «Qui si tratta di come funziona una democrazia. Isolare, condannare la violenza e ripudiarne ogni presunta giustificazione è un dovere elementare di tutte le forze politiche e delle persone civili. Su questo concetto non è per noi tollerabile nessun equivoco».
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, condanna con decisione quella che definisce «violenza eversiva» in Valsusa e chiede a tutte le istituzioni e le componenti politiche democratiche di fare altrettanto. Il Capo dello Stato interviene in serata con una durissima nota nella quale attribuisce la responsabilità dei veri e propri atti di guerriglia a «gruppi addestrati» a queste pratiche. Da qui l'invito alle forze dello Stato a «vigilare» e a intervenire con la «massima fermezza».


Valsusa, domencia 3 lugligo 2011. Un momento del corteo pacifico e autorizzato. Foto: Ansa.
Valsusa, domencia 3 lugligo 2011. Un momento del corteo pacifico e autorizzato. Foto: Ansa.

 

Quello che si sta vivendo in queste ore è l'ultimo capitolo di una storia che si trascina da 21 anni. Tutto comincia infatti nel giugno 1990, quando, in un summit a Nizza, in Costa Azzurra, i Governi italiano e francese convergono sull'opportunità di studiare un nuovo collegamento tra i due Paesi. La versione veloce e ultramoderna della Torino-Lione appare per la prima volta in un testo legislativo italiano del settembre 1994: l'articolo 5 della Finanziaria prevede lo stanziamento di fondi per progettarla. L'accordo intergovernativo per la realizzazione della ferrovia viene firmato il 29 gennaio 2001 a Torino: il Trattato verrà poi ratificato dal Govcerno italiano il 19 settembre 2002.
Valsusa, domenica 3 luglio. Il corteo principale dei No Tav (autorizzato e pacifico). Foto: Ansa.
Valsusa, domenica 3 luglio. Il corteo principale dei No Tav (autorizzato e pacifico). Foto: Ansa.

 

Intanto si mobilita la protesta popolare, guidata da diversi sindaci della Valsusa. Considera l'opera troppo dispendiosa, denuncia un'insostenibile ricaduta sull'ambiente, e teme seri danni per la salute. Dopo i gravi incidenti de dicembre 2005 per tentare di redigere un progetto più condiviso nasce un Osservatorio guidato del commissario di Governo Mario Virano. Nel novembre 2007 l'Unione europea assegna a Francia e Italia un contributo di 671,8 milioni di euro per la parte comune della Torino-Lione.

Tra il 2006 e il 2010, l'Osservatorio fa sì che venga redatto un n uovo progetto più realistico e attento al territorio: su 130 chilometri in territorio italiano, 116 saranno in galleria. Le parti di linea in superficie dovrebbero essere solo due: la piana di Susa, dove sbuca il tunnel di base proveniente dalla Francia e dove dovrebbe veder la luce una nuova stazione internazionale, nonché lo scalo merci di Orbassano. La parte centrale è il tunnel di base, un vero e proprio nuovo Frejus, lungo 57 chilometri, di cui 46 in territorio francese e circa 12 in territorio italiano.

Alberto Chiara (© FC -San Paolo)
 
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