Dopo 21 anni

Trionfa « Cesare deve morir e », film girato nel carcere di Rebibbia.

“Quando recito mi sembra di potermi perdonare”. Il detenuto-attore di Rebibbia lo confessa alla moglie nell’ora di visita. Ed è a lui, e ai suoi compagni, che Paolo e Vittorio Taviani dedicano l’Orso d’oro per il loro Cesare deve morire, “perché anche un detenuto su cui pende una terribile condanna conosciuta come “il Fine pena mai” è e resta un uomo”.
Commozione e ovazioni per loro al festival di Berlino che alla 62ma edizione riporta in alto il cinema italiano premiando un film importante, denso di significato politico e indubbiamente rischioso, strutturato su un testo eterno come il Giulio Cesare di Shakespeare girato nella sezione di Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia.
A oltre 80 anni a testa, eccoli in trionfo Paolo e Vittorio Taviani, pieni di grinta giovanile e di un’umanità ricca di pìetas. “Ci è difficile parlare in questo momento. Ringraziamo una giuria che stimiamo infinitamente. E speriamo che questo film possa convincere anche un solo spettatore che anche chi si è gravato di una colpa tremenda resta un uomo. Grazie alle parole sublimi e semplici di Shakespeare questi detenuti sono tornati alla vita per alcuni giorni, pochi, ma vissuti con grande passione, e a loro va il nostro saluto”.
Chissà se gli attori dentro le celle avranno potuto assistere a questi attimi, per loro unici. Li hanno ringraziati tutti, uno per uno, chiamandoli per nome, come si fa con i compagni di lavoro.
La vittoria dei fratelli Taviani a Berlino non solo riposiziona il cinema italiano in cima a un palmares internazionale di prim’ordine (l’ultimo Orso d’oro tricolore risale al 1991 con La casa del sorriso di Marco Ferreri), ma soprattutto rimette al centro del dibattito la questione delle carceri. “Quanto allo strazio in cui versa la situazione attuale delle case di reclusione in Italia, possiamo solo sperare che un film che parla di detenuti in gran parte condannati al “Fine pena mai” possa riportare attenzione su questi esseri umani, questi “guardatori di soffitti” come ci hanno chiesto di essere definiti, aiutando il pubblico a riflettere diversamente su questa complessa realtà”.

Bottone Radici

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