Ritratto di famiglia

Matrimoni civili, religiosi e unioni di fatto: come e perché si è trasformata in un secolo e mezzo la famiglia, che in Italia sembrava immutabile.

Sulmona (L’Aquila), Natale 1992: una famiglia è seduta intorno alla tavola. A un capo, una donna con una pentola di pasta al sugo, all’estremo opposto suo marito. Sullo sfondo la tv accesa, sintonizzata su Rai Uno. Prima canta Jovanotti “E allora, muoviti muoviti” poi Loredana Berté. Attorno alla tavolata figli, nuore, generi e nipoti. È una delle scene clou di Parenti serpenti, film di Mario Monicelli, il regista (recentemente scomparso) che meglio di altri ha saputo cogliere i mutamenti dei caratteri nazionali. Una metafora amara della crisi della famiglia, secondo molti vampirizzata dai valori imposti dal mezzo televisivo. Quella cena dal sapore antico, quasi patriarcale, termina infatti con un doppio omicidio, programmato dai figli per non prendersi cura dei genitori anziani. Ma è giunta davvero l’ora del requiem per la famiglia italiana? Non necessariamente. Anche se negli ultimi 150 anni i mutamenti sono stati davvero epocali.
Patriarchi. Il modello patriarcale, dominante (soprattutto per ragioni ereditarie) nel nostro paese, entrò in crisi già nel corso dell’800 sulla spinta della rivoluzione industriale. Una crisi che trascinò con sé un sistema di valori secolari: in primis il ruolo del pater familias, padre e padrone che organizzava l’intera vita del “casato”. Non solo il nucleo composto da marito, moglie e figli, ma anche fratelli, nonni, cugini e in alcuni casi mezzadri (gli amministratori dei terreni). Un clan insomma, il cui potere si rifletteva sull’intera comunità, sostegno e specchio della famiglia.
L’economia agricola dettava i valori della famiglia: spirito religioso, vocazione al sacrificio, attaccamento al lavoro e legame con la comunità locale. È la società descritta nell’Albero degli zoccoli, film del 1978 di Ermanno Olmi, uno spaccato di vita in una cascina bergamasca tra l’autunno 1897 e la primavera 1898. Ma anche la realtà descritta negli stessi anni dal siciliano Giovanni Verga nei Malavoglia, storia di una famiglia patriarcale di Acitrezza (Catania), quella di padron ’Ntoni. È la storia di uno dei primi conflitti generazionali italiani, con il giovane ’Ntoni “bighellone di vent’anni, che si buscava tuttora qualche scappellotto dal nonno, e qualche pedata più giù per rimettere l’equilibrio, quando lo scappellotto era stato troppo forte”.
Erano gli anni in cui i figli davano del voi ai genitori. In cui i fidanzati si incontravano solo alla presenza dei parenti. In cui durante la prima notte di nozze la suocera entrava nella camera nuziale per spegnere la luce. In cui i matrimoni erano combinati spesso dalla famiglia, solitamente in base ai possedimenti terrieri. In cui la famiglia era salda, sì, ma quasi mai un luogo di libertà.

Giuliana Rotondi

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