ROCCO FEMIA

Capita che un Paese, osservato da lontano, brilla più del dovuto. È ciò che accade oggi all’Italia, diventata in Francia in una favola politica fatta di stabilità, efficienza, autorità ritrovata. La distanza, si sa, abbellisce sempre.

Questo numero 142 si assegna un compito semplice e necessario: guardare l’Italia da vicino, là dove le sfumature tornano a imporsi e rivelano ciò che i racconti politici, mediatici o culturali preferiscono spesso tenere in ombra.

I dati di Caritas, Banca Italia, Eurostat e Istat lo mostrano senza enfasi né melodrammi: le disuguaglianze crescono, i salari reali sono fermi da trent’anni, la crescita è lenta, e quasi sei milioni di italiani vivono in condizioni di povertà. Una situazione che non nasce dal destino, ma da una lunga sequenza di scelte politiche fallimentari, condivise dalla destra come dalla sinistra. Intanto, la comunicazione ufficiale parla di un Paese che “avanza”; i numeri raccontano un Paese che resiste, spesso con coraggio, ma non senza stanchezza.

Il nuovo rapporto Censis aggiunge una dimensione più intima e inquieta: un’Italia che invecchia, che guarda al futuro con più ansia che ambizione, dove un terzo della popolazione ritiene che modelli autoritari siano “più adatti” ai tempi attuali. È il cuore del nostro articolo sull’Italia reale. Non è un’opinione: lo dice un rapporto indipendente. Un Paese che non crede più nelle proprie istituzioni, né a Bruxelles, e che affida la propria fiducia a figure simboliche, il Papa in primo luogo, più che alla politica. È in questo clima che si colloca il “fenomeno Meloni”: non tanto una causa, quanto il sintomo di un’Italia che chiede protezione più che cambiamento.

Un altro terreno fragile riguarda la libertà di informare. L’attentato (una bomba sotto la sua macchina) contro il giornalista Sigfrido Ranucci, anima della trasmissione Report sulla RAI, non è un semplice avvertimento, è un segnale netto: nell’Italia del 2025, la libertà di stampa vacilla. Uno slittamento inquietante, in cui il giornalismo d’inchiesta diventa un atto di resistenza civile.

In questo numero vi proponiamo un’analisi che mette in luce il lavoro essenziale di chi continua, nonostante tutto, a raccontare ciò che altri preferirebbero tacere.

E perché un anno non si comprende solo attraverso i fatti, ma anche grazie alle parole che lo raccontano, Lorenzo Tosa propone dieci parole che hanno segnato il 2025: le piazze che si riempiono, le fratture istituzionali, i lutti che uniscono, le tensioni internazionali… e l’esplosione sportiva del tennis italiano, capace di ridefinire l’immaginario del Paese. Dieci parole come altrettante finestre aperte sull’Italia di oggi.

Questo numero accoglie anche una storia che viene da lontano ma parla al presente: quella delle mondine di Arles, novantasei operaie italiane i cui nomi, ricamati su una bandiera ritrovata per caso, restituiscono vita e voce a un capitolo dimenticato dell’emigrazione italiana. Una vicenda di solidarietà femminile e coraggio quotidiano, un patrimonio che RADICI sente il dovere di trasmettere. Un ringraziamento sincero alla rivista L’Arlésienne, il cui lavoro attento ci ha permesso di approfondire questa memoria.

Lo sguardo cambia poi prospettiva e si sposta verso l’Italia che si racconta da sé. Giovanni Floris, una delle voci più autorevoli dell’informazione italiana, nel suo libro Asini che volano interroga con finezza la scomparsa dell’autoironia nazionale, arma segreta del cinema italiano, e mostra cosa accade a un Paese quando perde quella capacità di ridere di sé che lo aveva sempre difeso.

E poiché nessuna comprensione del presente è possibile senza memoria, proseguiamo il nostro viaggio nella storia italiana con un nuovo capitolo dedicato al Ventennio fascista: laboratorio del totalitarismo moderno, le cui ombre lunghe continuano ancora oggi a proiettarsi sull’Europa.

Ma l’Italia non si lascia mai ridurre alle sue scosse e ai suoi allarmi. Vive anche nei territori, nelle cucine, nei gesti, nelle lingue, nei paesaggi: un Italia silenziosa e testarda, che attraversa le crisi con una continuità che i suoi governi non hanno mai saputo garantire.

È lo spirito della nuova rubrica Sapori, affidata a Edda Onorato: due regioni per numero, tre piatti, tre parole chiave per raccontare l’identità viva di un Paese. E la stessa Italia paziente e misurata ci accompagna nell’itinerario dedicato a Lucca, città discreta che apre questo numero. Una città che ricorda come esista un’Italia che non grida, non si esibisce, ma dura.

Guardare un Paese come si percorrono le strade di Lucca: senza fretta, senza illusioni, senza slogan. È ciò che proviamo a fare. E forse è questo il modo più onesto di amare l’Italia: accoglierla per ciò che è, complessa, vulnerabile, magnifica, e non per ciò che vorremmo che fosse.

A tutte e a tutti, un 2026 lucido, curioso e aperto: è l’augurio più sincero e bello che possiamo formulare.

R.F.

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Rocco Femia, éditeur et journaliste, a fait des études de droit en Italie puis s’est installé en France où il vit depuis 30 ans.
En 2002 a fondé le magazine RADICI qui continue de diriger.
Il a à son actif plusieurs publications et de nombreuses collaborations avec des journaux italiens et français.
Livres écrits : A cœur ouvert (1994 Nouvelle Cité éditions) Cette Italie qui m'en chante (collectif - 2005 EDITALIE ) Au cœur des racines et des hommes (collectif - 2007 EDITALIE). ITALIENS 150 ans d'émigration en France et ailleurs - 2011 EDITALIE). ITALIENS, quand les émigrés c'était nous (collectif 2013 - Mediabook livre+CD).
Il est aussi producteur de nombreux spectacles de musiques et de théâtre.