Il mare primordiale e la barriera corallina hanno dato origine alle rocce uniche delle Dolomiti. Fare escursioni e arrampicate nelle Dolomiti è come camminare in una meraviglia naturale che risveglia anche i sensi e ci immerge nella leggenda.

FRANCESCA REOLON

Il fuoco, si sa, è seducente ma pericoloso allo stesso tempo. Quanto ci si può avvicinare alle braci? Quand’è che il magico bagliore diventa irrimediabilmente pericoloso? Chi si trovava ai piedi della Marmolada, più di 200 anni fa, si poneva proprio queste domande. Durante il giorno, la vetta più alta e iconica con i suoi 3343 metri di altezza, si erge come una parete frastagliata bianca e grigia sopra i verdi prati alpini. Per questo è chiamata la Regina delle Dolomiti. Ma prima del tramonto accade qualcosa che per gli abitanti della valle è difficile da spiegare: le cime si trasformano e iniziano a illuminarsi al crepuscolo, passando dal rosa pallido all’arancione fino a un gioco di colori rosso intenso dall’aspetto surreale. Come se delle forze sopite si fossero improvvisamente accese, la montagna prende letteralmente fuoco. Il fenomeno è noto. Si tratta della dispersione della luce nell’atmosfera in funzione della lunghezza d’onda della luce stessa, estremamente favorita dall’alto contenuto di magnesio della roccia dolomitica. All’inizio del XIX secolo, la conoscenza della fisica era diffusa solo in modo rudimentale nel mondo alpino. A ciò si aggiunge il fatto che la Chiesa aveva ancora il potere di interpretare questi fenomeni naturali. Inoltre, essa considerava le imponenti montagne che attraversavano la volta celeste come segni e luoghi di vette sacre. Erano opera di Dio, contemplate con riverenza e allo stesso tempo suscitavano un desiderio di terra. 

È il caso del parroco di Ornella, una frazione del comune di Livinallongo del Col di Lana, in provincia di Belluno. Don Giovanni Costadèi aveva già compiuto diverse ascensioni in solitaria quando, in una calda giornata di agosto del 1802, riunì per la prima volta altri correligionari amanti della natura e un amico medico. Fu la prima spedizione di gruppo sul massiccio della Marmolada.

Il regno dei monti pallidi 

Vicino al cielo: i pionieri avevano quasi raggiunto la cima di Punta Penia attraverso il passo Fedaia. Mancavano solo cinquanta metri alla vetta quando decisero di fermarsi su un contrafforte. Euforici per il panorama a oltre 3.000 metri, iniziarono la discesa. Era l’imbrunire e don Giuseppe Terza, un sacerdote della Val Badia che faceva parte del gruppo, si staccò, ignorando tutti gli avvertimenti. Voleva forse tenere d’occhio i camosci? O scoprire l’intensità dell’incendio che a quell’ora si sprigionava dalle Dolomiti? Dalla relazione conservata nell’archivio parrocchiale di Livinallongo, possiamo solo ipotizzare le sue motivazioni. L’unica cosa certa scritta in quel resoconto è che don Giuseppe Terza non è mai tornato dalle Dolomiti, probabilmente inghiottito da un crepaccio. “Riposa in pace”, si legge nel libro parrocchiale.

La tragedia del 1802 dissuase molti abitanti della montagna avventurarsi ulteriormente in un regno inquietante abitato da creature mitiche e spettrali. Lasciarono questo compito ai botanici e ai geologi di tutta Europa. Volevano osservare da vicino le formazioni rocciose, a volte bizzarre, formatesi nelle Alpi oltre 200 milioni di anni fa. Originariamente le formazioni delle Dolomiti note come “Monti Pallidi”, si estendevano dalla Val Pusteria a nord fino al fiume Piave a sud, e dalla Val di Sesto orientale alle valli dell’Adige e dell’Isarco occidentali. Nel 1789, il mineralogista e nobile francese Déodat Gratet de Dolomieu fece un’importante scoperta durante una serie di test: la roccia non era per niente calcarea, come si pensava da tempo, ma composta da carbonato di calcio e magnesio. Dolomiti divenne il nuovo nome della montagna e iniziò l’inevitabile ascesa della montagna nel mito.

Da pellegrini ad alpinisti

I pionieri cristiani, la cui missione sulla Marmolada si era conclusa tragicamente nel 1802, trovarono un successore solo sei decenni dopo. Nel 1864, l’austriaco Paul Grohmann, nativo di Vienna – le Dolomiti fecero parte dell’area d’influenza della Repubblica Alpina fino alla fine della Prima Guerra Mondiale –, non solo compì l’ascensione completa della Punta Penia, ma stabilì anche un termine completamente nuovo, quello di “alpinista” appunto. Per lui non era più l’utilità scientifica ad essere in primo piano, ma la sfida sportiva della conquista di una montagna imponente. 

Sulla scia di questi eventi, nel 1869 i tedeschi fondarono la prima sezione altoatesina del Club Alpino. Il club iniziò a formare guide e a costruire rifugi per far fronte all’afflusso di appassionati di montagna e avventurieri. I club alpini, passarono in seguito sotto la responsabilità dell’Italia, e sono ancora oggi la spina dorsale del turismo nelle Dolomiti. Vie ferrate, sentieri panoramici mozzafiato o escursioni professionali sulle cime: l’attrattiva del paesaggio montano, inserito dal 2009 nel Patrimonio naturale dell’Umanità, è intatta. E non solo per gli scalatori: ai piedi di una sessantina di montagne che superano i 3.000 metri, i vacanzieri cercano anche la magia che emana da queste cime orgogliosamente erette delle Alpi. 

Il grande alpinista Reinhold Messner, cresciuto nella valle del comune di Funes, nella provincia autonoma di Bolzano, ha contemplato fin da piccolo queste montagne. Reinhold trascorreva le settimane estive con i genitori in un alpeggio a 2000 metri di altitudine. Giocava con il fieno, badava alle mucche e, soprattutto, si arrampicava. Per l’agile ragazzino, il momento culminante era quando riusciva a scalare la montagna locale, il Sass Rigais. Era un mondo nuovo che si estendeva dietro l’orizzonte di una valle stretta e silenziosa, e che scoprì sotto la guida premurosa del padre, un alpinista esperto. Così all’età di cinque anni, Reinhold Messner scalò la prima della lunga serie di vette di oltre 3.000 metri che marcarono la sua vita di alpinista. “Se sono sopravvissuto alla mia vita di alpinista estremo, lo devo a queste esperienze infantili nel mondo ancestrale delle cime Geisler“.

La benedizione e la maledizione del turismo di montagna

La casa d’infanzia di Reinhold Messner non è più così tranquilla come nei primi anni Cinquanta. Come altrove nelle Dolomiti, gli abitanti non vivono più principalmente di agricoltura. Il turismo di montagna è diventato la principale fonte di reddito. In inverno, il carosello sciistico, l’associazione delle dodici regioni sciistiche, è in piena attività e fermento. In estate, un numero sempre maggiore di alpinisti – dai free climber ai mountain biker – affolla un territorio la cui flora e fauna richiedono una maggiore protezione. Per questo Reinhold Messner è diventato una sentinella duratura che veglia su queste cime. 

L’ambizione sportiva alpina, da Messner stesso incoraggiata, è ormai fuori discussione, ma ha una preoccupazione. E chiede ancora una volta più rispetto per la natura, che produce meraviglie come le Dolomiti. E torna a chiedere più rispetto per la natura, che produce meraviglie come le Dolomiti, che assomigliano a una barriera corallina in via di estinzione. Un tempo la regione non era altro che un fondale marino tra i continenti africano ed europeo. 

Quando la placca continentale africana iniziò il suo percorso 100.000 anni fa, spinse la barriera corallina verso l’alto. Le pieghe che si formarono e le rocce ricche di fossili diedero origine a quell’insolita opera d’arte naturale che sono le Dolomiti. 

Nella cultura ladina, il rispetto per il potere organizzatore delle forze della terra è espresso in numerose leggende. Una delle più belle è quella che racconta l’origine del nome tedesco del gruppo del Rosengarten o Rosengartengruppe (in italiano Gruppo del Catinaccio e in ladino Ciadenac o Vaiolon). Arrestato dopo aver rapito la principessa Similde, figlia del re dell’Adige, di cui si era innamorato, il re dei Nani, Laurino, molto irritato, decise di fare sparire per sempre nella pietra, lontano dagli occhi degli uomini, il suo magnifico roseto. Si dimenticò però di includere il tramonto alla sua maledizione. Così all’imbrunire, le vette delle Dolomiti s’infiammano. L’enrosadira, che deriva dalla parola ladina rosadüra o enrosadöra significa “colorarsi di rosa”, ed è una luce che sembra fuori dal mondo, un’esperienza vissuta da ogni escursionista o alpinista sulle Dolomiti. E, nel silenzio dell’alba, questo momento di dolorosa bellezza è ancora più intenso, tanto che lascia un segno incancellabile. Un’esperienza che vale da sola il viaggio.