Un viaggio tra il mare Adriatico e gli Appennini, attraverso la seconda regione più piccola d’Italia dopo la Valle d’Aosta, una delle meno conosciute.
VALERIA ZUCCONI
Il Molise mette in difficoltà chiunque provi a raccontarlo: non perché manchino luoghi o storia, ma perché qui la scorciatoia non funziona. Dal punto di vista geografico e storico, la regione è tutt’altro che periferica. È una terra di passaggio tra Adriatico e Appennino, tra costa e interno, tra sistemi economici e culturali differenti. Per secoli vi sono transitati eserciti, greggi, commerci e tante lingue. La regione del Molise ha funzionato nella realtà – economia, passaggi, lavoro, culture, adattamenti – ma non è mai diventata un’immagine forte, un simbolo condiviso, un racconto nazionale o internazionale. Questa condizione ha prodotto effetti concreti: città di dimensioni contenute, prive di monumenti dominanti, seppur belli; ma anche economie che hanno saputo adattarsi e comunità abituate a durare senza necessariamente imporsi come modello.
È anche per questo che oggi il Molise viene spesso raccontato male: o con l’ironia di chi lo considera marginale, quasi inesistente, oppure con un entusiasmo forzato che cerca di renderlo “straordinario” a ogni costo. Due atteggiamenti opposti che producono lo stesso effetto: non prendere sul serio la sua realtà. Entrambi gli approcci evitano la stessa cosa: fare i conti con un territorio che non si presta a essere semplificato.
Ed è proprio qui che un viaggiatore francese può fare qualcosa che in Italia si sta perdendo: scoprire invece di riconoscere. Non la cartolina, ma il funzionamento reale di una terra che si è costruita nel tempo, attraverso il lavoro, i passaggi, le convivenze. Questo reportage nasce da qui: non come guida turistica, ma come una proposta di luoghi concreti per capire come una regione può esistere senza icone dominanti.
TERMOLI
La soglia marittima
Termoli è il principale centro urbano della costa molisana che abbia costruito la propria storia guardando stabilmente l’Adriatico, con lo sguardo rivolto verso la Croazia e il Montenegro; è anche l’unico porto della regione. Non è un dettaglio geografico, ma una differenza strutturale. Per secoli, mentre l’interno della regione era organizzato attorno alla pastorizia e ai percorsi della transumanza, Termoli ha vissuto di pesca, scambi costieri e relazioni marittime con l’altra sponda del mare.
Il borgo antico di Termoli nasce, del resto, come risposta a una condizione di esposizione permanente. Costruito su uno sperone roccioso affacciato sul mare, non si espande: si chiude, si compatta, si difende. Per secoli la città ha vissuto con la consapevolezza di essere visibile e vulnerabile, affacciata su un Adriatico che era insieme risorsa e minaccia.
Questa logica di compressione dello spazio si legge anche nella micro-morfologia urbana. Nel borgo antico si trova la rejecelle, un vicolo largo appena 34 centimetri, considerato tra i più stretti d’Italia. Non è una curiosità turistica, ma il risultato estremo di una città che ha costruito la propria forma sul controllo degli accessi e sulla riduzione delle superfici esposte.
Il castello, riorganizzato in età sveva nel XIII secolo su strutture precedenti, non voleva essere un segno di prestigio urbano, ma uno strumento di controllo: del porto, della costa, dei traffici e degli accessi dal mare. La stessa forma della città deriva da questa funzione primaria. Termoli non cresce per rappresentarsi, ma per resistere.
Anche la cattedrale di Tarsi partecipa di questa logica adriatica. Conosciuta sotto il nome di cattedrale di Santa Maria della Purificazione, le reliquie di San Basso e di San Timoteo (compagno dell’apostolo Paolo di Tarsia) ci sono custodite. Viene edificata tra XI e XII secolo in una fase in cui Termoli è pienamente inserita nei circuiti del medio Adriatico. Il suo romanico non guarda verso l’interno, ma verso sud e verso est: Puglia normanna, coste balcaniche, rotte marittime. presenta una bella facciata romanica ed è attraversata da un portale gotico.
Le reliquie di San Timoteo, giunte via mare e riscoperte in epoca moderna, non sono un episodio devozionale isolato. Confermano che Termoli non è soltanto una città di pesca o di difesa, ma un punto di passaggio anche simbolico, capace di assorbire culti, influenze e autorità religiose che viaggiano sull’acqua prima che sulla terra.
Accanto a San Timoteo, la cattedrale custodisce anche le reliquie di San Basso, patrono della città. Ogni anno, il 3 agosto, la sua festa culmina in una processione a mare che coinvolge l’intera comunità, in particolare quella dei pescatori. Numerose barche seguono il simulacro caricata su di un peschereccio lungo la costa, trasformando il mare, per una volta, da spazio di esposizione e rischio in luogo di appartenenza condivisa.
Lungo la costa, i trabucchi raccontano l’altro volto di questa storia. Non folklore, ma ingegneria povera. Si tratta di macchine da pesca, costruite su pali infissi nella roccia o nel fondale, che permettevano di calare grandi reti in mare senza prendere il largo, riducendo i rischi di una navigazione spesso difficile e imprevedibile.
Il nome viene probabilmente dal latino trabes, travi: allude alla struttura stessa dell’impianto, fatta di legni incrociati, passerelle, argani manuali. Il funzionamento è semplice e ingegnoso: la rete viene calata e sollevata con un sistema di funi, sfruttando correnti e passaggi dei pesci, senza inseguirli.
I trabucchi sono il prodotto di una costa povera di porti naturali e di una marineria prudente. Non raccontano l’avventura, ma l’adattamento. Non l’espansione, ma il controllo del rischio. In questo senso, appartengono pienamente alla logica del Molise: fare molto con poco, durare senza esporsi, lavorare sul limite tra terra e mare.
Esiste anche un dato meno visibile ma significativo: a Termoli si incrociano il 42° parallelo Nord e il 15° meridiano Est, quest’ultimo meridiano centrale del fuso orario dell’Europa centro-occidentale. Per questo il meridiano è talvolta chiamato Termoli–Etna e la città viene soprannominata la “Greenwich del Mare Adriatico”. Un primato discreto, non celebrato, che colloca Termoli come punto di riferimento funzionale più che simbolico.
In questo senso, Termoli introduce una chiave di lettura per capire il Molise: sul mare, l’adattamento ha preso la forma della difesa, del culto e della pesca. Nell’interno, la stessa logica produrrà altri sistemi – primo fra tutti quello dei tratturi – che collegano l’Adriatico agli Appennini senza concentrare funzioni in un unico centro.
I TRATTURI
Le grandi strade d’erba del Molise
I tratturi sono antiche vie di comunicazione pubbliche. Va chiarito un punto essenziale: i tratturi non nascono per collegare il Molise, perché il Molise, come regione, non esisteva. Per secoli questi percorsi hanno messo in relazione l’Appennino abruzzese e le pianure pugliesi, attraversando territori che solo molto più tardi sarebbero stati definiti “molisani”. In questo sistema, il Molise non è un’origine né una destinazione, ma una terra di attraversamento strutturale.
Non sentieri né percorsi spontanei: nati in epoca preromana e organizzati in modo stabile in età romana e medievale, sono vere e proprie infrastrutture destinate alla transumanza, lo spostamento stagionale delle greggi dagli Appennini alle pianure pugliesi.
Il nome viene dal latino tractoria, via di transito, da trahere, trascinare, condurre. Non indica quindi un paesaggio pastorale indistinto, ma un atto regolato di movimento. I tratturi erano strade a tutti gli effetti, riconosciute dal potere pubblico, iscritte nei catasti, difese dagli usi privati.
I grandi tratturi raggiungevano una larghezza di 111 metri – misura fissata in età aragonese – sufficiente a far transitare migliaia di animali insieme agli uomini che li accompagnavano. Erano beni demaniali, con confini precisi, controllati e sorvegliati: una rete viaria alternativa, fatta d’erba anziché di pietra.
Il più importante è il Tratturo Celano-Foggia, lungo oltre duecento chilometri, che attraversa il Molise da nord-ovest a sud-est. Per secoli è stato percorso due volte l’anno: in autunno verso la Puglia, in primavera verso le montagne. Lungo questi tracciati non circolavano solo pecore. Circolavano salari, contratti, notizie, abitudini alimentari, parole. I tratturi erano spazi di lavoro, di incontro e di scambio.
Una curiosità spesso ignorata: i tratturi non erano linee vuote. Ai loro margini si sviluppavano taverne, stazioni di sosta, recinti, chiese rurali, e interi paesi nascono o crescono in relazione a questi passaggi. Ancora oggi, osservando una carta del Molise, molti allineamenti apparentemente casuali di borghi e strade diventano leggibili solo seguendo il tracciato dei tratturi.
Con il declino della transumanza, tra XIX e XX secolo, molti tratturi sono stati occupati, ridotti, frammentati. Tuttavia non sono scomparsi. Oggi una parte è riconoscibile nel paesaggio; alcuni tratti sono utilizzati per escursionismo, ippovia, cammini storici, altri restano inglobati in aree agricole. Oggi non hanno più una funzione economica centrale, ma il loro valore territoriale e culturale è crescente, anche grazie al riconoscimento nel 2023 della transumanza come patrimonio culturale immateriale UNESCO.
Capire i tratturi significa capire questo: per secoli, il Molise non si è organizzato intorno a una città che attirasse tutto verso di sé, ma intorno a percorsi che attraversavano il territorio. Prima di essere una regione di paesi, è stata una terra di passaggi, dove il movimento ben organizzato contava più dell’accumulazione.
TRE PAESI, UNA LINGUA
Il Molise croato
Nel Basso Molise esiste una minoranza linguistica storica che non ha nulla di simbolico o residuale. In tre comuni – Acquaviva Collecroce, Montemitro e San Felice del Molise – si parla ancora oggi una varietà di lingua slava meridionale, nota localmente come na-našu (alla nostra maniera). È il croato molisano, una lingua che non si incontra nei manuali turistici, ma nella vita quotidiana.
L’origine di questa presenza è relativamente precisa. Tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, gruppi di popolazioni provenienti dall’area dalmata e balcanica si insediano in queste zone, in fuga dall’avanzata ottomana. Il Regno di Napoli favorisce l’insediamento in territori allora spopolati, offrendo terre e una certa autonomia comunitaria.
Oggi la comunità conta alcune migliaia di persone. Le proporzioni variano: il croato è più presente ad Acquaviva Collecroce e Montemitro, più fragile a San Felice del Molise. La lingua è riconosciuta ufficialmente dallo Stato italiano come minoranza linguistica storica ed è presente nella segnaletica, in alcune attività scolastiche, nella vita culturale locale. Non è però una lingua “di scena”: il suo uso quotidiano resta limitato, spesso familiare, talvolta intermittente, legato a situazioni precise più che a un’affermazione identitaria permanente.
Ciò che rende questo caso particolarmente interessante non è la semplice sopravvivenza, ma la trasformazione. Il croato molisano non è identico al croato standard contemporaneo: ha conservato forme arcaiche, ha assorbito lessico italiano, ha perso parti del suo uso originario. È una lingua che si è adattata, come il territorio che l’ha accolta. Non è rimasta intatta; è rimasta viva, accettando di cambiare.
Queste comunità non vivono ai margini del Molise. Hanno condiviso per secoli la stessa economia agricola, gli stessi ritmi stagionali, gli stessi spostamenti lungo i tratturi. Ancora una volta, la storia locale non è quella di un’identità isolata, ma di una sedimentazione: una lingua arrivata da lontano che ha trovato spazio senza cancellare né essere cancellata.
Per un lettore francese, il Molise croato è forse il vero “fuori guida”. Non perché sia pittoresco, ma perché pone una domanda profondamente europea: che cosa resta di una lingua quando non è più necessaria dal punto di vista pratico, ma continua a essere parlata? E che cosa si reinventa, perché quella lingua abbia ancora un senso oggi?
PIETRABBONDANTE
Ll Molise prima di Roma
Se c’è un luogo che obbliga a rivedere l’idea di “Italia antica”, è Pietrabbondante. Qui non siamo davanti a una rovina isolata, ma al principale santuario dei Sanniti Pentri, il cuore politico e religioso di una federazione che Roma ha dovuto conquistare con fatica. Accanto ai Pentri vivevano altri gruppi affini, come i Frentani lungo la fascia adriatica. Condividevano lingua, culti e un pantheon simile, distinguendosi soprattutto per territori e assetti politici: non popoli separati, ma articolazioni di uno stesso sistema appenninico.
Il complesso, databile tra il II e il I secolo a.C., unisce tempio e teatro in un’unica struttura. Non è una scelta estetica. È una dichiarazione politica: il luogo del culto e quello dell’assemblea coincidono. Qui si celebravano i riti, ma qui si prendevano anche decisioni. La disposizione degli edifici racconta un potere condiviso, federale, lontano dal modello urbano romano fondato su una capitale dominante.
Il teatro, orientato verso la valle, è uno degli elementi più sorprendenti. Non è pensato per lo spettacolo nel senso moderno, ma per l’ascolto e la partecipazione. Le sedute in pietra, con braccioli scolpiti, indicano una comunità strutturata, attenta alla funzione pubblica dello spazio. È un’architettura che parla di rappresentanza prima ancora che di intrattenimento.
Pietrabbondante aiuta a capire un tratto profondo del Molise: la presenza di culture forti, organizzate, che non hanno lasciato grandi città ma luoghi decisionali. La romanizzazione non cancella tutto, ma ingloba e trasforma. E proprio perché Roma vince, questi centri vengono progressivamente marginalizzati, fino a scomparire dal racconto dominante.
Oggi il sito colpisce per la sua posizione elevata e per l’assenza di un contesto urbano intorno. Ma è un errore leggerlo come isolamento. Pietrabbondante era al centro di una rete di percorsi e relazioni che attraversavano l’Appennino. Non una periferia, ma un nodo. Un nodo che non ha mai voluto diventare capitale.
Questa è una delle chiavi per leggere il Molise: una terra in cui il potere si è spesso esercitato senza monumentalità permanente, lasciando tracce forti ma non ingombranti. Comprenderlo significa accettare che la storia italiana non si è costruita solo nelle città che conosciamo.
SAEPINUM (ALTILIA)
Roma senza Colosseo
Saepinum, oggi Altilia, è uno dei rari luoghi in cui la presenza romana si legge senza sovrastrutture. Non una città spettacolare, non una vetrina dell’Impero, ma un municipium di provincia, integro nella sua forma e chiarissimo nella sua funzione. Proprio per questo è prezioso.
Prima di essere romana, Saepinum era un centro sannita. Roma non cancella: sposta. La città viene ricostruita più in basso, lungo un asse di comunicazione strategico che collegava l’area adriatica all’interno appenninico. È una scelta tipicamente romana: controllare il territorio organizzandolo, non celebrandolo.
Camminare ad Altilia significa attraversare una città completa: porte monumentali, cardo e decumano, foro, edifici pubblici, abitazioni. Tutto è leggibile, nulla è schiacciante. Qui Roma mostra il suo volto più efficace: quello dell’amministrazione quotidiana. Non l’eccezione, ma la regola.
Saepinum racconta come l’Impero funzionava davvero nelle regioni interne. Garantiva viabilità, fiscalità, giustizia locale, continuità economica. Non aveva bisogno di stupire. Aveva bisogno di durare. In questo senso, la città è una lezione di normalità storica: l’Impero come sistema, non come mito.
C’è un dettaglio che lega Saepinum al resto del Molise più di quanto sembri. La città sorge lungo uno dei grandi percorsi della transumanza, usati per secoli dalle greggi che scendevano verso la Puglia. Roma non ignora questi flussi: li incanala. Dove passano gli animali, passano anche le merci, le tasse, le persone. Saepinum è un punto di intersezione tra mondo urbano e mondo pastorale.
Se Pietrabbondante mostrava un potere federale senza capitale, Saepinum mostra il passo successivo: un potere centrale che non impone una metropoli, ma una rete di città funzionali. È qui che il Molise entra pienamente nella storia romana, senza diventare mai protagonista del racconto. Ed è proprio questa normalità a renderlo rivelatore. Saepinum non chiede attenzione. La restituisce a chi sa leggere come si governa un territorio lontano dai riflettori.
AGNONE
Un’eccellenza che non fa rumore
Agnone non si capisce partendo dal panorama. Si capisce entrando in un’officina.
Da secoli, qui si fondono campane. Non come attrazione, ma come mestiere continuo, trasmesso e perfezionato. La Pontificia Fonderia Marinelli non è un’eccezione isolata, è il segno più visibile di una cultura tecnica che ha trovato nell’Appennino molisano le condizioni per durare.
La specificità di Agnone non sta solo nell’antichità della fonderia, ma nella continuità del sapere. Fusione del bronzo, proporzioni, suono: ogni passaggio richiede precisione, memoria, responsabilità. Questo lavoro, che non ammette scorciatoie né standardizzazione industriale, ha resistito a regimi, crisi economiche, trasformazioni del mercato.
In una regione spesso percepita come “senza eccellenze”, Agnone smentisce il luogo comune. Non con numeri o slogan, ma con una produzione che ha raggiunto chiese, città e comunità ben oltre i confini del Molise. Qui l’economia non nasce dalla visibilità, ma dall’affidabilità.
Agnone aiuta a capire un altro tratto strutturale del Molise: l’importanza dei mestieri specializzati in un territorio privo di grandi poli urbani. Quando non esistono capitali che assorbono tutto, la competenza diventa la vera risorsa. E tende a radicarsi, non a spostarsi.
Nel percorso di questo reportage, Agnone rappresenta il passaggio dalla storia politica e urbana a quella produttiva. Dopo i Sanniti e Roma, il Molise mostra come abbia continuato a funzionare attraverso lavori precisi, discreti, indispensabili. Senza diventare marchio. Senza chiedere riconoscimento.
Alla fine del percorso, il Molise appare per quello che è sempre stato: una regione che non ha concentrato tutto in un solo luogo, ma ha distribuito funzioni e ruoli sul territorio. Il mare a Termoli, i percorsi della transumanza, le minoranze linguistiche, i luoghi del potere sannita, la città romana, i mestieri specializzati: nulla domina, tutto tiene.
Non è una terra povera di storia, anzi, ma una terra che non l’ha mai trasformata in marchio commerciale. Per questo il Molise si scopre nel movimento, nei passaggi tra mare, montagne, paesi, lavori e lingue.
Parlare del Molise significa parlare dell’Italia reale, quella che non coincide sempre con le sue immagini più esportate, ma che continua a tenere insieme lavoro, memoria e convivenze.
È questa la sua forma più autentica di ricchezza: mostrare che un territorio può esistere e durare anche senza diventare un simbolo.
V.Z.
Abruzzi e Molise
Una separazione recente
Fino al 1963, Abruzzo e Molise formavano un’unica regione amministrativa: Abruzzi e Molise. La denominazione al plurale non era casuale. Il nome “Abruzzi” indicava storicamente una pluralità di territori distinti (Abruzzo Citra, Abruzzo Ultra, poi Abruzzo Ulteriore), un insieme composito che, nel tempo, ha incluso anche il Molise come area amministrativamente collegata ma storicamente distinta per geografia, insediamenti e organizzazione sociale.
La separazione avviene con la legge costituzionale n. 3 del 1963, che istituisce il Molise come regione autonoma. Una decisione recente, che non cancella secoli di storia condivisa. Molti sistemi descritti in questo reportage, dai tratturi alle relazioni economiche e culturali, precedono ampiamente questa divisione amministrativa.









