Crediamo di conoscere Firenze perché ne riconosciamo la cupola, il Ponte Vecchio o il David di Michelangelo. Ma la città si racconta anche attraverso cose molto più piccole: un’apertura in un muro, una testa di pietra, un segno inciso su una facciata, una cicatrice lasciata dall’Arno. A volte basta guardare pochi metri più in là rispetto a ciò che tutti fotografano.
FLAVIO APRIGLIANESE
Firenze ha forse un problema: è troppo bella. Ci si arriva con l’impressione di conoscerla già. Brunelleschi, Botticelli, Michelangelo, i Medici, le Gallerie degli Uffizi, il Ponte Vecchio… Persino chi non vi ha mai messo piede conserva da qualche parte nella memoria un’immagine della città.
E allora fotografiamo ciò che eravamo venuti a fotografare. La cupola. Il David. L’Arno al tramonto. Attraversiamo Piazza della Signoria alzando lo sguardo verso Palazzo Vecchio. Poi ripartiamo con la soddisfazione di aver visto Firenze. Vista, certamente. Ma l’abbiamo davvero guardata?
Perché Firenze possiede una seconda città, molto meno monumentale, nascosta a pochi centimetri dalla prima. Nelle facciate, negli angoli dei palazzi, nei nomi delle strade, nelle pietre che nessuno nota. C’è la storia ufficiale, quella dei Medici, delle guerre, degli artisti e dei principi. E poi ci sono tutte le altre: quelle dei mercanti, dei cattivi pagatori, dei bevitori di vino, degli abitanti intrappolati da un’alluvione.
Alcune storie sono perfettamente documentate. Altre sono state abbellite dal tempo. Firenze non se ne preoccupa troppo. Qui, una leggenda ripetuta per cinque secoli finisce quasi per acquisire dei diritti storici.
La passeggiata può cominciare.
IL VINO ATTRAVERSO LE FINESTRE?
Per scoprire una delle curiosità più singolari di Firenze, inutile alzare lo sguardo verso un campanile. Bisogna, al contrario, osservare i palazzi quasi all’altezza del marciapiede. Ed ecco comparire piccole aperture ad arco, alte poche decine di centimetri, ricavate nei muri. Le buchette del vino. A partire dal Rinascimento, e soprattutto tra il XVI e il XVII secolo, molte famiglie aristocratiche fiorentine possiedono terre, vigne e producono il proprio vino. Alcune ottengono il diritto di venderlo direttamente dai loro palazzi, senza passare dalle taverne o dagli intermediari.
Il sistema è di una semplicità disarmante. Si bussa alla finestrella. Compare una mano. Si porgono il recipiente e qualche moneta. Pochi istanti dopo, il recipiente torna indietro pieno di vino. Il commercio di vicinato spinto alla sua espressione più letterale. Firenze ne ha contate centinaia. Molte sono state murate o trasformate, altre sono ancora visibili. Alcune conservano tuttora la porticina di legno o la cornice in pietra.
Bisogna però sapere dove guardare. In centro, sono particolarmente facili da individuare: in via dei Palchetti 4, vicino alla celebre trattoria Il Latini; sul retro di Palazzo Antinori, via del Trebbio 1R; dietro Palazzo Medici Riccardi, via Ginori 14; oppure, dall’altra parte dell’Arno, al 21R di via Santo Spirito, dove La buchetta del vino di Babae è stata rimessa in funzione, restituendole così la sua funzione commerciale originaria.
Queste aperture furono utilizzate anche durante le epidemie che colpivano regolarmente la città: permettevano di limitare i contatti tra venditore e acquirente. Quello che avrebbe potuto restare un semplice aneddoto storico ha conosciuto un nuovo slancio nel 2020. Durante il Covid, alcuni locali fiorentini le hanno riutilizzate per servire bicchieri di vino, caffè o gelati senza far entrare i clienti, e oggi, le buchette del vino sono diventate un’importante attrazione culturale, turistica et commerciale.
IL VOLTO DI MICHELANGELO?
Ci sono poi cose che possiamo avere sotto gli occhi senza vederle mai. Torniamo in Piazza della Signoria. Tutti guardano il David. Per trovare quello che cerchiamo bisogna distogliere lo sguardo da lui e spostarlo di pochi metri verso destra. Mettetevi di fronte all’ingresso principale di Palazzo Vecchio. A destra del portale, dietro il gruppo di Ercole e Caco di Baccio Bandinelli, poco prima dell’angolo che conduce verso via della Ninna e le Gallerie degli Uffizi, osservate le grandi pietre della facciata, vicino alla base.
Vi è inciso il volto di un uomo. Pochi tratti, appena. Un’opera che nessuno penserebbe di attribuire a Michelangelo se Firenze non avesse deciso, da secoli, di farlo. Il racconto cambia a seconda di chi lo narra. Qualcuno dice che l’artista sarebbe stato regolarmente fermato da un uomo particolarmente chiacchierone. Un giorno, mentre lo ascoltava parlare, avrebbe inciso il suo profilo nella pietra senza nemmeno voltarsi verso la facciata. Altri raccontano invece che si trattasse del volto di un condannato che Michelangelo voleva conservare nella memoria. Nessuna prova definitiva permette di stabilire la verità.
I fiorentini hanno comunque battezzato quella sagoma L’Importuno di Michelangelo. La storia è troppo bella per essere sacrificata sull’altare del solo rigore scientifico. E ha il merito di riportare Michelangelo ad altezza d’uomo. L’autore del David diventa improvvisamente un fiorentino esasperato da un rompiscatole incontrato in piazza. Non sappiamo se Michelangelo abbia davvero inciso quel volto. Sappiamo però che, cinque secoli dopo, i più curiosi si fermano a guardarlo.
QUANDO SI VOTAVA CON LE CASTAGNE
A pochi minuti da lì, vicino al museo Casa di Dante, Firenze cambia scala. Le grandi piazze scompaiono, le strade si stringono, i muri si avvicinano. È qui, all’angolo tra piazza San Martino e via Dante Alighieri, che compare una torre medievale piuttosto discreta: la Torre della Castagna. Il nome non deriva né da una famiglia nobile né da una particolarità architettonica.
Deriva dalle castagne.
Nel XIII secolo i priori di Firenze si riunivano in questa torre per deliberare. Per sottrarsi alle pressioni e alle minacce dei potenti della città potevano rinchiudersi letteralmente cum clave, «sotto chiave», a porte chiuse, per tutto il tempo necessario a prendere le loro decisioni. Votavano depositando castagne in diversi recipienti a secondo della loro scelta.
In toscano quelle castagne erano chiamate ballotte: secondo alcuni proprio da questo termine deriverebbe la parola italiana ballottaggio, che indica oggi il secondo turno di una votazione, destinato a scegliere tra i candidati rimasti in gara quando nessuno ha ottenuto la maggioranza al primo turno. Un’altra ipotesi ne fa invece risalire l’origine al veneziano: si nominavano gli elettori del doge attraverso l’estrazione casuale di balòte, sfere di due colori diversi. Un sistema rudimentale, ma efficace.
La grande Repubblica fiorentina, quella le cui istituzioni, lotte di fazione e straordinaria vitalità politica avrebbero segnato profondamente la storia della città, poteva dunque prendere alcune delle sue decisioni contando dei frutti. È bene ricordarsi di dettagli come questo quando si attraversa Firenze, perché davanti a tanti capolavori si corre spesso il rischio di trasformare coloro che li hanno prodotti in personaggi astratti. E invece mangiavano, bevevano, litigavano, votavano, complottavano. A Firenze si potevano contare i voti con le castagne. I debiti, invece, si regolavano con molta meno dolcezza.
I CATTIVI PAGATORI E LA PIETRA DELLA VERGOGNA
Sotto la Loggia del Mercato Nuovo, oggi conosciuta soprattutto per il celebre Porcellino a cui i turisti accarezzano il muso, sul pavimento si trova una pietra rotonda che molti notano assai meno: la pietra dello scandalo. Firenze era una città di mercanti e banchieri, la prosperità aveva dunque anche il suo rovescio: fallimenti, debiti, insolvenze. Secondo la tradizione, alcuni debitori e commercianti dichiarati falliti venivano pubblicamente umiliati proprio in quel punto. Dovevano presentarsi davanti alla folla, talvolta con i pantaloni calati, prima di essere fatti sedere brutalmente sulla pietra, per subire l’acculata. La punizione non era soltanto fisica. Esponeva pubblicamente chi aveva fallito. Una società fondata sul credito sapeva mettere in scena anche il discredito. A questa pratica vengono talvolta ricondotte alcune espressioni italiane legate all’idea di ritrovarsi completamente rovinati, citiamo per esempio ritrovarsi con il sedere per terra. L’etimologia è discussa. L’immagine, invece, funziona benissimo.
Oggi il mercato continua a vivere intorno alla pietra. Borse, oggetti di pelle e souvenir e hanno sostituito le scene di pubblica umiliazione. La città ha cambiato commercio. La pietra è rimasta.
BERTA, PER SEMPRE NEL MURO
Tornando verso il Duomo attraverso via de’ Cerretani, bisogna rallentare davanti alla chiesa di Santa Maria Maggiore. Non entrare. Nemmeno guardare la facciata principale. Bisogna alzare gli occhi verso il vecchio campanile, sul lato della chiesa che costeggia la strada. Diversi metri sopra il marciapiede, incastonata nella muratura, una testa di pietra sporge dal muro. È abbastanza piccola perché ogni giorno migliaia di persone le passino sotto senza vederla. I fiorentini la chiamano Berta. Chi era? Nessuno lo sa davvero.
Le versioni abbondano. Sarebbe stata una donna che aveva donato una campana alla chiesa, conquistandosi così un posto inatteso nella memoria fiorentina. Un’altra tradizione la collega al passaggio di Cecco d’Ascoli, studioso e astrologo condannato dall’Inquisizione: una maledizione lanciata dal condannato avrebbe pietrificato la donna che lo aveva provocato. La verità è probabilmente molto più prosaica. Ma Firenze non ha mai chiesto alle proprie leggende un certificato di autenticità. Berta è lì. Le generazioni passano. Lei continua a guardare la strada.
In una città popolata da statue ammirate da milioni di visitatori, quel piccolo volto anonimo possiede in fondo un privilegio: è famoso soltanto tra i fiorentini e tra coloro che sanno dove alzare gli occhi.
1966: L’ACQUA FINO AI DIPINTI
Ma Firenze non racconta soltanto leggende. Alcune delle sue cicatrici non devono nulla all’immaginazione. Il 4 novembre 1966, dopo piogge eccezionali, l’Arno esonda e invade la città. Sessant’anni dopo la catastrofe, non è storia antica per molti fiorentini, ma un ricordo vivido. Acqua e fango entrano nelle case, nei negozi, nelle chiese, nelle biblioteche. Il gasolio fuoriuscito dai serbatoi si mescola all’inondazione. I danni umani e materiali sono enormi.
E improvvisamente il mondo si rende conto che una parte del patrimonio artistico occidentale è in pericolo. La Biblioteca nazionale viene colpita. Centinaia di migliaia di libri e documenti sono danneggiati. A Santa Croce l’acqua devasta il grande Crocifisso di Cimabue, uno dei capolavori del XIII secolo. Il dipinto perde una parte importante della propria materia pittorica.
La catastrofe provoca allora qualcosa di inatteso.
Giovani da tutta Italia e dall’estero arrivano per aiutare i fiorentini a salvare ciò che può ancora essere salvato. Camminano nel fango, trasportano libri fradici, puliscono opere d’arte, riordinano documenti e archivi. Diventeranno gli Angeli del fango. Il nome è rimasto.
L’alluvione del 1966 segna anche una svolta nella storia del restauro e della conservazione del patrimonio. Specialisti provenienti da tutto il mondo lavorano sulle opere danneggiate. Alcuni restauri dureranno decenni.
Ancora oggi, su diversi edifici, alcune targhe indicano il livello raggiunto dall’acqua. Bisogna fermarsi davanti a una di esse. Perché è allora che i numeri prendono corpo. Citiamo quella di Piazza Santa Croce, un dei quartieri più colpiti, attaccata a 4,92 metri di altezza (une targa posta sotto si situa all’altezza dell’alluvione del 1557). Immaginiamo l’Arno che, pochi minuti prima, avevamo fotografato tranquillamente, irrompere nelle strade, nei negozi, nelle sagrestie, nelle biblioteche. E per un istante Firenze smette di essere eterna. Torna fragile.
ANCORA CINQUECENTO METRI
Piazzale Michelangelo è una trappola. Una bellissima trappola. Si sale, si arriva col fiato corto e all’improvviso Firenze si offre quasi interamente allo sguardo. La cupola, Palazzo Vecchio, Santa Croce, l’Arno, i ponti, le colline. Per una volta la folla ha ragione: il panorama è straordinario. E allora facciamo quello che fanno tutti. Fotografiamo. Poi scendiamo. È questo l’errore. Bisogna invece continuare a salire. Ancora poche centinaia di metri, non di più. Firenze ha questa deliziosa abitudine di riservare alcune delle sue storie migliori a chi accetta di camminare cinque minuti in più.
In cima alla salita appare San Miniato al Monte. La basilica non ha bisogno di impressionare. È lì da quasi mille anni, molto prima di Brunelleschi, Michelangelo e della Firenze che tutto il mondo è venuto ad ammirare. La sua facciata in marmo bianco e verde sembra quasi guardare la città dall’alto con la tranquillità di chi era lì prima di tutti gli altri.
Incise sulla soglia di uno dei portali, poche parole in latino: Haec est Porta Coeli, Questa è la porta del cielo. Dopo la salita, si potrebbe quasi pensare che si tratti di un’indicazione pratica. Poi si entra. E la prima cosa a scomparire è il rumore di Firenze. Sotto i piedi, il pavimento medievale custodisce uno straordinario zodiaco risalente al 1207. Non è soltanto una decorazione: intorno al solstizio d’estate, per alcuni minuti, un raggio di sole illumina precisamente il segno del Cancro. Il fenomeno può naturalmente essere spiegato con l’astronomia. Anzi, è consigliabile farlo. Resta il fatto che, nella penombra di una basilica romanica, vedere il sole rispettare un appuntamento fissato nel Medioevo ha qualcosa di profondamente suggestivo.
Dietro la basilica si trova il cimitero monumentale delle Porte Sante. Ed è soltanto dopo averlo attraversato che bisogna tornare a guardare Firenze. La città è sempre lì. La cupola non si è mossa. Palazzo Vecchio neppure. L’Arno segue esattamente lo stesso corso di pochi minuti prima. Eppure il panorama non è più del tutto lo stesso.
Dall’inizio di questa passeggiata abbiamo scoperto finestrelle attraverso le quali si vendeva vino, debitori rovinati umiliati su una pietra, un volto che Michelangelo forse incise su un muro, Berta pietrificata da una leggenda e interi quartieri sommersi dal fango.
Firenze non è soltanto la città in cui sono stati prodotti tanti capolavori. È anche quella che ha continuato a vivere con loro, a volte senza troppi riguardi. Nei muri dei palazzi si sono aperte finestrelle per vendere il vino, l’Arno ha depositato il proprio fango sui dipinti e si sono raccontate leggende quando gli archivi non bastavano più.
È forse questo che bisogna avere in mente prima di entrare agli Uffizi. Perché dietro la Firenze monumentale esiste una città molto più turbolenta, contraddittoria, umana. Quella che, alla fine del XV secolo, avrebbe vissuto con Lorenzo il Magnifico uno dei suoi momenti più straordinari prima che Firenze entrasse in un altro mondo. Ma per questa storia bisogna tornare al 1492. L’articolo seguente ve ne aprirà le porte.
F.A.












