Cinque secoli di ghetti in Italia

Nel 1516 la Serenissima confinò gli ebrei in una zona della città e quarant’anni dopo papa Paolo IV fece lo stesso con quelli di Roma. Due luoghi simbolo, tra analogie e differenze, di discriminazione e ingiustizia.

Oggi è un caratteristico rione di Venezia, con cinque sinagoghe, le istituzioni religiose e amministrative. Le strade strette e i palazzi alti. I negozi con i prodotti tipici, le genti indaffarate. Il Ghetto è una delle zone più particolari della particolare città lagunare. E si chiama ancora così, come cinquecento anni fa, quando la Serenissima lo creò nella parte Nord, lontana dal centro e sul canale del Cannareggio, per confinarvi la popolazione di religione ebraica, sempre più numerosa e per quello, secondo l’autorità, “ormai difficile da controllare”. “Li giudei debbano tutti abitar unidi in la corte de case, che sono in ghetto a presso San Girolamo ed acciocché non badino tutta la notte attorno: sia preso che dalla banda del ghetto vecchio dov’è un ponteselo piccolo e similmente all’altra banda del ponte siano fatte due porte, quel porte se debbino aprir la mattina alla Marangona (dal nome della campana cittadina, ndg) e la sera siano serrate a ore 24 per quattro custodi cristiani a ciò deputati e pagati da loro giudei a quel prezzo che parerà conveniente al collegio nostro”, sentenziava il decreto della Repubblica datato 29 marzo 1516. E così, per la prima volta in una città europea veniva istituito un ghetto, che prendeva il nome dal veneziano “getar”, fondere, perché lì, un tempo, c’era una fonderia di metalli e di armi.

Commercianti e prestatori di denaro

Dal ghetto nessuno poteva entrare o uscire dopo che le due porte erano state chiuse, di notte, sorvegliate dai guardiani cristiani che percorrevano in barca i canali. Inoltre gli ebrei dovevano sempre indossare un segno di riconoscimento (uno stemma sulla giacca o un cappello) e non potevano possedere beni immobili, case o negozi.

Biagio Picardi

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