La più vasta area protetta italiana abbraccia i due massicci del Pollino e dell’Orsomarso, oltre 1.920 chilometri quadrati di montagne selvagge tra Basilicata e Calabria. Un tempo terre segnate dal banditismo e dallo spopolamento, oggi meta di sportivi e camminatori in cerca di emozioni forti. 

Fine novembre 2018: mentre sulle Alpi si respira ancora un’aria tardo estiva, a Serra di Crispo nevica. Sono però in pochi ad ammirare questo paesaggio imbiancato: Serra di Crispo è una dorsale isolata, posta sul versante lucano del Parco nazionale del Pollino, istituito nel 1991 per tutelare le montagne più alte del Sud Italia, un arcipelago di vette sopra i 2mila metri che formano un baluardo tra Calabria e Basilicata. Dalla cima compaiono lontane le linee azzurre dello Ionio e del Tirreno, a ricordare che siamo tra due mari e al centro del Mediterraneo, immersi in un mondo di rocce aspre che celano grotte, gole, foreste vetuste fatte per l’animale selvatico più che per l’uomo. Uno sguardo « aereo » sull’area si può avere percorrendo l’autostrada A2 Salerno-Reggio Calabria, che attraversa il parco nel suo tratto più impervio. Al valico di Campotenese il nastro d’asfalto tocca la quota più alta, oltre mille metri. Pochi chilometri prima, a 250 metri sopra il fiume Lao, corre il Viadotto Italia, che supera una valle ancora oggi quasi disabitata. È il viadotto più alto d’Italia, il secondo d’Europa dopo quello di Millau. Il territorio attorno pare immutabile, stagione dopo stagione. In realtà qualcosa si muove eccome. Per esempio, è partito proprio da qui il recupero del Sentiero Italia, un « filo » di oltre 7mila chilometri che attraversa il territorio italiano da nord a sud. Inaugurato tra il 1983 e il 1995, negli anni il tracciato era stato quasi abbandonato. 

Eppure il Sentiero Italia potrebbe essere una strada maestra per il turismo a piedi. Sono tante le bellezze da scoprire. La luce del tramonto dalla Madonna del Pollino, vicino a San Severino Lucano. La faticosa salita per guadagnare il Cozzo del Pellegrino, con il muro luccicante del mare sullo sfondo. Momenti indelebili della riscoperta della natura più integra del Sud, fuori da ogni paesaggio consueto. Una delle sorprese che il Pollino riserva è avvistare i mitici pini loricati (Pinus heldreichii). Alberi “anarchici”, come li ha definiti qualcuno, dai ritmi vitali lentissimi e liberi. Individui a sé, talvolta alti a svettare verso le nubi, altre volte coricati, veri dinosauri vegetali dalla corteccia squamosa. Loricati – vale a dire corazzati – custodi, che da secoli stanno a guardia dei monti in posti dov’è difficile arrivare anche a piedi. Alberi rari, quasi alieni, più comuni nei Balcani che nei nostri Appennini. Proprio sul confine regionale c’è la località (segreta) dov’è stato individuato un pino loricato riconosciuto per essere l’albero vivente più antico d’Europa. Con un’età di 1.230 anni ha strappato il primato a un altro esemplare situato sul Pindo greco. Il dato fu svelato nel 2018 e conferma l’enorme valore biologico della regione. Un tempo le cose andavano diversamente. Il visitatore curioso che una quarantina d’anni fa avesse voluto salire dalla costa a vedere cosa diavolo ci fosse nelle terre alte tra Calabria e Lucania sarebbe stato respinto. Infide le tracce che, dal livello del mare, salivano veloci lungo versanti impervi, tagliando il fiato. Infidi i cambiamenti del tempo: chi si aspettava il sole e il caldo del Sud, trovava piogge e inverni duri che non mollavano da novembre a maggio. A sbarrare la via c’erano torrenti impetuosi anche in agosto, altro che arida estate meridionale. Mancavano mappe, indicazioni, punti d’appoggio. I pochi che vi si avventuravano comunque portavano con sé carte militari e cibi liofilizzati. Personaggi tenaci, disposti a camminare per ore e a dormire scomodi. Speleologi, cercatori di piante medicinali di cui la zona è ricchissima, appassionati di trekking fuori dalle rotte, biologi sulle tracce di lupi e gatti selvatici. Non s’incontrava quasi nessuno: al massimo qualche pastore e i dipendenti del Corpo forestale. Erano incontri indimenticabili, che finivano con offerte di salsicce e vini corposi a volte non proprio millesimati e che coloravano indelebilmente le borracce, ma comunque irrifiutabili di fronte alla generosità della gente del posto. Si andava poi via con la collana di aglio e peperoncino appesa allo zaino. C’erano cinghiali ovunque, in grandi gruppi, per nulla spaventati dall’umana presenza. Ma non mancavano le ricompense. In alto si aprivano paesaggi da sogno, spesso ammantati di nebbie: serre e timpe che portavano nomi di santi, di briganti, di bestie, in una geografia tutta particolare. Trent’anni fa organizzare una traversata richiedeva una completa autonomia: non c’erano posti tappa, si dormiva in tenda, incontrando famiglie di pastori che offrivano un’antica ospitalità e vivevano in montagna con i loro bambini, che allora non andavano a scuola. 

Grazie a questa storia ricca e densa di valori umani è nato un legame col territorio che ancora oggi dura. E non sono poche le associazioni che durante l’estate propongono un viaggio selvatico nel Pollino. E sarà, oggi come ieri, una settimana fuori dal mondo, lasciandosi alle spalle la trafficata Italia agostana: da Campotenese a Civita Albanese, sette notti in buona parte sotto le stelle, sette ore di marcia al giorno. È anche questa l’offerta turistica del Pollino. E non è poca cosa con i tempi che corrono. Il Pollino resta un’area di « quasi natura selvaggia ». Un territorio talmente grande che non è facile per l’ente parco mantenere il proposito di segnare e tenere aperti i sentieri. Qui la natura si protegge da sola. 

Non è sorprendente dunque che tra questi monti labirintici vi siano percorsi antichi, ancora in parte da scoprire. Basta pensare alla Via Istmica, una strada commerciale del passato che tagliava la vicina regione Calabria nel suo punto più stretto e serviva, dall’epoca della colonizzazione greca, al trasporto di merci in un territorio accidentatissimo. Sul suo tracciato, di difficile decifrazione, non tutti gli storici sono d’accordo, ma la stessa ricerca è una sfida affascinante, che conduce in un reticolo di valli minori nella zona meridionale del parco. Nel Pollino, insomma, si celano ancora misteri.

Ed ecco che nel 1991 arrivò la denominazione di Parco nazionale. Nei decenni precedenti, in alcuni lembi di territorio rimasti vergini e ai margini delle grandi vie di comunicazione, erano state istituite riserve statali, nate per tutelare gli ultimi torrenti del Meridione non arginati dall’uomo, come l’Argentino e il Raganello, con il loro corredo di specie rare, quale il gambero di fiume. La vera sfida, però, era creare una tutela più vasta. La genesi del parco fu tuttavia lenta: l’istituzione arrivò solo nel marzo del 1988, l’ente di gestione si insediò nel 1994. Dal punto di vista della conservazione, però, fu una rivoluzione che riguardò un’area vastissima, oltre 192mila ettari, più degli storici parchi alpini. Anzi, più di qualsiasi altra area protetta in Italia. In quegli anni la natura era sotto attacco: nel 1993, uno dei pini loricati monumentali, Ziu Peppe, simbolo del Pollino, venne dato alle fiamme. Il parco ha conosciuto molti episodi di degrado. Un posto tappa storico, il Conte Orlando, il primo rifugio della Calabria costruito nel 1804 dai cacciatori nella Valle dell’Argentino, versava in stato di semiabbandono. Il giovane ente parco si trovava di fronte a un impegno gigantesco. Da quel 1994 sono passati quasi trent’anni, molto lavoro è stato fatto, molto resta da fare, ma qualcosa è cambiato. Il Pollino è più aperto, accessibile, attrattivo. I visitatori trovano un ventaglio di percorsi di visita da capogiro, una rete di posti tappa e ospitalità diffusa nei piccoli paesi. Vale la pena di perdersi nei vicoli dei borghi di montagna come Papasidero, Orsomarso, Laino, Valsinni, Noepoli, San Paolo Albanese. Molto forte rimane l’attività di conservazione, i cui frutti si raccolgono ora, a distanza di anni dall’avvio dei primi progetti. 

L’ecomuseo Sandro Berardone a Rotonda (in provincia di Potenza), vale la pena di essere visitato. Nel complesso monumentale di Santa Maria della Consolazione, dove ha sede anche l’ente parco, c’è un’esposizione moderna permanente sugli aspetti naturalistici e sulla lettura dei paesaggi culturali del territorio. Poi c’è l’aspetto sportivo. Nell’estate del 2019 è stato inaugurato a Castelsaraceno (Potenza) uno dei ponti tibetani più lunghi del mondo: 586 metri da affrontare con imbracatura e moschettoni sospesi a 80 metri d’altezza. Non stupisce questa scelta, in una zona che è diventata la mecca dell’outdoor e dei viaggi adrenalinici, l’unico posto del Sud dove in estate è possibile fare canoa fluviale e d’inverno sci fuori pista. Da alcuni anni sono uscite le nuove mappe messe a punto con il CAI (il Club Alpino Italiano), che riportano oltre 1000 chilometri di tracciati. Le guide abilitate del parco propongono una rosa di attività tutto l’anno: ciaspolate sulla neve, escursioni tematiche, rafting sul fiume Lao. Esperienza, quest’ultima, che si completa con la visita alla Grotta del Romito, con le sue sepolture neolitiche. Una perfetta sintesi dell’offerta del parco: natura, cultura e storia. 

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UNE GÉOGRAPHIE LABYRINTHIQUE

Le territoire du Parc national du Pollino est divisé en deux grandes zones. Au nord-est, où passe la frontière sinueuse entre la Basilicate et la Calabre, s’élève la crête principale du massif du Pollino à proprement parler, dont les sommets les plus élevés dépassent les 2 000 mètres d’altitude, comme la Serra Dolcedorme (2 267 m), le Mont Pollino (2 248 m) et la Serra del Prete (2 181 m). Le massif a la structure d’une montagne calcaire, avec son cortège de spectaculaires parois verticales et d’espaces troglodytiques et escarpés qui s’alternent avec de vastes plateaux, les « polje », des plaines d’absorption karstiques entourées de pentes plus douces. Au sud-ouest et presque jusqu’à la mer Tyrrhénienne s’ouvre le territoire sauvage de l’Orsomarso, un massif à l’altitude moins élevée mais très isolé, caractérisé par de profondes gorges fluviales. Son sommet le plus haut est le Cozzo del Pellegrino (1 987 m). Avant la construction des 28 km de route carrossable entre Orsomarso et Campotenese, cette région était la plus vaste d’Italie dépourvue de routes.

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LA MÉMOIRE DU BRIGANDAGE DANS LES TOPONYMES

Criminels ou rebelles ? Voleurs ou Robins des Bois ? Dans le cas d’Antonio Franco (le premier à gauche sur la photo, avec sa bande), chef brigand qui a laissé une empreinte forte dans la mémoire populaire de la Valle del Sinni, ancien soldat de l’armée bourbonienne qui a fini fusillé à Potenza, c’est la seconde hypothèse qui semble vraie si l’on en croit une chanson qui lui est consacrée : « Notte e iurn pi li muntagn, a du passav lasciav lu segn, a li ric facia paqure, i poviriell trattav cu cor » [Nuit et jour dans les montagnes, là où tu passais tu laissais une trace, aux riches tu faisais peur, les pauvres tu les traitais avec cœur]. Le phénomène du brigandage entre la Calabre et la Basilicate, rendu romantique par la patine du temps, atteint son paroxysme autour de 1865, période à laquelle de nombreux paysans pauvres prenaient le maquis pour fuir la conscription, souvent avec le soutien de la population. Les montagnes alentour offraient bien évidemment protection et refuge. L’on ressent la force de leur histoire dès la lecture du nom des lieux. Comme l’écrivit Carlo Levi : « Tout les rappelle : il n’y a pas un mont, un ravin, une forêt, une pierre, une fontaine ou une grotte, qui ne soit lié à l’une de leurs aventures mémorables ; ou qui n’ait pas servi de refuge ou de cachette. » (Le Christ s’est arrêté à Eboli, 1945). Ainsi, parmi les sommets les plus élevés du Pollino, se niche aussi un concentré de mémoires : le Colle dell’Impiso [du pendu], à 1 578 m sur le versant lucanien ; la Grotta dei Briganti, en forme de puits, sur les parois de laquelle on a retrouvé gravés les noms et les dates de ceux qui s’y cachaient ; le Pino di Michele, où fut exécuté le hors-la-loi du même nom ; la Timpa del Ladro, spectaculaire corniche rocheuse.