Da Dante Alighieri a Carlo Collodi, il percorso di un antieroe tra iniziazione, ironia e disobbedienza.

YVES STALLONI

L’Italia possiede due immensi monumenti della sua letteratura: la Divina Commedia di Dante e Le avventure di Pinocchio di Collodi. Entrambi gli autori sono toscani, entrambi nati a Firenze, ma separati da oltre cinque secoli. Ciascuna delle due opere nasce in un momento decisivo della storia italiana: il grande poema di Dante è uno dei primi capolavori scritti in lingua “volgare”, cioè in quella lingua destinata a diventare l’italiano moderno. La bambinata di Collodi, invece, vede la luce poco dopo il Risorgimento, contribuendo a consolidare lo spirito nazionale e ad affermare il toscano come modello linguistico.

Tutte e due le opere raccontano una ricerca e un approdo: per Dante si tratta di uscire dalla “selva oscura” per ritrovare la “diritta via”; per il burattino di Geppetto, di accedere al mondo degli esseri umani. Entrambi i protagonisti affrontano un itinerario iniziatico costellato di ostacoli, guidati da una figura tutelare – Virgilio nel primo caso, il Grillo Parlante nel secondo – e soprattutto da una presenza femminile: l’esigente Beatrice per Dante, la benevola Fata dai Capelli Turchini per Pinocchio. Entrambi abbandonano così le tenebre dell’ignoranza e dell’errore, rinunciano al traviamento per giungere alla luce del sole e alla verità dell’umano.

Questo parallelismo conferisce alle Avventure di Pinocchio una dignità ben superiore a quella di una semplice fiaba per bambini. Una profondità che probabilmente lo stesso autore, il riservato Carlo Lorenzini, nato duecento anni fa e destinato a scegliere come pseudonimo il nome del paese natale della madre, Collodi, presso Pistoia, non immaginava fino in fondo.

La sua vocazione era il giornalismo, ma divenne funzionario di prefettura senza mai rinunciare alla scrittura, pubblicando, tra l’altro, innovativi libri di lettura come Giannetto, Giannettino e Minuzzolo. Nel 1881, a cinquantacinque anni, andò in pensione e, per tenersi occupato ma soprattutto per pagare i debiti di gioco, accettò di collaborare al Giornale per i bambini, fondato a Roma dall’amico Ferdinando Martini.

Inviò il primo capitolo della Storia di un burattino, che fu accolto da Martini con favore. Ne seguirono altri quindici, dopo i quali Collodi pensò di interrompere definitivamente il racconto facendo morire il protagonista impiccato a un ramo della Quercia Grande. Furono però le proteste dei giovani lettori a convincerlo a riprendere il feuilleton, che proseguì fino al gennaio del 1883. Il mese successivo i trentasei capitoli vennero raccolti in volume dall’editore Paggi con il titolo definitivo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. La prima edizione fu stampata in tremila copie e illustrata, in bianco e nero, dall’ingegnere Enrico Mazzanti.

Il successo fu immediato, favorito senza dubbio dal contesto storico e politico. Quando il libro apparve, l’Italia unita esisteva da appena vent’anni e stava lentamente trovando un proprio equilibrio. Vittorio Emanuele II era stato appena sostituito da Umberto I, i rapporti con il Vaticano iniziavano a stabilizzarsi e la giovane nazione sembrava finalmente uscire dalla propria infanzia.

Non è un caso che proprio allora comparissero opere di forte ispirazione educativa e pedagogica, come Cuore di Edmondo De Amicis e Pinocchio di Carlo Collodi. Dopo aver esaltato il patriottismo, la religione e la famiglia, i libri e i periodici destinati ai giovani iniziarono a promuovere valori nuovi: l’emancipazione, lo spirito critico, la messa in discussione della tradizione. In questo rinnovamento culturale il Giornale per i bambini e Collodi, uno dei suoi collaboratori più autorevoli, svolsero un ruolo di primo piano.

Ma il successo universale e duraturo di quest’opera potrebbe poggiare su un equivoco. Le avventure di Pinocchio si presentano come una fiaba per l’infanzia, appartenente al genere del meraviglioso, come dimostrano alcuni elementi caratteristici: la nascita soprannaturale del burattino, la presenza della Fata, gli animali parlanti, gli oggetti che prendono vita e il continuo intreccio tra realtà e fantasia. Collodi aveva letto, tradotto e adattato Perrault e altri maestri della fiaba, e ne conosceva perfettamente i meccanismi. Eppure questa vena fantastica è continuamente attraversata da un’ironia sottile che impedisce al lettore di aderire completamente all’universo del meraviglioso.

Il tono è fissato fin dall’incipit, attraverso il rovesciamento della formula per eccellenza della tradizione fiabesca: “C’era una volta…” Appena pronunciata, quella formula magica viene maliziosamente smentita dall’autore, che interviene direttamente nel racconto per correggere le aspettative dei suoi “piccoli lettori”, naturalmente portati ad attendersi una storia regale:

“- C’era una volta…

– Un re! diranno subito i miei piccoli lettori.

– No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.”

Contro ogni aspettativa, il protagonista sarà dunque un oggetto umile e inerte, “un semplice pezzo di legno da ardere, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei camini per riscaldare le stanze”. Un invito a non prendere la fiaba alla lettera e, al tempo stesso, a preparare il lettore più attento a riconoscere un continuo gioco di rovesciamento.

La stessa ambiguità investe anche i personaggi. I cattivi non sono mai del tutto cattivi, i presunti buoni lo sono solo fino a un certo punto, il padre non esercita davvero il proprio ruolo; la Fata può apparire come una madrina premurosa, protettiva e generosa, ma può anche lasciare il turbolento burattino al suo destino, minacciare di lasciarlo morire se rifiuta la medicina, perfino mentirgli fingendo la propria morte.

Quanto a Pinocchio, la sua dimensione fiabesca è al tempo stesso limitata, incerta e problematica. Innanzitutto per la sua origine, che conserva qualcosa di misterioso, di inquietante, quasi perturbante. Poi perché la sua natura legnosa e il suo stesso nome – che richiama la pigna (pinus, pinunculus) o il pinolo – rinviano a una dimensione primitiva, non umana ma vegetale. Infine perché questo bambino senza madre, destinato a compiere un percorso di formazione, si mostra refrattario agli insegnamenti, incapace di imparare davvero dall’esperienza e, più che desideroso di integrarsi e conformarsi, animato da una costante aspirazione alla rivolta, all’avventura e alla disobbedienza.

Modificando con finezza il tradizionale schema del romanzo di formazione, Collodi inventa un autentico antieroe: curioso, irrequieto, seminatore di scompiglio, attratto dalla trasgressione e tentato dall’anarchia. Il mondo che gli viene proposto non gli appare abbastanza seducente; preferisce contestarlo e sfidarlo. Meglio tentare la fortuna al Campo dei Miracoli o nel Paese dei Balocchi. Meglio seguire gli imbroglioni e i briganti – il Gatto e la Volpe – o i cattivi maestri, come Lucignolo. Meglio, soprattutto, restare bambini, appartenere a una categoria fragile e continuamente maltrattata. Come dice Pinocchio nel capitolo XIV: “Davvero noi ragazzi siamo disgraziati! Tutti ci sgridano, tutti ci rimproverano, tutti ci danno consigli”.

Più che al romanzo di formazione, quest’opera potrebbe appartenere alla tradizione del romanzo picaresco, della quale, secondo Italo Calvino, rappresenterebbe l’unico autentico esempio italiano. Collodi ha sempre nutrito una particolare simpatia per il ragazzo di strada, il monello scaltro e ingegnoso, parente stretto del pícaro spagnolo. Come lui, anche Pinocchio è un trovatello dalle origini incerte, un vagabondo arguto e libertario: è destinato all’erranza, frequenta gli emarginati, sfugge a mille pericoli, rifiuta la scuola e il lavoro.

Dietro il tono apparentemente moraleggiante affiora allora tutta la malizia del narratore, che si rifugia dietro un discorso di saggezza ma lascia trasparire la propria simpatia per questo bambino ribelle, insofferente a ogni autorità, senza radici e senza memoria. È vero che, nelle ultime pagine, Pinocchio finirà per ravvedersi e ritrovare la retta via. Ma questa metamorfosi finale arriva quasi all’ultimo istante, come una concessione alle esigenze della letteratura edificante. Un addio al mondo dell’immaginazione e del meraviglioso troppo rapido per risultare davvero convincente.

L’indomabile burattino ci ha lasciato soprattutto una lezione di disobbedienza e di emancipazione. Ci invita a conservare la nostra anima infantile, a resistere alla tentazione di crescere per adattarci a un mondo inquieto e profondamente ingiusto. Esattamente il contrario, in fondo, delle rassicuranti morali con cui tradizionalmente si chiudono le fiabe.

Y.S.