Quattro approdi diversi, un solo arcipelago dell’anima: Napoli, Ischia, Capri e Procida si guardano da sempre attraverso lo stesso mare, ma ciascuna parla una lingua propria.
CESARE CAMMITELLI
NAPOLI
PRIMA DI SALPARE
A rigore, Ischia e Procida appartengono alle isole flegree (Insieme a Vivara e Nisida, ndr), mentre Capri, pur affacciata sullo stesso golfo, nasce da un’altra storia geologica. Ma qui conta soprattutto il mare che le tiene insieme. Prima di prendere il traghetto, conviene però fermarsi a Napoli. Non per semplice buon senso logistico, ma perché senza Napoli il resto si capisce meno. Le isole del Golfo non sono una fuga dalla città: sono il suo contrappunto, il suo respiro largo, la sua eco sparsa sull’acqua.
E Napoli, del resto, non è una prefazione qualunque. È una città che si lascia leggere per strati, come una gigantesca sfogliatella: ogni piega nasconde un’epoca, una ferita, una gloria, un odore, una voce. Sotto la cartolina del Vesuvio e del Golfo, sotto l’immagine troppo facile di pizza, sole e folklore, resta una delle più impressionanti concentrazioni di storia, arte e umanità del Mediterraneo.
Per lungo tempo si è detto che Napoli dovesse tornare a essere ciò che era nel XVIII secolo: un vero palinsesto culturale, cioè una città dove epoche, arti e stili diversi convivono e si sovrappongono, in competizione con le capitali reali d’Europa. Oggi, senza proclamarlo, ci sta riuscendo. Napoli è di nuovo, come ai tempi del Grand Tour, sulle rotte dei viaggiatori: oltre 20 milioni di presenze, una crescita impressionante che continua anche nel 2026.
Eppure resta inafferrabile. Non basterebbe un anno per visitare le sue 400 chiese, i suoi sette castelli, le sue 8000 pizzerie. Bisogna scegliere da dove cominciare. O accettare di perdersi, lasciandosi guidare dalla città invece che da un itinerario. E a Napoli è spesso il modo migliore per capire. Si può partire dal sottosuolo, che è il vero rovescio della città. Sotto piazza San Gaetano, accanto a San Lorenzo Maggiore, emerge l’agorà greca del IV secolo a.C.; sotto il chiostro di Santa Chiara affiora un edificio termale romano. Napoli è una città che non ha cancellato il proprio passato costruendoci sopra: ha accumulato strati, lasciandolo affiorare.
Poi si risale. Il MANN – uno dei musei archeologici più importanti del mondo – raccoglie la memoria di Pompei ed Ercolano e la restituisce come un racconto continuo del Mediterraneo antico. Più in là, il Maschio Angioino e Castel dell’Ovo segnano una passeggiata a mare che oggi si rinnova, sospesa tra la Belle Époque degli alberghi e il Medioevo delle fortezze.
La città continua a salire. Verso il Vomero, tra giardini e architetture neoclassiche, si apre Villa Floridiana. La funicolare porta in alto, dove Napoli cambia volto: Castel Sant’Elmo e la Certosa di San Martino dominano il golfo da 250 metri, imponendo una visione che è insieme geografica e mentale.
E poi si ridiscende, attraversando i Quartieri Spagnoli, un tempo sinonimo di marginalità, sono oggi segnati da una gentrificazione ancora incompleta ma evidente. Piazza Plebiscito, con il Palazzo Reale, restituisce la misura del potere borbonico. Via Toledo, con il palazzo razionalista dell’ex Banco di Napoli trasformato da Michele De Lucchi nelle Gallerie d’Italia, rimette ordine e rigore in una città che vive anche di eccesso.
Napoli non si visita. Si attraversa. E quando si parte, si capisce che non si sta lasciando la città: la si sta portando con sé.
Poi si parte davvero. Già dal ponte del traghetto si capisce che il viaggio non va affrontato con l’automobile e con la fretta. A Capri e Procida, da Pasqua in poi, sbarcare l’auto è quasi impossibile; a Ischia è ancora consentito, ma fortemente sconsigliato. Del resto sarebbe un errore di principio, prima ancora che pratico. Queste isole chiedono gambe, pause, salite, attese. Chiedono di essere percorse, non consumate. Chiedono di rinunciare per qualche giorno al rumore del motore e di rientrare nel ritmo più semplice del passo, del traghetto, del panorama conquistato lentamente.
ISCHIA
LA MATERIA VIVA
Ischia appare per prima come un’isola piena, terrestre, quasi materna. Verde, certo, ma non di un verde ornamentale: verde perché vulcanica, perché la sua roccia, le sue parracine, i suoi terrazzamenti, le sue vigne e i suoi orti nascono da un dialogo antico fra fuoco e pazienza. Qui il mare conta, eccome, ma non domina da solo. Conta la montagna, conta l’acqua che sgorga calda, conta la pietra scavata, conta il lavoro. Ischia non è soltanto una stazione termale a cielo aperto, né soltanto una vetrina elegante di baie e tramonti. È un’isola plurale, fatta di sei comuni – Ischia, Casamicciola Terme, Lacco Ameno, Forio, Serrara Fontana e Barano d’Ischia – ciascuno con un proprio tono, una propria memoria, una propria misura del tempo.
Nel Castello Aragonese, che tiene il mare come un pugno di pietra, passano insieme la memoria medievale, i conventi, le lettere di Vittoria Colonna a Michelangelo e il presente di un’isola che continua a mettersi in scena senza tradirsi del tutto. A Lacco Ameno, con il Fungo affacciato sul lungomare, riaffiora la storia più profonda, quella di Pithecusa e della Coppa di Nestore, che ricorda come Ischia sia stata ben prima dei dépliant uno dei primi punti di contatto fra il mondo greco e l’Occidente italico. A Casamicciola, invece, l’acqua calda porta con sé anche la memoria del trauma, del terremoto, di quella parola che a Napoli ancora significa catastrofe. E più a ovest, verso Forio, la bianca chiesa del Soccorso e la presenza passata di artisti, scrittori e cineasti raccontano un’altra Ischia ancora, più intellettuale, più raccolta, più esposta al vento e alla malinconia. Da quelle parti hanno trovato rifugio e ispirazione figure come W.H. Auden, Elsa Morante, Alberto Moravia, Truman Capote; poco lontano anche Luchino Visconti, alla Colombaia, ha lasciato un’ombra tenace.
Ma forse Ischia si capisce davvero salendo. L’Epomeo non è solo il suo punto più alto: è la sua presenza interiore. Da lassù, tra castagneti, vigne, eremi scavati nel tufo e odore di macchia mediterranea, l’isola ritrova la sua unità. Si vedono Procida, i Campi Flegrei, il Vesuvio, la Penisola sorrentina. E si capisce che qui il paesaggio non è decorazione, ma destino. Perfino il termalismo, che altrove diventerebbe industria senz’anima, a Ischia conserva qualcosa di arcaico e quasi sacro: l’acqua che fuma a Sorgeto, la sabbia bollente delle Fumarole, le antiche terme di Cavascura, la valle di Nitrodi. In certi punti, la geologia sembra ancora più forte dell’organizzazione turistica. Gli abitanti lo sanno bene e, con quella naturalezza che il forestiero scambia sempre per folklore, continuano a trattare il vulcano come una presenza domestica. Nelle sabbie calde si cuociono ancora le uova, talvolta persino il pollo, come se la terra, oltre a offrire bellezza e cura, volesse ricordare che sotto i piedi continua a bruciare qualcosa.
E poi c’è Sant’Angelo, che è quasi un’isola dentro l’isola. Un piccolo borgo senza auto, raccolto, candido, affacciato sul mare come un presepe di pietra chiara e bougainville. Ha qualcosa della Capri che non c’è più, quella degli anni Cinquanta e Sessanta, quando l’eleganza non era ancora diventata rumore. Qui la misura conta ancora. Qui il turismo non ha del tutto divorato il luogo. E questa, oggi, è già una forma rara di intelligenza. Sant’Angelo ha custodito a lungo un’idea di villeggiatura silenziosa, selettiva senza ostentazione, e proprio per questo ha attratto negli anni figure molto diverse: Sophia Loren e Gina Lollobrigida, Pablo Neruda in esilio con Matilde Urrutia, Fred Bongusto, Renzo Arbore, Lucio Dalla, perfino divi d’oltreoceano come Elizabeth Taylor e Richard Burton. Più di recente, anche Angela Merkel ha contribuito a fissarne l’immagine di rifugio appartato, quasi fuori dal secolo. Ma ciò che colpisce davvero non è la lista degli ospiti illustri: è il fatto che il borgo, nonostante tutto, non si sia lasciato ridurre a vetrina delle celebrità. È rimasto un luogo.
CAPRI
L’ISOLA VERTICALE
Capri, invece, impone subito un’altra grammatica. E forse conviene entrarci di sera, prima che arrivi il rumore, prima che l’isola torni a recitare la sua parte. Sbarcare a Capri in un inizio di primavera, quando il buio trasforma le star in stelle e la Piazzetta torna a essere piazza del paese, aiuta a capire che cosa quest’isola sia stata prima di diventare il proprio cliché. Perché Capri va liberata dall’immagine troppo stretta del lusso e della mondanità, che pure esiste, ma che dice meno del necessario. Non è l’isola verde, né l’isola del lavoro marinaro e dei colori pastello. È l’isola verticale. L’isola della roccia, degli strapiombi, delle scale, dei sentieri scavati nel fianco della montagna. Capri è stata romana prima di essere glamour. È stata rifugio di intellettuali, viaggiatori, pittori, scrittori, molto prima di diventare un marchio globale. E continua a custodire, sotto la superficie mondana, una geografia severa, aspra, persino faticosa.
La Scala Fenicia, il Passetiello, l’eremo della Cetrella, il Monte Solaro, il Pizzolungo: Capri è un’isola che si rivela soprattutto a piedi. Le salite che oggi affrontano gli escursionisti, un tempo erano necessità quotidiana. I sentieri, i muri, le terrazze, gli orti, le vigne raccontano una storia di fatica che la cartolina tende a rimuovere. Anche qui, come a Napoli e a Ischia, il paesaggio non è solo bellezza: è lavoro depositato nella pietra. La Scala Fenicia, con i suoi 916 gradini a picco sulla Marina Grande, è già da sola una dichiarazione d’identità. Non consola, non blandisce: impone. E il Passetiello, con il suo tratto quasi da ferrata, conferma che Capri non è mai stata soltanto una stazione climatica dell’alta società, ma anche un luogo duro, coltivato metro per metro, abitato e attraversato con fatica.
Poi certo ci sono i Faraglioni, la Via Krupp, Villa Jovis, la Certosa di San Giacomo, il nuovo Museo archeologico dedicato agli anni dei Cesari, le tracce lasciate nei decenni da artisti e stranieri innamorati di questa soglia tra terra e mare. Ci sono Norman Douglas, Edwin Cerio, Rainer Maria Rilke, Diefenbach, Gorkij, Lenin, Marguerite Yourcenar, Neruda. C’è perfino la contraddizione irresistibile di Alfred Krupp, fabbricante di cannoni, che ha regalato all’isola uno dei suoi percorsi più belli, quella Via Krupp che scende verso Marina Piccola come se la pietra stessa avesse imparato l’eleganza. Ma Capri colpisce soprattutto quando smette di esibirsi e torna a essere quel che è: una massa calcarea sospesa sull’acqua, bellissima e inquieta, che obbliga chi la attraversa a guardare in alto e in basso nello stesso momento. È allora che i Faraglioni smettono di essere cartolina e tornano a essere rocce, e il silenzio, per un attimo, vince sull’immagine.
PROCIDA
LA MISURA DEL MARE
Infine Procida. La più piccola, forse la più umana. Se Ischia è l’isola della materia e Capri quella della verticalità, Procida è l’isola della misura. Quattro chilometri quadrati, case color pastello,
borghi affacciati sul mare costruiti contro il sole e il sale, logge, archi, scale ripidissime, intonaci che non sono vezzo ma necessità. A Procida il colore non è un trucco per turisti: è orientamento, funzione, vita quotidiana. Ogni tinta aveva un senso, ogni casa parlava al mare. Il rosa, l’azzurro, il giallo, l’ocra non nascono da una civetteria mediterranea, ma da un bisogno di riconoscersi dal largo. È una tavolozza che ha prima aiutato la vita e solo dopo sedotto i fotografi.
Diversa da Ischia per vocazione, Procida ha guardato da sempre all’acqua non come scenario ma come mestiere. Marineria, cantieri, pescatori, capitani, armatori. La sua economia nasceva dal mare e il mare ha dato ricchezza, ma anche ferite, assalti, paure, partenze, prigionie. La lunga spiaggia della Chiaiolella, oggi frequentata da bagnanti e surfisti, un tempo risuonava del rumore dei cantieri navali. E quel legame con il mare è rimasto perfino nella cucina: le ciciarelle, per esempio, non sono altro che le canocchie, poverissime e saporite, trasformate in un piatto che sa di lavoro e di pazienza prima ancora che di gastronomia. Anche in questo Procida è fedele a sé stessa: non ostenta, trasforma, costruisce con quello che ha.
Terra Murata e Palazzo d’Avalos, con la loro massa severa, raccontano questa durezza meglio di qualsiasi discorso: residenza nobiliare, poi carcere, affacciato sul blu come una contraddizione permanente. Da una parte l’architettura marinaresca di Corricella, forse il borgo più fotografato dell’isola, con il suo intreccio di archi, scale, facciate e barche; dall’altra il peso cupo di un edificio che per oltre un secolo ha rinchiuso uomini davanti al mare aperto. È difficile trovare un’immagine più potente della condizione isolana: il mare come promessa di libertà e insieme come misura della distanza. Anche qui il cinema ha lasciato impronte forti, da L’isola di Arturo a Il Postino, ma Procida resiste alla riduzione cinematografica. Non è un set. È un organismo vivo, con i suoi limoni di pane, il battito regolare dei suoi mestieri, l’ultimo maestro d’ascia che ancora lavora, il suo alfabeto di case e di mare. E soprattutto con quella grazia senza enfasi che le permette di essere intensissima senza mai mettersi in mostra.
In fondo, questo piccolo mondo affacciato sul mare racconta quattro modi diversi di stare al mondo. Napoli tiene insieme gli strati della civiltà e della contraddizione. Ischia custodisce il patto originario tra terra, acqua e fuoco. Capri ricorda che la bellezza vera ha sempre qualcosa di scosceso. Procida dimostra che la misura può essere più intensa dello spettacolo.
E allora sì: prima di partire, lasciamo pure l’auto nel box. Da queste parti serve a poco. Qui bisogna camminare, salire, aspettare, guardare. E soprattutto accettare che il mare non separa. Tiene insieme tutto.
C.C.












