Ben più di un cambio di regime, il 2 giugno 1946 segna l’ingresso di milioni di italiani in una cittadinanza finalmente condivisa. Dopo aver votato per la prima volta alle amministrative della primavera 1946, le donne partecipano alla scelta che cambierà il destino del Paese. I resistenti diventano costruttori di istituzioni. Uomini e donne che tutto divide accettano di scrivere insieme le regole di una nuova democrazia. A ottant’anni di distanza, questa avventura collettiva continua a interrogarci.

ROCCO FEMIA

Quando i seggi aprono le loro porte la mattina del 2 giugno 1946, l’Italia assomiglia ancora a un Paese che cerca di risvegliarsi da un lungo incubo.

Le città portano le ferite dei bombardamenti. Nei paesi, la guerra è ancora presente nei racconti di ogni famiglia. Le campagne conoscono ancora la povertà, le privazioni e talvolta la fame. Ovunque si contano gli assenti: i morti, i dispersi, coloro che non faranno ritorno. Eppure, quella domenica accade qualcosa di inedito.

Nelle strade di Torino e Napoli, nelle piazze di Firenze e Palermo, nei borghi dell’Appennino come nelle campagne del Sud, migliaia di donne si dirigono verso i seggi elettorali. Alcune hanno attraversato il fascismo fin dall’infanzia. Altre hanno conosciuto i bombardamenti, lo sfollamento o la Resistenza. Molte non hanno mai partecipato ad alcuna decisione politica. Tutte sanno di stare attraversando una soglia che fino a quel momento era rimasta chiusa.

L’Italia è chiamata a scegliere tra Monarchia e Repubblica e a eleggere l’Assemblea incaricata di scrivere la nuova Costituzione. Ma quel giorno accade qualcosa di più profondo di un semplice cambiamento istituzionale. L’Italia decide di allargare il cerchio della cittadinanza.

Per decenni la cittadinanza è rimasta incompleta. Le donne sono state tenute ai margini della vita politica. Sotto il fascismo il loro ruolo viene definito con precisione: moglie, madre, custode del focolare. Si spiega loro che cosa devono essere, che cosa possono studiare, che cosa possono sperare. Il paradosso è enorme.

Nel 1912, lo Stato italiano riconosce la maturità politica a milioni di uomini che non sanno né leggere né scrivere. Un’insegnante, una laureata, una scienziata ne restano invece escluse.

Nella primavera del 1946 quelle stesse donne entrano finalmente nei seggi. Prima nelle elezioni amministrative di marzo e aprile, poi, il 2 giugno, nella consultazione che avrebbe deciso il futuro istituzionale del Paese.

La giornalista Anna Garofalo lasciò una testimonianza ormai famosa di quelle giornate. Racconta le convocazioni elettorali che le donne ricevono a casa, le conversazioni che nascono nelle famiglie et l’emozione delle donne chiamate per la prima volta alle urne. E scrive questa frase magnifica: “Stringiamo le schede come biglietti d’amore”. È difficile trovare parole più belle.

Per molti di noi il voto è diventato un’abitudine. Per quelle donne rappresentava una conquista.

Alcune avevano pagato molto caro il diritto di sperare in quel giorno.

Irma Bandiera fu arrestata, torturata, accecata. Nonostante le sevizie, rifiutò di rivelare i nomi dei compagni. Fu uccisa a ventinove anni.

Teresa Vergalli aveva appena sedici anni quando diventò staffetta partigiana. In bicicletta trasportava messaggi nascosti tra le trecce. Dopo la guerra la si vedrà percorrere le campagne emiliane per spiegare alle braccianti come compilare una scheda elettorale che non avevano mai avuto tra le mani prima.

Tina Anselmi era ancora adolescente quando assistette all’impiccagione di alcuni prigionieri da parte dei fascisti. Quella scena la spinse a entrare nella Resistenza. Avrebbe poi dedicato la propria vita alla difesa dei diritti civili e sociali, diventando la prima donna ministro della Repubblica italiana.

Molte di queste giovani donne non avevano ancora l’età per votare quando decisero di rischiare la propria vita per la libertà. Non possedevano ancora i diritti che la Repubblica avrebbe loro riconosciuto, ma stavano già contribuendo a costruire il Paese che glieli avrebbe concessi. Anche il 2 giugno 1946 apparteneva a loro.

A Roma, intanto, prendeva avvio un’altra avventura. Nell’emiciclo di Montecitorio, diventato poi la Camera dei deputati, siedono uomini e donne che tutto sembra separare. Democristiani, comunisti, socialisti, liberali, repubblicani. Provengono da storie diverse, talvolta opposte. Molti hanno conosciuto il carcere, l’esilio, la clandestinità o la Resistenza. I dibattiti sono spesso aspri. I disaccordi reali.

Eppure una convinzione comune finisce per imporsi: dopo gli anni della dittatura, l’Italia deve dotarsi di istituzioni capaci di proteggere la libertà di tutti. Tra i protagonisti di quella stagione vi fu Giorgio La Pira. Giurista raffinato, cristiano inquieto e appassionato, futuro sindaco di Firenze, La Pira comprese forse prima di altri che la Costituzione non poteva limitarsi a organizzare lo Stato. Doveva anzitutto rispondere a una domanda fondamentale: quale posto spettava alla persona umana nella società che stava nascendo? Può sembrare una questione astratta. Non lo era affatto.

L’Europa usciva dalla guerra, dai totalitarismi e dalla negazione della dignità umana. Milioni di persone erano state sacrificate in nome della razza, dello Stato, dell’ideologia o della potenza.

La Pira difese allora un’idea semplice e rivoluzionaria: la persona viene prima dello Stato. Le istituzioni non sono un fine. Esistono per servire l’uomo e proteggerne la dignità.

Questa intuizione attraversa ancora oggi i primi articoli della Costituzione italiana. Prima dei partiti, prima dei governi, prima degli equilibri politici, vi sono la persona e i suoi diritti inviolabili. A ottant’anni di distanza, questa idea conserva una sorprendente attualità. Perché la Repubblica italiana non nacque dall’unanimità. Nacque da un Paese profondamente diviso che tuttavia accettò di costruire un futuro comune.

I costituenti non la pensavano allo stesso modo. Gli italiani non condividevano le stesse convinzioni. Molti avevano combattuto in campi opposti. Eppure furono capaci di riconoscere una verità semplice: nessuno avrebbe ricostruito il Paese da solo. Forse è questa la lezione più preziosa che ci consegna il 2 giugno 1946.

Oggi le minacce sono diverse. Non portano più il volto del fascismo o della guerra civile. Assumono talvolta quello dell’indifferenza, del ripiegamento su sé stessi, della sfiducia generalizzata o della tentazione di considerare la democrazia un bene acquisito una volta per tutte. Ma nulla è acquisito per sempre.

Lo sapevano le donne che stringevano la loro scheda come un biglietto d’amore. Lo sapevano le partigiane che avevano rischiato la vita. Ne erano profondamente consapevoli i costituenti che trascorsero mesi a discutere ogni parola della Costituzione. La libertà non è un’eredità che si riceve una volta per tutte. È una responsabilità.

Poco prima di essere uccisa, Irma Bandiera scrisse alla madre: “Dite loro che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi, come io stessa l’ho sempre desiderato”.

Nel giugno del 1946 milioni di italiane tenevano la loro scheda elettorale vicino al loro cuore. Non sapevano quale futuro attendesse la Repubblica che stava nascendo. Ne ignoravano i successi, gli errori, le contraddizioni e le crisi. Ma sapevano una cosa. Ne facevano finalmente parte.

Ottant’anni dopo, è forse questo che quest’anniversario ci chiede di non dimenticare.

R.F.

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Rocco Femia, éditeur et journaliste, a fait des études de droit en Italie puis s’est installé en France où il vit depuis 30 ans.
En 2002 a fondé le magazine RADICI qui continue de diriger.
Il a à son actif plusieurs publications et de nombreuses collaborations avec des journaux italiens et français.
Livres écrits : A cœur ouvert (1994 Nouvelle Cité éditions) Cette Italie qui m'en chante (collectif - 2005 EDITALIE ) Au cœur des racines et des hommes (collectif - 2007 EDITALIE). ITALIENS 150 ans d'émigration en France et ailleurs - 2011 EDITALIE). ITALIENS, quand les émigrés c'était nous (collectif 2013 - Mediabook livre+CD).
Il est aussi producteur de nombreux spectacles de musiques et de théâtre.