Sondaggi inaffidabili

Sono le tre di notte e squilla il telefono: “Scusi è il 3-6-9-7-0-8?”. L’interlocutore (assonnato) all’altro capo del filo replica: “Accidenti, ne avesse azzeccato uno!”. In un Paese in cui i comici fanno i politici, e, a volte, accade anche il viceversa, ci consentirete di esordire con una battuta scherzosa, solo per introdurre il tema dei sondaggi elettorali, che ancora una volta, e sempre di più, si rivelano fallimentari e quindi inutili e fuorvianti.

Quale credibilità si può attribuire infatti alle previsioni/intenzioni di voto espresse da campioni di elettorato nei mesi che precedono le consultazioni, e addirittura gli instant/exit poll basati su interviste raccolte all’uscita dai seggi, quando questi dati vengono, poi, puntualmente e clamorosamente smentiti dai risultati degli scrutini? Tanto varrebbe abolirli e lasciare tutto intero il piacere/dispiacere di apprendere chi ha vinto e chi ha perso solo all’effetto sorpresa che viene fuori dalle urne; come nelle estrazioni del lotto, che avvengono in tempo reale.

Non vogliamo mettere in discussione la serietà dell’impegno e il livello di scientificità dei metodi adottati dai molteplici istituti di ricerca (da Metropolis a SWG, da Ispo ad Euromedia, da Ipsos a Piepoli, ad altri 7-8), e neppure analizzare l’attendibilità/significatività del campione di elettorato intervistato. Preferiamo dar la colpa proprio agli intervistati che, per ritegno (in qualche caso per vergogna), restituiscono risposte spudoratamente non corrispondenti al vero. Emerge uno scorcio di Paese con molti pinocchi, non solo tra il ceto politico, ma, purtroppo, anche nella società civile.

Risultati sul filo di lana 

Buttati dunque alle ortiche sondaggi ed exit poll, abbiamo dovuto attendere le prime luci dell’alba per avere i dati reali e definitivi (quelli del Ministero dell’Interno). Definitivi, almeno, fino alle verifiche previste dalla legge ed alla proclamazione ufficiale, dato che la competizione si è conclusa al foto-finish. Ancora una volta l’esito del voto politico ci consegna un Paese spaccato. Difficilmente governabile.

Per la Camera, un terzo dell’elettorato ha votato per Berlusconi e partiti apparentati; un altro terzo per la coalizione guidata da Bersani; un quarto abbondante ha premiato Grillo. La coalizione di Monti delude, non raggiungendo l’11% (con risultati insignificanti per l’UDC e FLI). Il centrosinistra prevale sul centrodestra, con appena uno 0,37% in più (+130.000 voti), ed ottiene la maggioranza assoluta dei seggi. Grazie al Porcellum: è bastato raggiungere il 29,55% per ottenere il 55% dei seggi (un premio di ben 200 seggi).

Per il Senato, le coalizioni di centrosinistra e di centrodestra si dividono così le regioni: 11 al primo, 7 al secondo. Il centrosinistra ha la prevalenza in numero di voti (+280.000) e consegue 119 seggi, due in più del centrodestra che ne conquista 117.

La lista di Monti, anche al Senato, non rispetta le previsioni, conseguendo un 9,3%, che le assicura comunque 18 seggi. Nessuna coalizione raggiunge la maggioranza assoluta al Senato , che è di 158 seggi (anche sommando Bersani e Monti, si arriva a 137, o qualcuno di più tenuto conto dei 6 senatori ancora da assegnare nella circoscrizione estero). Dalle urne è uscita dunque una instabilità. Ancora grazie al Porcellum.

Sorprese. Fino ad un certo punto. Esclusioni eccellenti: Fini, Di Pietro, La Russa, Meloni pare restino fuori dal Parlamento. Ma anche alcuni outsider, quali Ingroia e Giannino, in buona compagnia con molti altri. Un dato evidente è infatti costituito dalla inconsistenza dei partitini-satellite; una miriade di formazioni di nuovo conio in competizione (una trentina, sia alla Camera che al Senato), molte delle quali non hanno superato neanche l’1% di consensi: l’indicazione inquietante che viene dal voto è che sia magari la prospettiva di attingere al finanziamento pubblico (i rimborsi elettorali), che induca questa assurda proliferazione. Una ragione in più per abolirlo, una volta per tutte.

Non c’è dubbio che queste elezioni un responso incontestabile l’abbiano offerto: metà Paese ha dato un segnale di sfiducia nei confronti dei partiti tradizionali: il 25% votando il Movimento 5 stelle, l’altro 25% astenendosi dal voto. Grillo aveva lanciato uno slogan nel suo ‘tsunami tour’: “tutti a casa”. Intendeva riferirsi, naturalmente, al vecchio ceto politico. Un quarto di elettori l’ha forse interpretato come un invito rivolto a sé! L’exploit di Grillo era atteso, ma non certo in queste proporzioni: è il primo partito alla Camera ed anche in molte regioni. Gli analisti propendono nel ritenere che abbia drenato soprattutto voti dall’area degli scontenti del centrosinistra, in particolare quella giovanile (i renziani del PD?).

Un’altra sorpresa – è indubitabile – è costituita dalla poderosa rimonta del PDL. Bisogna riconoscerlo, sul piano della comunicazione politica in campagna elettorale – la si pensi come si vuole sul personaggio – Berlusconi non ha rivali fra i leader politici concorrenti. Non potrà magari restituire l’IMU né favorire rientri di capitali dall’estero con nuovi scudi fiscali. Ma l’effetto annuncio, probabilmente, sarà bastato per conquistare qualche consenso in più.