E adesso?

Ho promesso al direttore che avrei detto la mia sulle elezioni e sullo stato di ingovernabilità apparente in cui si trova attualmente l’Italia. In ogni caso, sono tre giorni che cerco di spiegare ai francesi come è possibile che ci troviamo in questa situazione e come potremmo uscirne. Tanto vale che lo metta per iscritto (contravvenendo alla regola che mi ero dato, che era di utilizzare questo blog solo per parlare della lingua italiana). Devo dire che, più che ansia o preoccupazione per il rischio che l’Italia faccia la fine della Grecia e che questo possa avere ripercussioni a livello europeo, i nostri amici francesi sono più sorpresi (ma erano disattenti perché la situazione attuale era prevedibile) e incuriositi dalla fantasia che noi italiani riusciamo a mettere in campo anche a livello politico. Prima vediamo alcuni dettagli tecnici, poi cercherò perciò di spiegare come vedo le cose dal punto di vista dei tre principali schieramenti che siederanno nel prossimo parlamento. Prima di tutto, le Camere che sono appena state elette dovranno necessariamente riunirsi ed eleggere un nuovo presidente della Repubblica, visto che il mandato di Napolitano scade il 15 maggio e che un presidente, l’unico che ha questo potere, non può sciogliere le camere negli ultimi sei mesi del suo mandato. Questo vuol dire che, almeno per questo passaggio, un’idea dovranno pur farsela venire, al di là dei tatticismi e delle schermaglie a cui assistiamo in questi giorni. Per quanto riguarda lo stato dei partiti dopo il responso delle urne, lo schieramento di centrosinistra guidato dal PD avrebbe dovuto stravincere le elezioni, stando ai sondaggi (ma si veda l’articolo di Rocco Femia qui sotto) e stando al « sentimento collettivo », e invece si ritrova con una maggioranza esorbitante alla Camera, dovuta all’insensato premio di maggioranza attribuito dal porcellum, e con una maggioranza risicata e soprattutto relativa (quindi inutile) al Senato, il che lo rende non autosufficiente per la formazione del nuovo governo. E’ però, tecnicamente, lo schieramento che ha avuto più voti, e quindi logicamente è quello a cui il presidente della repubblica dovrebbe rivolgersi per primo per tentare di formare un governo. Questo lo costringe a cercare voti, al Senato, al di fuori del proprio schieramento. Da questo punto di vista, le uniche due possibilità sono una coalizione con il PDL o cercare di far ragionare i neoparlamentari del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo. A parte qualche eccezione, Bersani e gli altri dirigenti del PD sanno che un’eventuale alleanza con Berlusconi gli farebbe perdere milionate di voti, e che ne sancirebbe la fine elettorale e politica, posto che questa non sia già in atto, e sanno anche che, dopo aver vinto per un soffio questa volta, non avranno una seconda possibilità. Molti elettori democratici ora rimpiangono la scelta fatta durante le primarie di preferire Bersani a Renzi, più giovane e spregiudicato, ma anche all’apparenza più « berlusconiano », e addirittura sperano in un rapido ritorno alle urne con Renzi candidato premier. Io spero che il sindaco di Firenze non sia così miope da suicidarsi, politicamente parlando, a 38 anni, andando a guidare una coalizione destinata a perdere in partenza. L’opzione ritorno alle urne, immediato o a corto termine, non è praticabile per il PD. Resta l’ipotesi Grillo. C’è da lavorare, visti gli insulti e le accuse che sono volate, da una parte e dall’altra, nella campagna elettorale. Tuttavia, almeno sulla carta, è con i grillini, se non con Grillo, che la base del PD ha più convergenze di interessi e di progetti politici, se non altro la priorità data all’onestà, alla buona amministrazione, e, dal punto di vista delle azioni concreti, la riforma della legge elettorale, la legge sul conflitto di interessi, la riduzione dei costi della politica. Certo, ci sono anche profonde differenze, ma la base piddina sa bene che l’alleanza, o l’appoggio del Movimento 5 stelle a un loro governo è l’ultima possibilità di un partito che è probabilmente già morto, paradossalmente nel momento in cui ha vinto le elezioni. La corte che il PD sta facendo in questo momento a Grillo e soprattutto ai suoi è quasi imbarazzante, così come lo è la (ri)scoperta del movimento grillino che fanno i giornali come la Repubblica, e gli appelli al senso di responsabilità dei suoi esponenti che vengono fatti rischiano addirittura di essere controproducenti, ma la sinistra (per una volta praticamente unanime in questo) sa bene che questa è la sua ultima possibilità per sopravvivere, e soprattutto per scongiurare, a breve termine, altri cinque anni di berlusconismo. Lo schieramento secondo classificato, numericamente, è quello del centrodestra, che alla Camera ha avuto uno scarto di solo 0,4% rispetto al centrosinistra. Il risultato, tuttavia, è celebrato quasi come una vittoria, considerando che fino a qualche mese fa il PDL era accreditato al massimo del 15% delle intenzioni di voto (e si veda ancora l’articolo del direttore). Io sono dell’idea che questa « vittoria » del centrodestra debba essere ridimensionata: il solo PDL ha perso 6 milioni 300 mila voti, ossia il 40% di quelli che aveva nel 2008 (e il 13% dell’intero elettorato italiano). Il che vuol dire che lo hanno votato, praticamente, solo i fedelissimi, quelli che sono o si sentono come lui, e che lo voterebbero o lo voteranno sempre e comunque. Solo la faccia tosta di Berlusconi e il servilismo dei suoi possono far passare un tale risultato come un successo. Purtroppo, anche la sinistra e i giornali che le sono vicini contribuiscono ad avvalorare questo mito del Cavaliere che rimonta voti su voti, segno del fatto che la sudditanza psicologica, nel bene e nel male, è purtroppo bipartisan. (Ed è, a mio avviso, una delle ragioni dell’apparente intramontabilità di Berlusconi). Resta il fatto che, con questi numeri, il centrodestra (fondamentalmente costituito dal PDL più la Lega Nord) non può sperare di governare. Attualmente, i suoi dirigenti si astengono dal chiedere nuove elezioni, il che fa pensare che, evidentemente, non siano sicuri che avrebbero la maggioranza in entrambe le Camere. La loro strategia sembra essere piuttosto quella di cercare di coinvolgere il PD in quel « governissimo » che ne sancirebbe senza alcun dubbio la morte. La posizione del centrodestra è attualmente quella meno chiara. Quello che è evidente è che l’immobilità, per ora, è la soluzione migliore per loro. Il tempo gioca a loro favore, logorando i potenziali avversari in caso di nuove elezioni, e più la situazione si fa confusa e pericolosa per qualsiasi persona ragionevole, più loro vi trovano il proprio habitat naturale. Veniamo ora al Movimento 5 Stelle, il meno prevedibile, nelle sue mosse future, visto che si tratta di un « movimento » che non ha precedenti nella storia italiana e di altri paesi. Apparentemente, per i grillini, allearsi o anche solo fornire un appoggio di qualsiasi tipo ad un governo guidato dal centrosinistra sarebbe deleterio. Loro che si sono sempre dichiarati contro la destra e la sinistra tradizionali, che stanno ancora nell’euforia di un successo elettorale talmente spettacolare da superare anche le loro migliori previsioni (sono il primo partito sia alla Camera che al Senato) e che potrebbero sfruttarne l’onda lunga in caso di nuove elezioni ravvicinate (racimolando presumibilmente anche molti voti di elettori del PD delusi), avrebbero tutto da perdere a compromettersi con una compagine che per loro rappresenta, esattamente come le altre, la « vecchia » politica. E infatti, la prima mossa di Grillo è stata quella di chiudere all’apparenza la porta a qualsiasi velleità del PD di allearsi con il suo movimento definendo Bersani un « morto che parla », come tante volte aveva fatto in campagna elettorale. I grillini e il loro guru continuano a sostenere che la loro è una rivoluzione e che è inutile cercare di inquadrare la loro azione con le categorie della vecchia politica. Tuttavia, accettando il gioco elettorale devono pur aver messo in conto l’idea di poter fare qualcosa di concreto, al di là del desiderio, generico quanto velleitario, di « mandarli tutti a casa ». Se si andasse a nuove elezioni ora, o tra qualche mese, è possibile che il Movimento 5 stelle aumenterebbe ancora un po’ i propri consensi, magari addirittura riuscendo ad ottenere il premio di maggioranza alla Camera, ma, se si tornasse a votare con il porcellum, è quasi certo che non riuscirebbe ad avere la maggioranza al Senato, dove i seggi sono attribuiti su base régionale (in Lombardia, per dire, avevano il 17%). E il suo progetto non può ragionevolmente essere « continuiamo a rendere l’Italia ingovernabile e a fare nuove elezioni finché non vinciamo noi ». Ad un’eventuale seconda tornata elettorale nel giro di pochi mesi non ne seguirebbe comunque una terza e, anche con un 5 Stelle in crescita, ci sarebbero forti possibilità che il centrodestra ritorni al governo (con tutto quello che questo può rappresentare per l’Italia a livello europeo e mondiale). Personalmente, sono pronto a scommettere che altri cinque anni (nella migliore delle ipotesi) di berlusconismo logorerebbero anche un movimento pieno di entusiasmo e idee rivoluzionarie come quello di Grillo (che, adesso tendiamo a dimenticarlo, ma ha avuto anche i suoi problemi e le sue falle già in passato). Senza contare che, visto lo stato attuale del PD, in un eventuale negoziato i grillini potranno chiedere ed ottenere praticamente tutto. In ogni caso, lo ripeto, almeno per l’elezione del Presidente della Repubblica un’accordo dovranno trovarlo. L’incognita potrebbe essere quella della reazione a un’eventuale accordo (qualsiasi forma esso prenda) con il PD della base grillina. Girando sul blog di Grillo e su Facebook (dove si capiscono molte cose della politica italiana) mi sono fatto l’idea che sia costituita almeno di tre parti. Da un lato ci sono quelli che votano i 5 Stelle e li sostengono per fede e cieca obbedienza al guru. Per loro, ovviamente, è inutile parlare di qualsiasi alleanza o accordo, sono convinti che la rivoluzione è in marcia e Beppe caccerà tutti a casa. Poi ci sono quelli che aderiscono nelle grandi linee al progetto politico del movimento e propugnano una linea « pragmatica »: i parlamentari grillini dovranno votare solo i provvedimenti che sono conformi al loro programma, e che un’eventuale accordo dovrà essere fatto sulla base delle proposte concrete che il PD farà. Infine ci sono quelli che, magari rendendosi conto dei limiti e dei difetti del suo progetto politico, lo hanno votato per insofferenza nei confronti di tutti gli altri partiti e perché « desse una scossa » al sistema. Può essere che alcuni dei militanti grillini che in queste ore si esprimono e chiedono di considerare seriamente la possibilità almeno di ascoltare quello che il centrosinistra ha da proporre siano veramente elettori del PD « mascherati », come sostengono alcuni (e d’altronde si tratta di un effetto indesiderato della democrazia diretta via Web che propugnano), ma secondo me ce ne sono molti anche che appartengono a una delle due ultime categorie. In fondo, i numeri ci sarebbero, magari non per realizzare la totalità del programma dei 5 Stelle, ma almeno per assestare un duro colpo al berlusconismo passato e soprattutto a venire.

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Fabio Montermini
Originaire de Parme (Italie) chercheur en linguistique au CNRS (laboratoire CLLE-ERSS de Toulouse, dont il est directeur adjoint depuis 2010), Fabio MONTERMINI a enseigné dans les universités de Parme, Milano Bicocca et Toulouse le Mirail. Il s'occupe principalement de morphologie de l'italien et des autres langues romanes. Depuis quelques années, il collabore avec la revue RADICI en proposant des articles de vulgarisation linguistique mais aussi des sujets d'actualité sur la société italienne et l'émigration. Il est membre du comité de direction de l'Institut de Linguistique Française et du comité exécutif de la Société de Linguistique Italienne.
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