Ho già avuto modo di parlare del ministro per l’integrazione Cécile Kyenge e delle difficoltà di essere ministro donna e di origine straniera oggi in Italia. Recentemente, e suo malgrado, la ministra è tornata ad essere al centro delle cronache, vittima di un’iniziativa del giornale della Lega Nord, la Padania, che ha cominciato a pubblicare l’elenco dei suoi appuntamenti, il tutto sullo sfondo della polemica sullo « ius soli », la proposta di attribuire la cittadinanza a chiunque sia nato sul suolo italiano. Riprendendo la polemica, il capogruppo della Lega al Senato, Massimo Bitonci, ha accusato la Kyenge di voler « favorire la negritudine come in Francia » (e ha aggiunto « ma noi possiamo farne a meno »).
Cosa sia per i legisti la negritudine non è stato spiegato esplicitamente, ma è facile intuirlo. La parola, però, e il suffisso che contiene, hanno una storia interessante, e il riferimento alla Francia non è casuale. Il primo a parlare di négritude, infatti, è stato lo scrittore e politico francese Aimé Césaire nel 1935 per marcare la differenza tra la cultura francese e la cultura « nera » (oggi forse si direbbe « nativa ») in pieno colonialismo. Négritude è una creazione lessicale che, all’epoca, era abbastanza strana. Non tanto per l’uso del termine nègre (oggi probabilmente stigmatizzato ancor più del corrispondente italiano negro), ma per la scelta del suffisso, che fino ad allora appariva principalmente in parole di origine e tradizione dotta (béatitude, ingratitudine) o in termini scientifici (altitude). Il senso di ‘identità’ espresso dal suffisso era inesistente all’epoca, anche se proprio négritude è alla base della sua fortuna in questo senso. Da allora, le parole in -itude costruite sulla base di nomi che indicano un’etnia, un gruppo sociale o una categoria (possibilmente a rischio di discriminazione) sono innumerevoli, almeno in francese.
E in italiano?
In italiano, negritudine ha cominciato ad apparire negli anni Sessanta, sicuramente come calco del corrispettivo francese e in contesti simili. Anche se è forse con meno successo che in francese, il suffisso -itudine, che come in francese apparteneva principalmente a registri elevati o a ambiti specifici, si è diffuso con basi di vario tipo. Una particolarità, mi sembra, dell’italiano rispetto al francese è la coloritura dispregiativa, o perlomeno ironica, del suffisso. Spesso, ma non sempre, tale sfumatura proviene dal significato stesso della base. La banca dati di neologismi del portale Treccani, per esempio, la più ricca, credo, attualmente disponibile per l’italiano, contiene sedici parole coniate all’incirca dall’inizio degli anni Duemila che contengono questo suffisso. Un certo numero di esse (ad esempio coattitudine) contiene una base che di per sé è già, se non dispregiativa, perlomeno non particolarmente positiva. Tuttavia, se guardiamo i contesti della maggior parte delle altre, si nota che il suffisso può attribuire una sfumatura negativa anche a basi potenzialmente « neutre », come in antiamericanitudine, ragazzitudine, baricchitudine o travaglitudine (rispettivamente, dal nome dello scrittore Alessandro Baricco e del giornalista Marco Travaglio).
Come si vede, l’uso di negritudine da parte della Lega Nord costituisce un rovesciamento di 180 gradi del significato e della connotazione legata alla parola al momento della sua creazione, rovesciamento favorito, da una parte, dalla sfumatura negativa legata al suffisso in italiano e dall’altra dalla progressiva tabuizzazione a cui, dopo la prima metà del secolo scorso, è stata sottoposta la parola negro (in italiano, francese e altre lingue). Parola ormai decisamente marcata in senso offensivo e denigratorio, aspetti, tuttavia, che non possono non apparire come graditi agli esponenti della Lega Nord quando parlano delle persone di pelle scura. La stessa spiegazione, peraltro, potrebbe applicarsi al neologismo opportunamente creato per riferirsi alla vicenda, da Massimo Gramellini che ha intitolato un suo articolo sulla versione on line della Stampa « La leghitudine ».