ROCCO FEMIA

L’Italia è uno strano Paese.

Un Paese che spesso sembra dubitare di sé stesso, dividersi, caricaturarsi, preoccuparsi per il proprio futuro. Di cui si annuncia regolarmente il suo declino, come se la sua storia dovesse necessariamente concludersi nella nostalgia di ciò che è stato. Gli italiani stessi si abbandonano spesso a questo esercizio, con quella miscela di lucidità e pessimismo che appartiene loro da sempre.

Eppure. Ogni volta che si osserva l’Italia un po’ più da vicino, qualcosa sfugge a questo racconto del crepuscolo. Come se, dietro difficoltà molto reali, continuasse a esistere una straordinaria capacità di porre domande che vanno ben oltre i suoi confini. È questo il filo che lega le pagine di questo numero doppio dell’estate 2026.

A ottant’anni dalla nascita della Repubblica, l’Italia continua a interrogarsi sul significato della cittadinanza. Che cosa significa oggi la democrazia in un tempo in cui cresce l’astensione, si diffonde la sfiducia e le istituzioni appaiono talvolta più fragili di quanto abbiamo immaginato fino ad ora? Una domanda che non appartiene soltanto all’Italia. Attraversa ormai l’intera Europa.

L’Europa, appunto. Raramente dalla sua nascita è apparsa al tempo stesso così necessaria e così incerta. Attraverso gli sguardi di Massimo D’Alema e di Marcello Veneziani, due personalità che non condividono né la stessa cultura politica né le stesse conclusioni, emerge tuttavia una preoccupazione comune: quella di un continente che fatica ancora a trasformare la propria potenza economica in un vero progetto politico. Anche qui la questione supera ampiamente i confini italiani. Ma non è casuale che venga posta con tanta forza proprio dall’Italia, un Paese che ha sempre intrattenuto con l’idea europea un rapporto insieme appassionato, critico e profondamente politico.

La stessa interrogazione ritorna, sotto un’altra forma, nell’incontro con Venanzio Postiglione. Quando il vicedirettore del Corriere della Sera parla delle parole democrazia, libertà, pace e verità che considera “smarrite”, non si riferisce soltanto al linguaggio. Parla della nostra capacità collettiva di continuare ad abitare quelle parole, di dare loro un contenuto reale invece di lasciarle alla deriva tra slogan e indignazioni passeggere.

E poi c’è Pinocchio. Quest’anno ricorre il bicentenario della nascita del suo creatore, Carlo Collodi. Il suo personaggio più celebre continua ad accompagnarci; in effetti crediamo di conoscere Pinocchio. In realtà, ogni generazione scopre un libro diverso. Dietro la fiaba per bambini appare un’opera che accompagna la nascita dell’Italia moderna, un Paese che cercava allora di trasformare una popolazione dispersa, spesso povera e analfabeta, in cittadini capaci di condividere una lingua e un destino comuni. A più di un secolo dalla sua pubblicazione, il vecchio burattino continua a porre una domanda scomoda: che cosa diventa una società quando le bugie non fanno più crescere il naso?

A loro modo, anche l’articolo sui dialetti racconta questa stessa storia. A lungo considerati un ostacolo all’unità nazionale, oggi i dialetti appaiono come una ricchezza da custodire. Non perché rappresentino un rifugio contro il presente, ma perché ricordano che una lingua comune non nasce mai dalla cancellazione delle differenze. Al contrario, cresce a partire da esse.

Questo numero ci conduce a Napoli, Ischia, Capri o Procida, ma non parla mai soltanto di viaggio. Perché i paesaggi, i sapori e le tradizioni non sono semplici scenografie. Sono le forme concrete che la memoria assume quando continua a vivere.

Forse è qui che si trova il vero filo rosso di queste pagine: la trasmissione.

Non la conservazione immobile di un’eredità da chiudere sotto una teca di vetro, ma quel lavoro più difficile che consiste nel far passare qualcosa da una generazione all’altra senza tradirlo e senza imprigionarlo.

Anche il patrimonio artistico racconta questa storia. Attraverso il destino talvolta incredibile di capolavori rubati, ritrovati e poi dimenticati per decenni in depositi o archivi amministrativi, emerge un’altra forma di trasmissione interrotta. Un’opera non è davvero salvata quando viene semplicemente recuperata. Lo è quando ritrova il proprio posto nella memoria collettiva e torna a parlare al pubblico. Altrimenti l’oblio finisce talvolta per compiere ciò che il furto non era riuscito a portare a termine.

Forse è questa, in fondo, la grande lezione italiana. Non quella di un Paese esemplare. L’Italia è troppo complessa, troppo contraddittoria e talvolta troppo indisciplinata per pretendere un simile ruolo. Ma quella di un Paese che continua ostinatamente a misurarsi con le grandi questioni del proprio tempo: la democrazia, la verità, la memoria, l’identità, la trasmissione.

In un mondo in cui tutto sembra destinato a essere consumato rapidamente prima di essere sostituito da qualcos’altro, questa ostinazione merita ancora la nostra attenzione. Perché le società non muoiono quando cambiano. Muoiono quando non sanno più che cosa hanno ricevuto, né che cosa desiderano trasmettere.

Così, l’Italia, nonostante tutti i pronostici di declino che le vengono rivolti da decenni, continua ostinatamente a parlarci.

R.F.

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Rocco Femia, éditeur et journaliste, a fait des études de droit en Italie puis s’est installé en France où il vit depuis 30 ans.
En 2002 a fondé le magazine RADICI qui continue de diriger.
Il a à son actif plusieurs publications et de nombreuses collaborations avec des journaux italiens et français.
Livres écrits : A cœur ouvert (1994 Nouvelle Cité éditions) Cette Italie qui m'en chante (collectif - 2005 EDITALIE ) Au cœur des racines et des hommes (collectif - 2007 EDITALIE). ITALIENS 150 ans d'émigration en France et ailleurs - 2011 EDITALIE). ITALIENS, quand les émigrés c'était nous (collectif 2013 - Mediabook livre+CD).
Il est aussi producteur de nombreux spectacles de musiques et de théâtre.