Il quadro europeo è arrivato al suo limite storico?

ROCCO FEMIA

Ci sono momenti in cui le crisi smettono di essere semplici incidenti di percorso e diventano vere e proprie rivelazioni. Momenti in cui un’architettura politica continua a esistere, ma non riesce più ad agire davvero sul mondo così com’è diventato. L’Europa sta probabilmente attraversando uno di questi passaggi.

Da anni discutiamo delle sue lentezze, delle sue divisioni, delle sue esitazioni. Correggiamo i suoi meccanismi, dibattiamo le sue regole, denunciamo i suoi limiti, come se il problema fosse ancora soltanto istituzionale. Eppure, man mano che le crisi si accumulano, emerge una domanda più profonda e più inquietante: e se il quadro europeo attuale fosse arrivato al proprio limite storico?

Perché il mondo, nel frattempo, ha già cambiato scala. I mercati sono globali, le filiere industriali continentali, le dipendenze energetiche planetarie, le tecnologie organizzate attorno a pochi grandi blocchi di potenza. Perfino la sicurezza militare si fonda ormai su sistemi integrati che superano largamente le capacità dei singoli Stati europei. In altre parole, la questione non è più soltanto quella della sovranità proclamata, ma della sovranità reale.

Ed è probabilmente qui che si trova oggi il grande equivoco europeo. Proprio mentre in tutto il continente avanzano i discorsi sovranisti, gli strumenti tradizionali della sovranità nazionale sembrano perdere una parte della loro efficacia concreta. Molte delle decisioni che determinano ormai la vita dei cittadini – energia, finanza, tecnologie, difesa, industria – si giocano già a un livello che gli Stati, da soli, controllano sempre meno.

La guerra in Ucraina ha reso questa contraddizione improvvisamente evidente. Non soltanto perché una guerra è tornata ai confini del continente, ma perché ha mostrato fino a che punto l’Europa resti dipendente da equilibri strategici, militari ed energetici che non controlla pienamente.

Altre crisi hanno poi confermato questo disagio. Il dramma di Gaza, le tensioni attorno all’Iran, le fratture geopolitiche che attraversano il mondo hanno messo in luce le persistenti difficoltà dell’Europa nel definire una posizione realmente comune ogni volta che entrano in gioco potenza, diplomazia e strategia. Come se il continente disponesse già del peso economico di una grande potenza, senza possedere ancora gli strumenti politici capaci di trasformare quel peso in una capacità d’azione coerente.

Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno riorganizzando massicciamente la propria potenza industriale e tecnologica. La Cina pianifica nel lungo periodo infrastrutture, risorse e capacità d’influenza. Le grandi potenze ragionano ormai su scala continentale, mentre l’Europa continua spesso a funzionare come una negoziazione permanente tra interessi nazionali.

Forse è proprio questo, oggi, il vero pericolo. Non il crollo improvviso dell’Europa, ma il suo lento esaurimento storico. Un’Europa che continua a esistere sul piano istituzionale, ma che sta diventando progressivamente incapace di orientare il corso degli eventi. Un’Europa che continua a vivere attraverso le sue regole e le sue procedure, mentre la sua capacità politica reale si riduce sempre di più di fronte a potenze capaci, invece, di agire strategicamente nel lungo periodo.

Attenzione, questo non significa naturalmente che le nazioni siano scomparse. Restano realtà storiche profonde: lingue, culture, memorie, immaginari collettivi senza i quali nessuna democrazia può durare nel tempo. L’Europa non è gli Stati Uniti. Non condivide una lingua unica, né una storia omogenea, né un racconto nazionale comune capace di cancellare secoli di traiettorie differenti. Ma diventa sempre più difficile ignorare che gli Stati europei fatichino ormai a esercitare da soli una sovranità pienamente effettiva nei campi decisivi del presente.

Perché il problema, forse, non è più scegliere tra nazioni ed Europa. Il problema è più profondo: quale nuova forma politica inventare per nazioni europee che non possono più agire da sole senza, per questo, voler scomparire.

Il progetto europeo del Novecento è stato un’intuizione immensa. Ha permesso di costruire uno spazio inedito di pace, circolazione, cooperazione e stabilità. Nel momento in cui l’integrazione economica avanzava e le interdipendenze si rafforzavano, l’assenza di un vero potere politico europeo appariva meno urgente in un mondo che era relativamente stabile. Ma questa separazione tra potenza economica e capacità politica è oggi sempre più difficile da sostenere.

Ormai la contraddizione è visibile ovunque, e il dibattito europeo deve probabilmente cambiare natura. La questione non è più sapere se serva “più” o “meno” Europa. La vera domanda è quale architettura politica possa ancora permettere agli europei di incidere realmente sul proprio destino collettivo in un mondo strutturato da grandi potenze continentali.

Questo significa forse che un nucleo di paesi europei dovrà accettare di andare oltre insieme. Francia, Germania, Italia, Spagna, Belgio – forse altri ancora – dovranno prima o poi chiedersi se siano pronti a condividere una parte della loro sovranità effettiva nei campi diventati decisivi: difesa comune, strategia energetica, investimenti industriali, ricerca, tecnologia, politica estera, capacità di bilancio. Non per abolire le nazioni, ma per evitare che la loro frammentazione le conduca lentamente all’impotenza.

Un simile passaggio non significherebbe la fine dell’Europa attuale, ma forse l’inizio di un’altra Europa: più politica, più strategica, più capace di agire. Un’Europa costruita attorno ad alcuni paesi disposti ad assumersi insieme una responsabilità storica più forte, lasciando al tempo stesso aperta la porta a chi vorrà unirsi senza disfare la coerenza del progetto.

L’Europa attuale è stata forse concepita per impedire il ritorno delle tragedie del Novecento. Ed è stato qualcosa di immenso. Ma il XXI secolo pone ormai un’altra domanda: sapere se gli europei siano ancora capaci di trasformare la loro potenza economica, culturale e storica in una vera capacità politica comune. Perché nella storia le forme politiche che smettono di evolvere non scompaiono sempre immediatamente; finiscono piuttosto per diventare, poco alla volta, inadatte al mondo che le circonda.

R.F.

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Rocco Femia, éditeur et journaliste, a fait des études de droit en Italie puis s’est installé en France où il vit depuis 30 ans.
En 2002 a fondé le magazine RADICI qui continue de diriger.
Il a à son actif plusieurs publications et de nombreuses collaborations avec des journaux italiens et français.
Livres écrits : A cœur ouvert (1994 Nouvelle Cité éditions) Cette Italie qui m'en chante (collectif - 2005 EDITALIE ) Au cœur des racines et des hommes (collectif - 2007 EDITALIE). ITALIENS 150 ans d'émigration en France et ailleurs - 2011 EDITALIE). ITALIENS, quand les émigrés c'était nous (collectif 2013 - Mediabook livre+CD).
Il est aussi producteur de nombreux spectacles de musiques et de théâtre.