L’ho sempre detto e scritto infinite volte che i politici ormai sono fuori dal gioco della vita. Determinano poco e niente. Gli restano, ormai, solo promesse che sanno di non poter mantenere. E di cui si servono con profusione, tanto…
La colpa di tutto ciò? In parte di questa selvaggia globalizzazione che nel suo aspetto più tragicamente finanziario, ha divorato la politica e con essa la libertà di noi tutti. La tragica irrilevanza dell’azione politica svela, infatti, il potere di controllo di questi potentati economici e finanziari, sempre meno trasparenti, sempre più sottratti a ogni controllo democratico, sempre più arbitrari e difficilmente riconoscibili.

Per questo, in mezzo ad una crisi sanitaria senza precedenti, vediamo come la politica non riesce più a dettare le sue regole nei confronti dei Big Pharma che tengono sotto scacco il mondo intero. Questi ultimi fanno quello che vogliono: il buono e il cattivo tempo. E il motivo è semplice: i due mondi, quello della finanza e di una certa politica collusa, vanno a braccetto. Niente di nuovo sotto il cielo mi direte voi. Ma ricordarcelo potrebbe innescare qualche buon riflesso.

Se ci pensate bene, quello a cui assistiamo è un po’ lo stesso macabro meccanismo della mafia quando un po’ di anni fa capì e decise, attuando la svolta maggiore della sua storia, che lo Stato non bisognava combatterlo, ma infiltrarlo e metterlo al suo sevizio. Come? Sistemando i suoi uomini « migliori » al posto giusto. È quello che sta facendo la finanza, nella quale c’è già la mafia e il suo ramificato potere.
Se prendiamo questa lente di ingrandimento decifriamo con una certa facilità tutti i drammi che stiamo vivendo. Tutte le inerzie, i ritardi, le mancanze di controllo, in una parola l’assolutismo di certi poteri che fanno quello che vogliono e soprattutto sanno che gli andrà sempre bene.

Lo so, è frustrante e disorientante affermare una verità del genere, ma se rifiutiamo l’ipocrisia, dovremmo saperlo bene che le decisioni che contano avvengono altrove, in luoghi che prendono ora il nome di Mercato, ora quello di Borsa, senza dubbio quello di alta Finanza.
Oggi come ieri.
Ieri come oggi il valore del lavoro di un qualunque impiegato, funzionario o artigiano, è definito a migliaia di km di distanza dalla sua residenza, nel freddo e opulento ufficio di un magnate dell’economia e della finanza che decide non solo il valore d’uso ma finanche quello morale del lavoro di quell’uomo, di quella parte di popolazione che non conosce nemmeno. A distanza alcuni decidono che quella porzione di economia non interessa i loo interessi. E in questo scenario, la politica raramente interviene per fare le scelte contro corrente capaci di bloccare questa tragica sequenza di egoismo. Cosi facendo la politica non solo non avvantaggia in cittadini in difficoltà, ma non ottempera più alla ragion d’essere del suo esistere democratico, al suo ruolo per eccellenza.

È vero, all’inizio salutammo tutti la globalizzazione, come un’opportunità unica, capace di permettere, e in parte lo ha fatto, di aprirci a culture diverse dalla nostra, sprovincializzando le nostre maniere di vedere e di percepire il quotidiano e soprattutto permettendoci di relativizzarlo. Questa prossimità con il mondo intero che percepivamo come un impensabile progresso, sta manifestando con il tempo un suo nefasto e pericoloso effetto collaterale: tutto è diventato retorica. Si, il successo di questa subdola arte di travestire la verità, si sta esprimendo nella sua peggior versione, quella populista che in modo particolare in Italia si sta evidenziando in nostalgie di stampo nazionalista e identitario il cui danno vi lascio facilmente immaginare. Ideologie che pensavamo desuete e fuori dalla storia, oggi sono portate avanti e offerte da una politica di pericolosi opportunisti che non hanno un solo grammo di amore per l’Italia, ma solo sete di potere e di millantato credito, tipico di megalomani inguaribili.
Questa politica è la risposta più sbagliata che possa esistere allo smarrimento attuale delle persone e dell’opinione pubblica. Uno smarrimento che in parte è dovuto alla scomparsa di una vera politica dei diritti umani e di uguaglianza nei confronti dei più bisognosi. Una dimensione che è stata appannaggio per molto tempo della sinistra, ma che oggi vede quel rosso, simbolo di lotta per i diritti, diventare sempre più annacquato, lavato e virare irrimediabilmente al bianco, come la bandiera di chi si consegna al nemico: il liberalismo più smodato.

A questo si è aggiunta la maledizione e la sete di apparenza, di essere sempre nella prima pagina dei giornali e delle trasmissioni televisive. Una ricerca smodata del consenso virtuale e mediatico che si è sostituita al lavoro sul terreno, ormai diventato inutile e pericoloso. Il danno è senza misura. Ed ecco che la politica piuttosto che manifestarsi come capacità di decidere, diventa presenzialismo assillante in talk show televisivi quanto mai disastrosi e superficiali.
Appaio e dunque esisto. Trasmissioni condotte da animatori che mangiano allo stesso piatto in un circolo vizioso nel quale tutti conoscono tutti, amici di amici, creatori e responsabili di una comunicazione orientata e bugiarda, raramente indipendente e libera. E poi sempre le stesse facce, sempre quella stesse facce in trasmissioni che si somigliano tutte. Cloni gli uni degli altri.
In questa grande ipocrisia generale ci ripetiamo fino alla noia che se fossimo consumatori responsabili potremmo fare la differenza, scegliendo noi quello che vogliamo o non vogliamo vedere. Sappiamo inconsciamente che l’esercizio della libertà, che oggi si gioca soprattutto davanti ad un telecomando e ad una tastiera di un computer, potrebbe fare la differenza. Ed invece no. Pia illusione anche questa, promessa mai mantenuta, carnefici di noi stessi.
Una responsabilità che se in parte mettiamo in pratica per il cibo, diventa quasi impossibile di fronte a quell’informazione che, pure, non è meno pericolosa di un cibo contraffatto e scaduto.

Ci lasciamo imbrigliare nella persuasione occulta di gente insignificante che sa gestire le manovelle del consenso aumentando come vogliono la presenza sugli schermi e sui giornali di questo o quel personaggio. E così facendo, far crescere l’audience di questo o di quella presso un pubblico di spettatori/elettori.

Ma forse la pandemia, nella sua tragica dimensione, sta rendendo un grande servizio all’umanità. Ha fatto toccare con mano quanto sia ormai a rischio l’intero ecosistema planetario. Se perfino il freddo Draghi ieri, nella conferenza stampa (forse a molti è sfuggito), si è lasciato scappare che le vaccinazioni non si faranno solo quest’anno, ma anche negli anni successivi e che le varianti che si manifesteranno ci costringeranno ad aggiornare il vaccino per far fronte all’epidemia.
Ecco, perfino per «gli spiriti animali» del capitalismo (parafrasando Keynes) è evidente la necessità di un potere politico che abbia il coraggio di indirizzare i processi della globalizzazione, la natura dei mercati e via elencando, verso una umanizzazione e una giusta distribuzione delle ricchezze. In parole povere: dalla crisi non si esce come se fosse stata una spiacevole parentesi della storia, ma solo se saremo capaci di cambiare il sistema di produzione e di distribuzione del benessere. Ormai siamo costretti a farlo più che nelle guerre precedenti. Pena l’estinzione.
Se la politica non diventa il progetto di un futuro piuttosto che una tattica elettorale, saremo in una merda terribile.
Semplicemente e tristemente.

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Rocco Femia, éditeur et journaliste, a fait des études de droit en Italie puis s’est installé en France où il vit depuis 20 ans et où il a effectué une spécialisation en droit.
Il est fondateur et directeur de la publication du magazine RADICI. Il a à son actif plusieurs publications et de nombreuses collaborations avec des journaux italiens et français.
Livres écrits : A cœur ouvert (1994 Nouvelle Cité éditions) Cette Italie qui m'en chante (collectif - 2005 EDITALIE ) Au cœur des racines et des hommes (collectif - 2007 EDITALIE). ITALIENS 150 ans d'émigration en France et ailleurs - 2011 EDITALIE). ITALIENS, quand les émigrés c'était nous (collectif 2013 - Mediabook livre+CD)