Una delle parole della settimana appena passata è sicuramente « moderati ». Dopo aver provocato la fine prematura del governo Monti e annunciato la sua discesa in campo (la sesta), Berlusconi ha invitato il futuro ex premier, da lui stesso appena sfiduciato, a ricandidarsi per « riunire i moderati » sotto la sua bandiera. Schieramento di cui, ovviamente, il partito di Berlusconi farebbe parte, e lui stesso si impegnerebbe in prima persona nella campagna elettorale.   In realtà, se riusciamo senza problemi a pensare a Monti come rappresentante dei moderati, facciamo assai più fatica a capire che cosa ci farebbe Berlusconi in uno schieramento che porti questo nome. Secondo il Grande dizionario dell’uso di Tullio De Mauro, « moderato » significa, tra le altre cose, « che sa moderarsi, sobrio, misurato » e, in politica, « di idee, atteggiamenti e simili, basati, ispirati ai principi della moderazione ». Ora, chi abbia seguito, anche distrattamente, la politica italiana degli ultimi vent’anni sa che Berlusconi e i personaggi che lo hanno accompagnato sono di quanto più lontano si possa immaginare dalla definizione data qui sopra, non solo dal punto di vista politico, ma in generale nella maniera di concepire la vita e i rapporti personali. A meno che possedere dozzine di ville in giro per il mondo, tra cui una decina solo ai Caraibi, non sia segno di moderazione.   Eppure, sarebbe troppo semplice liquidare il fatto che Berlusconi si appelli ai moderati e consideri di farne parte come una delle sue tante mistificazioni.   Una delle caratteristiche più interessanti delle lingue che parliamo è l’indeterminatezza di significato che le parole, per loro natura, presentano. L’idea che ogni parola possegga un significato « esatto » è comunemente diffusa, ma può essere facilmente smentita, se pensiamo quanti e quali significati diversi abbiano, e in quanti contesti possano essere utilizzate anche le parole più comuni della lingua. Da sempre, i politici, sfruttano, più o meno consciamente, questa proprietà della lingua, facendo dire alle parole quello che vogliono loro, o quello che credono il popolo voglia sentire. Il linguaggio della politica italiana attuale, e in particolare quello del berlusconismo, porta all’estremo questa tendenza, come diversi saggi recenti hanno mostrato (ad esempio Gustavo Zagrebelsky in Sulla lingua del tempo presente). Parole apparentemente positive e consensuali come « amore », « bontà » o addirittura « Italia » diventano, in bocca berlusconiana, parole che, invece, tendono a dividere, a separare i « buoni » dai « cattivi », facendo leva, evidentemente, sui sentimenti più elementari degli elettori. Ed ecco che una parola apparentemente inoffensiva come « moderato », che originariamente dovrebbe designare uno schieramento politico che si oppone all’estremismo, diventa essa stessa una parola estremista, nel momento in cui Berlusconi, estremista circondato da estremisti, se ne appropria.