Mi ero ripromesso di contribuire a questo blog esclusivamente articoli che trattassero argomenti relativi alla lingua italiana.

Ça tombe bien, l’altra sera, durante il suo show sulla Costituzione italiana su Rai 1, Roberto Benigni ha parlato anche di questo, commentando l’articolo 6, che recita: « La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche« .

Era partito bene, facendo notare come questo articolo suggerisca, senza dirlo esplicitamente (e non è scritto da nessun’altra parte), che la lingua ufficiale dell’Italia è l’italiano, e rendendo omaggio alla polifonia dei dialetti italiani e alla ricchezza linguistica della Penisola. Poi è un po’ caduto nella banalità riprendendo il leitmotiv (si può, è tedesco) del « sì, prendere parole da altre lingue è un arricchimento, ma in italiano oggi ci sono troppi anglicismi », citando esempi come spending review e altri che ora non ricordo.

Si tratta, è vero, di un peccato veniale, di fronte all’impresa, checché se ne pensi del risultato, di aver raccolto il 43% di share parlando della Costituzione. Al di là di questo dato innegabile, la performance benignana non ha suscitato solo commenti positivi. Ieri mattina, ad esempio, le pagine di diversi miei contatti di Facebook erano piene di discussioni sullo spettacolo visto la sera prima. E, come spesso accade in questi casi, il dibattito si svolgeva tra le due posizioni estreme da chi esaltava con entusiasmo il genio di Benigni, il suo respiro civile e la sua capacità a interessare il grande pubblico con un soggetto apparentemente ostico, e chi lo accusava di essere diventato ormai troppo retorico, buonista e ripetitivo.

Personalmente, pur riconoscendo che da qualche tempo Benigni si compiace assai a mostrare il suo volto patriottico e retorico, ho apprezzato diversi passaggi del suo spettacolo, e in generale l’idea che in Italia si possano passare due ore a parlare della Costituzione nella prima serata televisiva. L’ho apprezzato a partire dal titolo, La più bella del mondo, che è stata una delle cose più criticate, perché, dicono i detrattori di Benigni, una Costituzione non ha da essere bella o brutta, e in particolare quella italiana avrebbe piuttosto da essere applicata pienamente. Verissimo. Ma uno dei grandi meriti di Benigni è stato quello di prendere la Costituzione e commentarla come un’opera letteraria, a tratti poetica, cosa che la nostra Carta per certi versi è veramente. C’è poi un altro aspetto, su cui forse quelli che criticano Benigni dovrebbero riflettere, ed è che uno spettacolo di uno dei comici più famosi del paese sulla legge fondamentale dello stato è possibile solo in Italia. Ve lo immaginate, in Francia, Gad Emaleh che fa due ore su TF1 sulla Costituzione francese? Il motivo è che la Costituzione italiana, al di là del suo mero ruolo giuridico, ha un’importanza simbolica forte. Non a caso, in Italia si fanno manifestazioni portando fisicamente in corteo il libriccino della Costituzione, mentre in Francia di quella francese non ne ho mai sentito parlare.

E c’è un altro aspetto che distingue l’Italia dalla Francia. In Francia, la parte politica più legata alla difesa della legalità è, come sembra logico, la destra, mentre la sinistra, che si tratti dell’estrema sinistra o della gauche caviar, ha un rapporto più « libero » con la legge (ne so qualcosa io che lavoro in una delle università più rosse di Francia). In Italia, invece, la sinistra è fondamentalmente legalista e attaccata alle istituzioni, mentre è la destra (o perlomeno i personaggi che ne occupano attualmente lo spazio politico) ad avere piuttosto tendenze eversive (si veda il mio precedente post); le manifestazioni di cui sopra in cui si brandisce la Costituzione riuniscono principalmente persone legate alle varie anime della sinistra, e, caso forse unico al mondo, la sinistra italiana ha tra le sue icone due giudici, Falcone e Borsellino, uccisi dalla mafia nel 1992.

E’ in virtù di questo paradosso che un argomento che altrove sarebbe materia solo per pochi giuristi, in Italia può diventare il soggetto di uno show televisivo di prima serata che tiene davanti al video per più di due ore quasi la metà dei telespettatori italiani.