Il gran ballo dell’Expo

L’evento che dovrebbe cambiare faccia a Milano e innescare la ripresa italiana si sta rivelando ancor prima di iniziare una nuova abbuffata per corruttori e corrotti. Ne abbiamo parlato con Gianni Barbacetto, giornalista de Il Fatto Quotidiano che insieme a Marco Maroni ha appena pubblicato per le edizioni Chiarelettere, la storia segreta dell’esposizione universale che si tiene a Milano dal primo maggio al 31 ottobre 2015.

Quella dell’Expo è una storia complessa che fa emergere i mali endemici del nostro paese riguardo alle grandi opere pubbliche : corruzione e mafia. Può dirci cos’è l’Expo per lei? Perché è stata voluta a Milano? E perché proprio su quei bislacchi terreni accanto alla nuova Fiera ?

Nel 2007, quando l’ideona prende forma, la Fiera di Milano era in crisi nera. Realizzare l’Expo sui terreni di proprietà della Fondazione che la controlla voleva dire risolvere ogni problema e resuscitare l’ente Fiera.

Chi controllava, allora, la Fondazione?

Il presidentissimo della Regione Lombardia Roberto Formigoni e gli uomini di Comunione e liberazione. Ora, al confine nordovest di Milano, tra l’autostrada dei Laghi e quella che porta a Torino, c’era un Triangolo delle Bermude racchiuso tra la nuova Fiera di Rho, il carcere di Bollate e il Cimitero Maggiore. Era in massima parte di proprietà della Fondazione Fiera di Milano. Un’area agricola inutilizzabile.

A meno che…

A meno che non arrivasse il tocco di una bacchetta magica a trasformare quella landa desolata, schiacciata tra due autostrade, un carcere e un camposanto, che non volevano neppure gli agricoltori. Valeva niente. Dopo il tocco dell’Expo, vale più di 300 milioni di euro.

Ma chi l’ha voluta l’Expo?

Nel 2006, quando l’ideona è nata, sindaco di Milano era Letizia Moratti. È a lei che viene in mente di candidare la città all’Expo. Formigoni (allora presidente della Regione Lombardia) neppure ci pensava. Le viene in mente per motivi nobili: far vivere alla città di cui era sindaco un’esperienza internazionale. Certo, con un suo tornaconto: il successo mondiale dell’evento sarebbe stato un suo planetario successo personale. Non aveva tenuto conto che «le cose sono sempre più complesse», che era sindaco sì, ma ostaggio dei partiti, e che non poteva disporre della città come fosse una duchessa, tipo la Maria Luisa di Borbone di Parma e Piacenza.

Intervista raccolta da Rocco Femia

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