Qualche settimana fa, l’Unesco ha riconosciuto l’arte dei pizzaioli napoletani come “Patrimonio immateriale”. Un premio al più italiano dei piatti, tanto amato da rischiare di finire… globalizzato.

Sull’origine della pizza esistono diverse teorie, più o meno confortate da documenti storici e fonti ufficiali. Se abitualmente la si fa risalire al 1889 e all’opera del napoletano Raffaele Esposito, che la chiamò Margherita in onore della regina di Casa Savoia con gli ingredienti che disegnavano i colori della bandiera italiana (pomodoro rosso, mozzarella bianca, basilico verde), testimonianze la fanno comparire in altri secoli e addirittura in città diverse da Napoli. Anche Platone se n’è occupato, descrivendo una cena svoltasi nel 600 avanti Cristo con una primitiva pizza proveniente dalla Grecia. Lo storico Angelo Forgione, invece, nel suo libro Made in Naples (Edizione Magenes, 2013), spiega che il termine “pizza” è nato nel 997 nel Lazio, vicino Gaeta e Frosinone, come dimostra un atto notarile ufficiale che la descriveva come una sorta di focaccia impastata in un mulino sul fiume Garigliano, al confine tra la regione di Roma e la Campania. Un’ulteriore citazione della parola si ha nel 1570, negli scritti del cuoco personale di papa Pio V, Bartolomeo Scappi, che ne fece un dolce a base di mandorle, fichi, datteri e uva passa.

Biagio Picardi