Una città in cui il sapere circola, dagli affreschi di Giotto ai caffè di oggi.

CÉCILE GOTTRY

«Non è consuetudine andare a cavallo per la città […] Nelle terre di questa signoria nessuno porta spada con sé», osserva Montaigne nel 1580. «Una città incantevole d’Italia», scrive Stendhal nel 1816. Ognuno a suo modo, due grandi scrittori raccontano abitanti di Padova intrisi di civiltà e una città in cui si vive bene. Meno frequentata delle vicine Verona e Venezia, Padova si rivela una città di cultura, di scienza e di fede, ma anche una città universitaria che vive pienamente il presente.

UNA CITTÀ EFFERVESCENTE

Attraversata da una cinta muraria del XVI secolo, Padova lo è anche dai numerosi corsi d’acqua e canali che ne hanno fatto una città di commercio. Altrettanto onnipresenti sono le strette arcate che corrono lungo le facciate. Il carattere vivace della città colpisce subito: ogni piazza ha il suo musicista di strada. Già dal giovedì sera, la gente si accalca, bicchiere alla mano, tra le navate del Mercato coperto più antico d’Europa, al piano terra dell’imponente Palazzo della Ragione. La stessa animazione si ritrova in Piazza della Frutta e in Piazza delle Erbe, che circondano il lungo edificio, così come in Piazza del Capitaniato e in Piazza delle Signorie. Del resto, la segnaletica pedonale indica semplicemente Piazze per questo quartiere in cui la parola piazza ritrova pienamente il suo significato italiano di luogo di incontro e socialità.

Gli studenti contribuiscono in modo decisivo a questa vitalità. Numerosi in bicicletta in questa città di pianura, animano gli spazi: durante la settimana si ritrovano nei locali del quartiere universitario del Portello, mentre d’estate affollano i Giardini dell’Arena e il Prato della Valle, questa immensa distesa circolare circondata da 78 statue. Per Ljiljana, arrivata da Dubrovnik nel 1990 per studiare storia dell’arte, quegli anni sono stati i più belli della sua vita. Catia, che ha appena concluso un dottorato in chimica, è giunta dalla Basilicata sette anni fa e apprezza questa «città che permette agli studenti di incontrarsi», grazie alle numerose attività sportive e alle iniziative culturali, come i concorsi di slam.

UNA CITTÀ DI STUDI

«Lo studio è tutta la città di Padova, la quale senza di esso sarebbe quasi disabitata»: nel XVI secolo il podestà Bernardo Navagero descrive così Padova, che governa per conto di Venezia. Questa dipendenza, durata secoli, ha lasciato tracce ovunque nella pietra della città: finestre in stile veneziano, leoni di San Marco con il libro aperto – simbolo di pace – su facciate e colonne.

L’Università di Padova deve a Venezia, che conquista la città nel 1405, gran parte del suo prestigio: la Serenissima, ancora priva di un proprio ateneo, stabilisce che quella di Padova, fondata nel 1222 da studenti dissidenti di Bologna, sarà la sua unica università.

Alcuni tratti distintivi: Copernico, Galileo e Keplero vi hanno studiato o insegnato; per secoli il rettore era uno studente eletto dai suoi pari; isola unica di tolleranza in Europa, fu la sola università ad accogliere studenti ebrei dopo il 1500, e in seguito docenti e studenti protestanti dopo la Riforma; qui, nel 1678, una donna, Elena Lucrezia Corner Piscopia, ottenne per la prima volta un titolo universitario, un dottorato in filosofia; più curioso ancora, all’inaugurazione di ogni anno accademico, una tradizione vuole che un gallinaceo venga offerto al rettore.

Il momento più alto della visita al Palazzo Bo, sede dell’ateneo, è il teatro anatomico, interamente in legno. La facoltà di medicina di Padova era particolarmente rinomata. Le dissezioni, praticate in inverno, avevano qualcosa di teatrale – siamo pur sempre in Italia – con accompagnamento musicale e candele disposte attorno al cadavere in questo alto e stretto anfiteatro circolare.

CAFFÈ PEDROCCHI

IL CAFFÈ CHE DÀ IL TONO

Se a Padova esiste un’istituzione, è proprio il Caffè storico Pedrocchi. Basta passare nel fine settimana per rendersene conto: la fila per un tavolo parla da sola. I camerieri indossano gilet con la scritta “Pedrocchi 1831”, anno in cui questo lombardo trasformò un modesto caffè in un elegante locale “alla viennese”, a lungo soprannominato Caffè senza porte perché aperto giorno e notte, e ancora oggi uno dei più celebri d’Italia.

Situato di fronte all’università, questo padiglione allungato, in stile neoclassico, colpisce per le sue colonne imponenti e i grandi candelabri. Il salone rosso – così chiamato per il colore delle tovaglie – è il più prestigioso, decorato anche con due carte geografiche capovolte in francese. Ai lati si aprono l’elegante sala bianca e la più sobria sala verde.

A Padova si racconta che proprio da qui nasca l’espressione essere al verde, cioè essere senza soldi: i cocchieri vi attendevano i padroni, e gli studenti senza un soldo si fermavano per ore al caldo, senza obbligo di consumare. I cocchieri sono scomparsi, gli studenti no. E chi ha il portafoglio leggero si avvicina ancora al magnifico bancone in stagno martellato, dove si consuma in piedi a prezzi accessibili. Basta ordinare un pedrocchino, il caffè simbolo del locale, aromatizzato alla menta.

Stendhal, tra gli scrittori che frequentarono questo caffè letterario, racconta nella Certosa di Parma di avervi gustato un «eccellente zabaione».

È domenica sera, si fa tardi e i clienti sono pochi, quando all’improvviso un vecchio cane – evidentemente ben informato sulla reputazione del luogo – si infila nel caffè e corre tra i tavoli, finché la sua padrona non convince “Bruna” a uscire… Il personale sorride.

IL SANTO

Non serve nemmeno precisare Sant’Antonio: a Padova, quando si dice il Santo, è lui. Piazza del Santo, Via del Santo – tutto rimanda a questo frate di origine portoghese del XIII secolo, raffigurato quasi sempre con il Bambino Gesù in braccio e un giglio bianco in mano. È il santo a cui ci si rivolge quando si cerca qualcosa di perduto, e che conta davvero.

Ogni anno arrivano qui circa 150.000 pellegrini in gruppi organizzati, senza contare i singoli. È domenica mattina, non sono ancora le sette, e chi entra nella basilica passando dal chiostro della magnolia trova già una decina di persone in preghiera, in questo luogo che custodisce le reliquie del Santo insieme a numerose opere d’arte. Alla messa delle otto i fedeli saranno circa 160, e ancora di più a quelle che si susseguiranno per tutta la giornata.

Quanto alla basilica – del Santo, naturalmente – costruita in tempi rapidi dopo la morte di Antonio in stile romanico-gotico, la sua silhouette non può non ricordare, per imponenza, cupole e massa, quella di San Marco a Venezia.

PARADISO VERDE

A due passi dalla basilica, l’Orto botanico è il più antico giardino botanico universitario conosciuto al mondo, e il visitatore vi passa da una sorpresa all’altra.

«Una pianta, non un albero», insiste Amedeo Gheller, storico dell’Orto botanico, indicando la cosiddetta palma di Goethe, che cresce qui dal XVI secolo, protetta da una elegante struttura in vetro. Nel 1786 affascinò Goethe, che ne trasse ispirazione per il suo saggio La metamorfosi delle piante.

Un viale è costellato di esemplari di lillà, sesamo, girasoli, cedri… specie introdotte a suo tempo in Italia – e talvolta in Europa – proprio grazie a questo giardino.

Ma è la grande serra moderna, alta 18 metri, a riservare le sorprese maggiori. Nel Giardino della biodiversità, l’esperienza immersiva è totalmente reale: niente schermi, solo la sensazione di attraversare, una dopo l’altra, le vegetazioni di diverse regioni del pianeta. L’acclimatazione è riuscita così bene che, anche a febbraio, si avverte la puntura delle zanzare.

La visita si conclude nel museo, dove una versione digitalizzata delle tavole dell’Erbario storico, forte di 800.000 esemplari, viene proiettata sulle pareti. Si scopre così che un botanico padovano, Prospero Alpini, fu tra i primi, alla fine del XVI secolo, a descrivere la pianta del caffè dopo un viaggio al Cairo. All’epoca, questi studiosi potevano contare su facilitazioni grazie al loro status di ospiti degli ambasciatori dei fondaci della Serenissima.

Uscendo, in questa giornata grigia, lo sguardo si posa ancora su una mimosa in fiore appoggiata al muro di cinta. Viene da chiedersi perché una recinzione così marcata. La risposta è quasi ironica: appena otto anni dopo la creazione del giardino, si rese necessario proteggerlo dal furto di piante medicinali, già indispensabili per le cure dell’epoca. In altre parole, i primi “furti da laboratorio”.

GLI AFFRESCHI DI GIOTTO

E DI MOLTI ALTRI

Nel 2021, i cicli di affreschi del XIV secolo di Padova – soprannominata nel Medioevo Urbs picta, la città dipinta – sono stati riconosciuti Patrimonio mondiale dell’Unesco. Impossibile darne qui una descrizione completa: gli otto siti, religiosi e civili – cappelle, palazzi, basiliche e oratori – raccolgono complessivamente 3.700 metri quadrati di superfici affrescate. Meglio allora lasciarsi guidare da qualche tappa scelta, tornando indietro nel tempo.

L’oratorio di San Michele, piccolo e raccolto, deve il suo fascino anche alle dimensioni: è opera di Jacopo da Verona, alla fine del Trecento. Affacciato su una riviera – nome che a Padova indica le banchine lungo i canali – acquista di notte un’atmosfera particolare, quasi sorvegliato dalla Specola, l’imponente torre medievale illuminata. Per rientrare verso il centro, si attraversano piccoli ponti in pietra a dorso d’asino, e l’atmosfera, verso via Tadi, si fa quasi sospesa.

Al Battistero del Duomo, dove Alberta, Lucio e Antonio – volontari del Touring Club Italiano – accolgono i visitatori con un sorriso, si è letteralmente avvolti dal quadrilatero di affreschi realizzati tra il 1375 e il 1378 da Giusto de’ Menabuoi, artista chiamato appositamente da Firenze.

Nella chiesa degli Eremitani, invece, lo stato degli affreschi di Guarentio di Arpo (1361-1365) riporta alla memoria i bombardamenti del 1944. Nella navata, sotto il soffitto ligneo, gruppi di liceali cercano più un posto dove sedersi che risposte alle domande del professore di storia dell’arte. E in effetti se ne incontrano molti, di questi gruppi guidati da insegnanti pazienti: la primavera è, in Italia, la stagione per eccellenza delle uscite scolastiche.

Infine, la Cappella degli Scrovegni, nei Giardini dell’Arena, dove Giotto di Bondone lavorò tra il 1303 e il 1305, insieme a una bottega di quaranta persone, per raccontare la vita di Gesù e di Maria e il Giudizio universale. È Giotto a rinnovare la tecnica dell’affresco; è Giotto che, grazie ai contatti con il mondo del sapere, anticipa quella prospettiva che la pittura rinascimentale svilupperà; è ancora Giotto a dare forma ai sentimenti, mostrando il primo bacio della storia dell’arte occidentale – tra Anna e Gioacchino, genitori della Vergine – o la disperazione delle madri nella strage degli Innocenti.

Questi affreschi raccontano anche la Padova del XIV secolo: un pittore raffigura il proprio quartiere sulle rive del lago di Tiberiade, un santo regge una torre oggi scomparsa, falegnami costruiscono l’arca di Noè con gli strumenti del tempo…

A Padova, dove la pittura diventa movimento, colore, espressione, il motto dei siti italiani dell’Unesco trova forse qui più che altrove il suo senso. Ed è anche il modo migliore per chiudere questo viaggio: «Patrimonio dell’Italia, eredità per il mondo».

C. G.