Gettare uno sguardo alla storia del tempo libero in Italia ci permette di comprendere meglio la società della Penisola: i suoi cambiamenti, le sue istituzioni, ma anche l’evoluzione stessa del concetto di tempo libero, che nei periodi del fascismo e del miracolo economico ha conosciuto uno sviluppo caratteristico solo del Belpaese.

“Dolce far niente significa la dolcezza del fare nulla. Noi, ne siamo i maestri!” Questo è il prezioso insegnamento che Julia Roberts riceve dai suoi amici italiani nel film Mangia Prega Ama del 2010. In una Roma luminosa, dolce e spensierata, l’attrice impara per imitazione l’arte del non prendere la vita troppo sul serio, rubando alle sue preoccupazioni del tempo da dedicare a se stessa. Ma gli italiani sono davvero i maestri di quest’arte dolcissima? Se grande schermo, libri e pubblicità offrono al pubblico straniero l’immagine placida e felice di un’Italia immobile in un’estate eterna, la realtà del tempo libero degli italiani sembra essere ben diversa. Dietro le piazze e gli aperitivi, i pranzi della domenica e le vacanze al mare, si nasconde un’Italia forse meno dorata, ma più concreta e non meno affascinante.

Dalle case del popolo all’Opera Nazionale Balilla

Nell’aprile 2018, Findomestic ha definito l’Italia un “Paese che fatica a concedersi svago e relax”. Ma lo svago e il relax non sono sempre stati considerati dalla società una necessità nella vita dei suoi cittadini. Il tempo libero, prerogativa aristocratica fino al XVIII secolo, è diventato un bene comune solo a partire dalla rivoluzione industriale, in antitesi agli orari fissi del lavoro in fabbrica. Espressioni come “turni di lavoro” e “tempo libero” dovevano suonare come curiosamente inedite a uomini e donne che fino a quel momento avevano lavorato per necessità, senza un vero e proprio limite temporale o secondo i cicli stagionali.

Francesca vinciguerra