Chiusa tra le sue mura, Siena è un viaggio indietro nel tempo.
Tra antichi ricordi medievali, splendori altrove dimenticati e l’incontro tra opposti che hanno imparato a vivere sotto lo stesso cielo.

Il bianco e il nero. I papi e gli imperatori. I buoni e i cattivi. Soprattutto, il Medioevo e il futuro. Siena è degli opposti, di convivenze parallele che si alternano tra strade e piazze, cittadini e ospiti, costumi d’epoca e zainetti all’ultimo grido. La città del Palio è una corsa a perdifiato all’indietro nel tempo e una preghiera quotidiana alla modernità. Perché è dei senesi ed è pure dei turisti e degli studenti. I primi sono del Bruco, della Civetta, del Drago o di un’altra delle 17 contrade in cui è divisa la città. Sanno a memoria di quella volta, nel 1260, che sconfissero l’eterna rivale Firenze grazie alla protezione della Madonna o di quando, a loro volta, dovettero cedere le armi ai fiorentini nel 1555. E poi gli “ospiti”: lucani, campani, trentini, lombardi, veneti, romani, francesi, giapponesi e statunitensi. Libri sotto il braccio per frequentare una delle più antiche università italiane. Che quando viene sera, alla fine dei corsi, pare colorare di accenti e di profili tutti i ciottoli di un passato italiano che improvvisamente diventa l’America. Mentre intorno la Divina Commedia, di vicolo in vicolo, ricorda la Toscana, i nomi e le gesta attraverso le targhe che un antico sindaco volle regalarle nel 1921 per celebrare Dante.

La vecchia

Passeggiamo. Le colline, i vigneti e gli oliveti sono alle spalle. Sotto i piedi, invece, ci sono ciottoli e ciottoli in una salita senza fine. Una vecchia con le mani pratiche ci insegna la strada, tra accenti mai dimenticati e la voglia, sospettosa, di raccontarti un’altra storia rispetto a quella che sai tu. La vicenda, cioè, che hai imparato sulla sua città etrusca e che, invece, non capirai mai del tutto se lì non ci sei nato. Ne è convinta e non te lo nasconde mentre indica a destra e a manca e con gli occhi ti regala nostalgia perché quello che vedrai, in fondo, è anche suo. Gli abitanti di Siena sono così. Forti e orgogliosi: hanno fatto l’abitudine ai turisti e pure agli studenti. Non li amano, secondo molti. Per altri soltanto li sopportano. Alla sera, quando invadono la piazza, cedono loro pure la città. Gli affittano le case, vendono loro souvenir e ricordi. Ne curano gli affari e danno loro da mangiare. Ma non li accettano mai del tutto perché non appartengono alle contrade. Non sono rioni, né vicoli o sobborghi ma 17 città dentro la città, ognuna con il suo ingresso, un museo e la sala dei trofei. Simbolo e gloria di fasti passati, presenti e futuri. E la vecchia, proprio lei, ti dice che è della Giraffa e che devi andare lì a pranzo per mangiare la “pasta buona”, i veri pici, o la lepre, e che l’albergo è dall’altra parte. E ti racconta di quando il Bruco, l’Istrice, l’Oca… Poi si ferma, sbrigativa ti augura buongiorno e riprende le faccende. Mentre noi saliamo, saliamo ancora circondati da un paesaggio un po’ medievale e un po’ gotico con nella testa storie di cavalli, cavalieri e giostre.

Biagio Picardi

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