Dalla Romagna di Federico Fellini agli spaghetti di Totò, dai maccheroni di Alberto Sordi ai cannoli di Francis Ford Coppola, il cinema ha spesso attribuito alla cucina italiana un ruolo che va ben oltre quello di semplice elemento scenografico. Attraverso alcune scene diventate celebri, il cibo racconta storie di famiglia, identità, emigrazione e memoria.

DANIEL GILLARD

Al cinema, un piatto può raccontare quasi quanto un dialogo. In Italia, forse più che altrove, può rivelare qualcosa di un personaggio, della sua regione, della sua famiglia e talvolta persino della sua classe sociale. E quando gli italiani attraversano le frontiere e poi l’Atlantico, le loro ricette viaggiano con loro e si trasformano. Da Miseria e nobiltà ai Soprano, la cucina racconta così, a modo suo, una storia dell’Italia e della sua emigrazione.

AMARCORD

Il sapore della Romagna

Federico Fellini non ha mai girato un film gastronomico. Eppure, in Amarcord (1973), i pasti e i piaceri della tavola fanno naturalmente parte dell’universo di quella cittadina ispirata alla Rimini della sua infanzia. La cucina non è mai in primo piano, ma appartiene allo stesso mondo delle famiglie chiassose, delle feste e dei personaggi sopra le righe che popolano il film. In Fellini, più che rimandare a una precisa geografia gastronomica, diventa parte di una memoria fatta di sensazioni, legata alla Romagna e all’infanzia.

MISERIA E NOBILTÀ

Gli spaghetti dei poveri

Ben prima di Fellini, il cinema italiano aveva già capito quante cose potesse raccontare un piatto. In Miseria e nobiltà (1954), adattamento cinematografico della commedia di Eduardo Scarpetta diretto da Mario Mattoli, Totò regala una delle scene più celebri della commedia italiana legate al cibo. Davanti a un piatto di spaghetti, la fame accumulata manda all’aria ogni buona maniera: si mangia con le mani, ci si avventa sulla pasta e Totò arriva persino a riempirsene le tasche.

La scena è irresistibilmente comica, ma ricorda anche un’Italia in cui il cibo era ancora associato alla povertà e al sogno dell’abbondanza. Qui la pasta non è ancora un simbolo gastronomico esportato in tutto il mondo. È prima di tutto la soddisfazione immediata di una fame molto concreta.

La tavola racconta già una frattura sociale: chi ha e chi non ha, e la felicità quasi fisica che l’abbondanza improvvisa può procurare.

UN AMERICANO A ROMA

La pasta contro l’America

Nello stesso anno, in Un americano a Roma (1954), diretto da Steno, un piatto diventa protagonista di un’altra scena entrata nella memoria collettiva. Alberto Sordi interpreta Nando Mericoni, un giovane romano affascinato dagli Stati Uniti, di cui imita la lingua, l’abbigliamento e le abitudini. Persino il cibo italiano gli sembra troppo provinciale. Fino al momento in cui si ritrova davanti a un piatto di maccheroni. Dopo aver tentato di resistere, capitola: «Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo adesso, me te magno!»

La scena è innanzitutto uno straordinario numero comico. Ma può essere letta anche come una satira dell’Italia del dopoguerra, affascinata dalla cultura americana senza per questo rinunciare alla propria identità. Nando può anche sognare l’America: davanti alla pasta, Roma torna a farsi valere.

LA GRANDE ABBUFFATA

Dall’abbondanza all’eccesso

Con La grande abbuffata (1973), di Marco Ferreri, il cibo cambia radicalmente significato. Il film franco-italiano, interpretato tra gli altri da Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Philippe Noiret e Andréa Ferréol, racconta di quattro uomini che decidono di rinchiudersi in una villa per mangiare fino a morirne.

A meno di vent’anni dagli spaghetti divorati avidamente da Totò in Miseria e nobiltà, il contrasto è impressionante. Là dove il cibo rappresentava ancora la fame, la privazione e il sogno dell’abbondanza, diventa ora l’espressione di una società che non sa più che cosa fare del proprio eccesso di benessere.

In Ferreri, la tavola non è più soltanto il luogo della convivialità o dell’identità. Diventa una satira feroce della società dei consumi, della noia borghese e di un desiderio che, una volta appagato, non sa più dove fermarsi. Tra la fame di Totò e l’abbuffata volontaria di Ferreri scorre anche una parte della storia sociale dell’Italia del dopoguerra.

PRANZO DU FERRAGOSTO

La tavola come comunità

Dopo l’eccesso quasi mostruoso di Ferreri, Pranzo di Ferragosto (2008), di Gianni Di Gregorio, restituisce alla tavola una delle sue funzioni essenziali: accogliere, condividere e creare legami.

A Roma, in occasione della festa dell’Assunta, Gianni si ritrova a ospitare in casa propria alcune donne anziane. Poco a poco, la spesa, la preparazione dei piatti, il vino e il pranzo scandiscono le relazioni tra questi personaggi riuniti dalle circostanze.

Qui non c’è nulla di spettacolare. La cucina non è né un simbolo ostentato né una dimostrazione gastronomica. È fatta di gesti quotidiani, di attenzione verso gli altri e del piacere di condividere.

Il pasto diventa progressivamente ciò che spesso rappresenta nel cinema italiano: uno spazio in cui prende forma una piccola comunità. Tra gli spaghetti divorati per necessità in Miseria e nobiltà e il pranzo tranquillo di Pranzo di Ferragosto è trascorso più di mezzo secolo di storia italiana. Eppure, la tavola rimane un luogo in cui emergono i legami, le solitudini e le fragilità della società.

PANE E CIOCCOLATA

Ciò che l’emigrante porta con sé

Per seguire un’altra storia, quella della partenza e dell’emigrazione, bisogna tornare a Pane e cioccolata (1974), di Franco Brusati. La questione assume allora una dimensione diversa.

Nino, interpretato da Nino Manfredi, è un italiano emigrato in Svizzera che cerca di trovare il proprio posto in una società più prospera di quella da cui proviene. Tenta di integrarsi, talvolta fino a voler cancellare i segni della propria italianità.

Il titolo stesso dice qualcosa dell’incontro tra questi due mondi. Il cibo accompagna qui una riflessione più ampia sull’esilio, sulla dignità e sull’identità. È anche un momento di svolta nel nostro percorso. Fino a questo punto, la tavola aveva raccontato soprattutto l’Italia dall’interno. Con l’emigrazione, diventa qualcosa che si porta con sé. Dall’altra parte dell’Atlantico, questa memoria culinaria aveva già assunto un’altra dimensione all’interno delle comunità nate dall’emigrazione italiana.

THE GODFATHER

La cucina al centro della famiglia

In The Godfather (Il padrino, 1972), di Francis Ford Coppola, il cibo accompagna costantemente i rituali familiari. Il film si apre con un matrimonio, durante il quale si mangia e si beve mentre don Corleone riceve i suoi ospiti. Più avanti, la cucina entra direttamente nell’apprendistato del giovane Michael Corleone. Clemenza gli spiega come preparare un sugo di pomodoro per molte persone: olio, aglio, pomodori, salsicce, polpette, vino e un po’ di zucchero. La scena sembra quasi insignificante. Eppure, si colloca proprio nel momento in cui Michael comincia progressivamente a entrare negli affari di famiglia. Arriva poi una delle battute più celebri del film. Dopo l’assassinio di Paulie, Clemenza ordina: «Leave the gun, take the cannoli» («Lascia la pistola, prendi i cannoli»).

Il contrasto è sorprendente. L’arma può restare sul posto, ma i dolci siciliani devono tornare a casa. In poche parole si incontrano i due mondi del Padrino: la violenza degli affari e la familiarità dei gesti quotidiani.

GOODFELLAS

Una trattoria in prigione

Martin Scorsese spinge questa associazione ancora più lontano in Goodfellas (Quei bravi ragazzi, 1990). In carcere, i gangster godono di condizioni particolari e organizzano la cena come se disponessero di una piccola trattoria privata. La preparazione del pasto viene filmata con una cura quasi cerimoniale. Paulie, in particolare, affetta l’aglio con una lametta da rasoio, ottenendo fettine sottilissime che dovrebbero sciogliersi nell’olio. Si preparano il sugo, la carne e la pasta. Ognuno sembra avere il proprio campo di competenza.

L’effetto comico nasce dal contrasto: questi criminali dedicano alla preparazione della cena la stessa meticolosa serietà che riservano alle loro attività clandestine. Ma emerge anche qualcosa di più profondo. Persino dietro le sbarre, ricreano attorno alla tavola una comunità familiare. Il carcere li allontana dalle loro famiglie; la cucina permette loro, simbolicamente, di ritrovarle.

THE SOPRANOS

Mangiare per sentirsi parte di qualcosa

Qualche anno dopo, The Sopranos (I Soprano, trasmessa dal 1999 al 2007) raccoglie questa eredità e fa del cibo uno dei motivi ricorrenti della serie. I baked ziti (un piatto tradizionale italoamericano a base di pasta ziti cotta al forno), la pasta, la carne, i salumi e le pietanze preparate da Carmela accompagnano riunioni, feste, lutti e conversazioni d’affari. Lo stesso Tony viene spesso mostrato davanti al frigorifero o intento a mangiare. In questo universo, offrire un piatto può rappresentare un gesto d’affetto, di solidarietà o semplicemente il rispetto di una consuetudine familiare.

La cucina racconta anche qualcosa dell’identità dei personaggi. I Soprano si sentono profondamente italiani, anche se le loro abitudini, la loro lingua e persino le loro ricette appartengono ormai in larga misura a una cultura italoamericana. Il cibo diventa uno degli ultimi legami simbolici tra il New Jersey e il paese dei nonni.

DA NAPOLI A NEW JERSEY

Dalla fame di Miseria e nobiltà ai baked ziti dei Soprano, la tavola non racconta mai esattamente la stessa Italia. Parla, di volta in volta, di povertà, di abbondanza desiderata, di eccesso, di famiglia, di appartenenza, di partenze e, infine, della memoria di un paese ormai lontano. Sarebbe eccessivo cercare dietro ogni piatto un simbolo accuratamente costruito dal regista. Ma il ripetersi di queste scene non è casuale.

Al cinema, la cucina italiana permette di raccontare, senza grandi discorsi, ciò che i personaggi possiedono, ciò che condividono e, quando partono, ciò che portano con sé: una famiglia, un territorio, gesti e ricordi. Dagli spaghetti di Totò ai baked ziti di Tony Soprano, cambiano le ricette, cambiano anche le porzioni, e si trasforma l’Italia stessa. Ma la tavola resta. E a volte bastano pochi maccheroni, una pentola di sugo di pomodoro o una scatola di cannoli per raccontare un’intera storia.

D.G.