Con il suo ultimo libro, La Dolce Vista, il fotografo Claude Nori ci mostra che l’Italia è molto più di un territorio: è un immaginario, una promessa e una fonte inesauribile di desiderio.

ROCCO FEMIA

Ho esitato a lungo prima di scrivere di La Dolce Vista. Claude Nori non è un fotografo che scopro oggi: è un compagno di strada, un autore della nostra casa editrice (Passions al dente, Edizioni Editalie, vedi p. 68). Questa vicinanza impone una precauzione elementare nei confronti del lettore. Ma offre anche un privilegio: quello di poter andare oltre la semplice recensione di un libro. Perché ciò che mi interessa, qui, non è soltanto l’opera. È la domanda che solleva: perché l’Italia esercita sul nostro immaginario un fascino così particolare?

Esistono due modi di fotografare un Paese. Il primo consiste nel mostrare ciò che è. I paesaggi, i monumenti, le città, gli abitanti, le tradizioni. È il territorio del reportage, del documentario, talvolta della cartolina. Il secondo è infinitamente più raro. Non cerca di mostrare un Paese, ma ciò che quel Paese suscita dentro di noi. Non fotografa un territorio. Fotografa un immaginario. E Claude Nori appartiene, senza dubbio, a questa seconda famiglia.

A prima vista, l’Italia sembra essere ovunque in La Dolce Vista. È nelle spiagge, nei caffè, nei motorini, nelle piazze deserte, nelle pensioni, negli innamorati, nelle facciate scolorite, sui lungomare, nelle stazioni. Eppure, non tutte queste immagini sono state scattate in Italia. Alcune vengono da Nizza, da Biarritz, da Parigi, e da altri luoghi ancora. Questo non contraddice il senso del libro, anzi ne rivela la logica più profonda. Perché qui l’Italia non è un territorio, è un immaginario.

Il vero soggetto è il desiderio. Il desiderio di un altrove. Il desiderio di un incontro. Il desiderio di un primo amore. Il desiderio di trattenere un istante prima che svanisca.

Claude Nori non fotografa mai un monumento perché è famoso. Fotografa un luogo perché potrebbe diventare lo scenario di una storia. Le sue immagini sembrano sempre attendere un personaggio appena uscito dall’inquadratura, o che forse non vi entrerà mai. Sono popolate di assenze ancor più che di presenze.

Questa sensazione non è casuale. Fin dalle prime pagine, il fotografo racconta che tutta la sua opera è nata da una scena de La dolce vita. L’ultima. Quella in cui Marcello Mastroianni scorge Paola dall’altra parte di un sottile braccio di mare. Lei lo chiama, ma lui non riesce a sentirla. Esita, rinuncia, poi si allontana. Fellini lascia allora che il volto della ragazza riempia lo schermo, come una promessa irraggiungibile. Il fotografo confessa che quell’immagine non lo ha mai abbandonato e che è diventata, quasi inconsapevolmente, l’origine del suo stesso sguardo.

Forse è già tutto lì. Là dove Fellini raccontava un’occasione mancata, Nori cerca da cinquant’anni di ritrovare ciò che sarebbe potuto accadere se Marcello avesse attraversato quel piccolo braccio di mare. Le sue fotografie prolungano quel gesto sospeso. Non raccontano storie, le lasciano nascere. Hanno una qualità rara: sembrano sempre cominciare prima del nostro arrivo e continuare anche dopo che abbiamo distolto lo sguardo.

Si capisce allora perché l’Italia che attraversa le sue immagini appaia così diversa da quella che oggi ci vendono i social network. Qui non c’è alcuna ostentazione. Nessuna ricerca del pittoresco. Nessun folklore. Il bianco e nero allontana ancora di più ogni tentazione turistica. I luoghi diventano quasi anonimi. Potrebbero trovarsi a Napoli, a Rimini, a Viareggio o in una piccola città dimenticata. Poco importa. L’essenziale è altrove.

Ciò che conta non è il luogo. È quello che potrebbe accadervi. E se talvolta il luogo fotografato non è italiano, è lo sguardo a diventarlo.

Questa fotografia è profondamente cinematografica, ma in modo paradossale. Claude Nori non cerca di fare cinema con una macchina fotografica, ma di salvare ciò che il cinema non può trattenere: il tempo immobile, l’istante in cui tutto è ancora possibile. Lui stesso scrive che la fotografia gli permette di ritrovare quell’emozione fugace che il cinema lascia sfuggire, come se ogni immagine potesse prolungare all’infinito una scena che lo schermo condanna a scomparire.

C’è in lui qualcosa di profondamente italiano, ma che va oltre l’Italia stessa. Un modo di credere che la bellezza nasca non tanto dalle cose, quanto dallo sguardo che posiamo su di esse. Un modo, anche, di preferire la suggestione alla dimostrazione, il silenzio al discorso, l’attesa all’evento.

Si potrebbe pensare che fotografi la nostalgia. Sarebbe però un errore. La nostalgia guarda al passato. Le sue immagini, invece, guardano a ciò che potrebbe ancora accadere. Sono abitate da una speranza discreta, quasi fragile. Ci ricordano che una strada deserta può ancora condurre a un incontro, che il marciapiede di una stazione può custodire una promessa, che la terrazza di un caffè non è mai soltanto la terrazza di un caffè.

Forse è per questo che le sue fotografie riescono a emozionare anche chi conosce poco l’Italia. Non parlano soltanto di un Paese. Parlano di quella parte di noi che continua a credere che il mondo sia più grande di ciò che vediamo.

Scegliendo il titolo La Dolce Vista, Claude Nori gioca evidentemente con La dolce vita. Il cambiamento è minimo: una sola lettera. Eppure, cambia tutto. La “vita” diventa lo “sguardo”. Come se la felicità non fosse più un modo di vivere, ma un modo di vedere.

In un’epoca in cui le immagini scorrono senza lasciare traccia, Nori ci invita invece a rallentare. A guardare più a lungo. Ad accettare che alcune fotografie non svelino mai completamente il loro segreto.

In fondo, non ci insegna a guardare l’Italia. Ci ricorda perché continuiamo a sognarla. Perché ci sono Paesi che si visitano. Altri che si abitano. L’Italia che ci mostra, invece, si sogna.

R.F.

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Rocco Femia, éditeur et journaliste, a fait des études de droit en Italie puis s’est installé en France où il vit depuis 30 ans.
En 2002 a fondé le magazine RADICI qui continue de diriger.
Il a à son actif plusieurs publications et de nombreuses collaborations avec des journaux italiens et français.
Livres écrits : A cœur ouvert (1994 Nouvelle Cité éditions) Cette Italie qui m'en chante (collectif - 2005 EDITALIE ) Au cœur des racines et des hommes (collectif - 2007 EDITALIE). ITALIENS 150 ans d'émigration en France et ailleurs - 2011 EDITALIE). ITALIENS, quand les émigrés c'était nous (collectif 2013 - Mediabook livre+CD).
Il est aussi producteur de nombreux spectacles de musiques et de théâtre.