A Milano, una mostra ripercorre cinquant’anni di scoperte e invenzioni tecnologiche made in Italy che hanno cambiato il mondo.

La Lira ottiene l’Oscar della moneta e la radio fa gol con Tutto il calcio minuto per minuto. Al cinema, intanto, si sogna La Dolce Vita di Federico Fellini. Sono gli anni Sessanta, quelli del Miracolo economico: il reddito nazionale aumenta di un terzo e la ricerca tecnologica preme sull’acceleratore, contribuendo a trasformare l’Italia da agricola a industriale con scoperte sensazionali che accompagnano, passo dopo passo, il Paese fino al 2010. Una storia affascinante, raccontata decennio dopo decennio e fino al 31 ottobre dalla mostra « Make in Italy – The exhibition », in programma a Milano al Museo Nazionale della Scienza e della tecnologia e all’Expo. Dalle macchine da scrivere ai robot, un viaggio in compagnia degli italiani che hanno cambiato il mondo.

1960

“La testa premuta sulla spalla, trenta volte più luminoso del sole io contemplo il loro ritorno”. Comincia così, nel 1962, Tape Mark, la prima poesia della storia scritta da un computer, un IBM modello 7070 della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde. Merito di Nanni Balestrini, poeta che guarda al futuro con ottimismo e che utilizza una sequenza d’istruzioni matematiche codificate, un algoritmo, per “sconcertare il lettore” e dimostrare, com’è convinto anche Italo Calvino, che la tecnologia non avrebbe ammazzato né la letteratura né i sentimenti. Della stessa idea è pure Andrea Viterbi, che però di professione fa l’ingegnere e da bambino è partito per gli Stati Uniti a causa delle leggi razziali fasciste. Lui vuole “comunicare” e per farlo, nel 1966, studia il sistema per proteggere le informazioni dai rumori, di fatto lanciando il futuro GSM (Global System for Mobile Communication), alla base del funzionamento dei telefoni cellulari. Un genio distratto però, perché non brevetta l’idea e ci guadagna nulla. Per fortuna negli anni successivi si rifarà abbondantemente, fino a diventare uno dei più ricchi imprenditori del settore.

1970

Il progresso, a questo punto, non può più essere fermato, anche in anni di contestazioni che da politiche diventano perfino terroristiche e che prendono di mira pure la “fredda” tecnologia. Ma i cervelloni non si lasciano intimorire. Nel 1971, ad esempio, Federico Faggin inventa il microprocessore, il “computer su un chip” chiamato 4004 perché quarto di una serie di componenti tecnici. È il primo passo verso la miniaturizzazione: mentre prima le istruzioni per far lavorare un computer erano divise fra più parti costose, ora stanno tutte in una scatola piccola ed economica. Gli smartphone d’oggi funzionano proprio grazie a Faggin. Ispirato, pare, da un ricordo del passato, di quando a undici anni cercava di far volare l’aereo giocattolo che si era costruito.

1980

Se il grande può diventare piccolo, il computer è ormai pronto per essere “personal” e nel 1982 viene addirittura eletto “Uomo dell’anno”. A inizio decennio, così, per la prima volta una grande opera viene fotocomposta tipograficamente con un pc. È l’opera di Tommaso d’Acquino rivisitata dal gesuita Roberto Busa, il padre della linguistica computazionale (da computer, appunto). Il testo, 56 volumi e 60mila pagine, nove anni dopo viene riversato sul nuovo arrivato cd-rom. L’Index Thomisticus, come viene chiamato, può essere letto secondo mille percorsi diversi. La sua lettura è “interattiva”. Un aggettivo magico anche per il piemontese Leonardo Chiariglione. Nel 1988 fonda il gruppo MPEG (Moving Picture Experts Group), composto da trecento esperti provenienti da tutto il mondo che vogliono mettere insieme audio, video e multimedialità varie a costi ragionevoli. Ci riescono, perfezionando varie volte la loro invenzione fino ad arrivare ai formati mp3, quelli che permetteranno alle canzoni di essere ascoltate in scatoline che, col tempo, faranno le scarpe proprio ai cd musicali.

1990

2000

2010

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Biagio Picardi