Di ogni classe ed età, orgogliose di poter finalmente dire la loro in una società che le relegava ai suoi margini.

C’era la fila davanti alle scuole, alle caserme, ai municipi ancora semi distrutti dalla guerra. Pioveva o c’era il sole, poco importava: si doveva partecipare. E questa volta non lo si faceva per ottenere, come ricompensa di tanta pazienza, una scatola di fiammiferi o un pugno di castagne. Il pane o l’acqua. Era la mattina del 2 giugno 1946 e in fila, in mezzo a giacche, cappelli e pantaloni di fustagna, c’erano anche abiti lunghi della festa, fazzolettoni, sporte della spesa e tonache. Qualcuna portava anche il cappello, come si usava allora nelle grandi occasioni. Si votava per il futuro del Paese e, per la prima volta, potevano votare anche le donne, che in 6mila Comuni avevano già fatto le prove generali per le amministrative del 10 marzo, secondo un diritto sancito per legge l’1 febbraio del 1945. Ma quell’estate, rispetto alla primavera, quelle file divennero più lunghe, più colorate: le suore affrettarono il passo, le operaie si dimostrarono battagliere, le mamme si fecero coraggio e le contadine lasciarono la campagna. Anche le vecchiette, sotto braccio alle amiche o alle figlie, aspettavano il loro turno. «Ero incinta del mio quarto figlio», racconta in un documentario dell’Istituto Luce una votante, «e quando aspettavo un bimbo stavo sempre molto male, costretta a letto. Ma quel giorno una mia amica passò di casa e mi convinse a vestirmi e a uscire. Era troppo importante, per noi donne, andare a votare».

Biagio Picardi

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