E l’Italia cominciò a volare

Sanremo

Sessantacinque anni fa, la prima edizione del Festival di Sanremo. Debuttò nel casinò della città, tra i tavolini di un bar e l’andirivieni dei camerieri.

Qualcuno l’ha definito la “grande evasione”, la “colonna sonora” di un’Italia che si affacciava spensierata alla modernità, con il sole in fronte e la voglia di cantare. Il Festival di Sanremo compie 65 anni, ma la sua età dell’oro furono gli esordi. Furono quelli gli anni che l’hanno reso evento nazional-popolare amato e criticato, ma quasi sempre seguito. E anche se le sue canzoni non sono state l’avanguardia musicale, hanno però avuto il merito di interpretare una nazione in trasformazione. Un’Italia in crisi d’identità, anche sonora: con un orecchio rivolto ai melodici e al melodramma e l’altro allo swing e al jazz d’oltreoceano. Sempre con un punto fermo: non voler “fa’ l’americano”. Secondo lo storico Giovanni De Luna, anzi, Sanremo “stava con un’Italia familistica, contadina, segnata da quadri mentali che appartenevano a una cultura più ottocentesca che novecentesca, un’Italia in cui le continuità col fascismo erano molto più forti che non le rotture”. In effetti, i primi a salire su quel palco non furono proprio dei rivoluzionari, ma gli stessi che anni prima avevano cantato Faccetta nera e O mia bela Madunina.

La prima edizione si svolse nel 1951, nel Salone delle feste del casinò municipale di Sanremo. In sala il pubblico era seduto intorno a tavolini da vecchio café chantant. Mentre i cantanti in gara si esibivano, si mangiava tra l’andirivieni dei camerieri. «Il pubblico era scarso, tanto che fu necessario trovare delle persone da sistemare nei tavolini rimasti vuoti nella grande sala», spiega Leonardo Campus nel suo libro Non solo canzonette (Le Monnier Editore). «Questo non tanto per il prezzo (500 lire non era una cifra impossibile), ma per il fatto che fino a quel momento il pubblico del casinò era abituato a manifestazioni di maggior livello culturale». A vincere la gara fu la moglie di un muratore, Nilla Pizzi, che stracciò tutti con la canzone Grazie dei fiori. Sarà sempre lei, negli anni successivi, a far cantare gli italiani con Vola colomba, e fare una critica sociale con Papaveri e papere in cui alcuni videro una satira contro i potenti democristiani e a inneggiare alla speranza con la canzone Una donna prega.

Nel 1953, a due anni dal debutto, qualcosa a Sanremo inizia a cambiare: spariscono i tavolini della sala e si entra solo per inviti. I bagarini pare ne vendessero sottobanco alcuni all’esorbitante cifra di 10.000 lire (circa 130 euro di oggi). La stampa s’interessò al fenomeno che nel frattempo vedeva aumentare il numero dei concorrenti. Alle votazioni finali, a sfidarsi erano canzoni patriottiche come Vecchio scarpone oppure sentimentali; secondo le analisi di allora, i voti provenienti dal Sud premiavano le seconde, ma siccome in Italia i complottisti come gli imbroglioni anche allora non mancavano, iniziarono a circolare voci maligne: chi vota quelle canzoni? La giuria non sarà corrotta? S’ipotizzò, addirittura, che le telefonate arrivassero dagli scantinati del casinò stesso di Sanremo. Non era vero, ma confermò un dato di fatto: Sanremo stava diventando Sanremo. Amato, contestato, discusso: era ormai pronto per essere trasmesso in diretta televisiva. Correva l’anno 1954.

Il mondo di allora era diviso in due, Stalin era morto da qualche mese e a Cuba un gruppo di ribelli, guidato da Fidel Castro, assaliva la caserma della Moncada dando il via alla rivoluzione. C’era chi temeva una nuova guerra mondiale mentre il nostro Paese, diviso tra i bianchi, rossi e neri, mandava al governo il superpoliziotto Mario Scelba [presidente del Consiglio dei ministri dal 1954 al 1995]. Ma tutto questo sui palchi di Sanremo non arrivava. Qui si confrontavano in diretta nazionale Giovanni D’anzi con Canzoni alla sbarra, (l’autore del famoso canto Oh mia bela Madunina scritto nel 1934) ma anche Totò, come autore della canzone Con te, e Gino Latilla, che stracciò tutti con la sua Tutte le mamme, un’ode al mestiere di madre “fatto di sogni, rinunce ed amor”.

A cambiare le carte in tavola arrivò Mister Volare, il nome con cui ribattezzarono oltreoceano Domenico Modugno. Dal palco del Festival nel 1958 intonò una delle sue canzoni più celebri: Nel blu dipinto di blu (poi nota come “Volare” per via del celebre ritornello). Sembrava un redentore: cantava a braccia aperte e la sua melodia era liberatoria, ottimistica, energizzante. Anni dopo, sembrerà un anticipo del boom economico. Di sicuro accompagnò la svolta degli Anni ‘50, quando il nostro Paese girò pagina, perdendosi nel blu dipinto di blu del nuovo benessere. Il testo di questa canzone di certo registrava un fatto: l’Italia aveva davvero iniziato a volare. Il Paese cominciò a crescere del 5,8% all’anno. Il reddito degli italiani era raddoppiato, i costumi rivoluzionati [vedi numero precedente RADICI n°82, ndr]. Nel blu dipinto di blu fu un punto di rottura anche musicale e l’inizio di una nuova era per la canzone italiana, influenzata dal rock e dallo swing.

A confermarlo, nel anno 1961, l’arrivo sul palco di un giovane che si dimenava al grido di 24 mila baci. Anagraficamente poteva essere il figlio ribelle di Nilla Pizzi. Invece si chiamava Adriano Celentano e portava in scena la modernità. Sembrava dire “ciao” all’Italietta dei telefoni bianchi [sottogenere cinematografico della commedia in voga in Italia tra il 1936 e il 1943; il telefono bianco era simbolo del benessere sociale, ndr], figlia di un Paese che fu fascista e rimaneva conservatore. Ora arrivava il rock and roll. E con lui una nuova categoria sociale, fino a quel momento poco considerata: i giovani.

Gli Anni ‘60 furono dominati da una generazione che nel decennio precedente si era fatta le ossa e voleva nuove regole. Anche a Sanremo. Alcuni erano “cantautori”. Altri “urlatori”. Tutti entreranno nel mito.

Una era una ragazza di Busto Arsizio, in Lombardia, con i capelli cotonati: nel 1961 Mina intonava Mille bolle blu. Un altro era un “diavolo”, classe 1941. Aveva un ciuffo alla Elvis e un nome americano che mascherava le sue origini umbre: Little Tony, vero nome Antonio Ciacci. Con lui Lucio Dalla, che aveva appena fondato un gruppo in salsa bolognese: gli Idoli. E Luigi Tenco, che nel 1967 andò a Sanremo con la sua Ciao amore ciao. L’esperienza fu tragica: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita”, scrisse dopo l’eliminazione della sua canzone. “Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione”. Si suicidò il 27 gennaio, in una camera d’albergo di Sanremo.

Due anni dopo a Milano la strage di piazza Fontana sveglia l’Italia dal sogno. E spalanca le porte agli “anni di piombo”. Il lavoro diventa il terreno di scontro dei conflitti ideologici insanabili. Il Festival della canzone non ne è immune: mentre nel Paese si discute dello statuto dei lavoratori (votato nel maggio del 1969), Celentano canta “È il caos nella città / Non so più cosa far! / Se non sciopero mi picchiano / Se sciopero mia moglie dice / “Chi non lavora non fa l’amore! Dammi l’aumento signor padrone”.

C’è da chiedersi cosa sia cambiato da allora!

Giuliana Rotondi

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