Qualche giorno fa ho tenuto, per una delle associazioni italiane di Tolosa, una conferenza sulla comunicazione politica ed elettorale in Italia. In particolare, ho cercato di mostrare come i politici attuali non abbiano ‘inventato’ niente, o quasi, nell’ambito della comunicazione, e per quanto cambino i mezzi e i modi di comunicare, i messaggi che si cercano di far passare e lo spirito che ci sta dietro sono, a grandi linee, gli stessi che avevano corso nell’immediato dopoguerra. Tra le varie domande che mi sono state fatte, una riguardava l’uso del turpiloquio (le ‘parolacce’) nel dibattito politico attuale. Manco a farlo apposta, oggi apro il blog di Beppe Grillo (che ci piaccia o no, attualmente uno degli hauts lieux del dibattito politico italiano) e vi campeggia un post intitolato « Schizzi di merda digitale », e non si tratta certamente della cosa peggiore che ho letto sul suo blog, o che in generale che ho sentito dire da quando seguo la politica del mio paese. La moltiplicazione dei canali e dei ‘comunicatori’ politici ha amplificato in maniera esponenziale l’uso di un registro colloquiale, non sorvegliato, e di conseguenza anche volgare, nello scambio politico. Non voglio entrare nel merito né delle idee che vengono veicolate attraverso le parolacce, né dell’uso stesso del turpiloquio, in questo o in altri ambiti (in fondo, ciascuno è libero di parlare come vuole, o di scegliere in libertà come deve parlare il suo politico preferito). Vorrei, però, far notare come l’uso ‘grillino’ del turpiloquio sia, contemporaneamente, una costante e una novità nella comunicazione politica nostrana. Da una parte, le parolacce sono state da tempo sdoganate in politica. Dal leader della Lega Nord Bossi che affermava di volersi pulire le parti intime con la bandiera italiana alle barzellette sporche di Berlusconi, in materia di sconcezze i politici italiani non si sono fatti mancare niente. Dall’altra parte, questi esempi mostrano che finora erano state quasi sempre limitate ad alcuni ambiti precisi, per lo più informali, o che comunque si prestano in modo particolare all’enfasi e al ‘lasciarsi andare’, come i comizi di fronte ai militanti del proprio partito. Una delle caratteristiche della comunicazione grillina è il fatto di annullare tutte le distinzioni, tra comizio e dibattito, tra invettiva e comunicato istituzionale. Da spazio di comunicazione personale – come lo è qualsiasi blog – quello di Grillo è diventato, soprattutto da quando il suo partito ha acquisito un’ampia rappresentanza in Parlamento, uno spazio anche di comunicazione istituzionale al quale anche i grandi media attingono per avere notizie, in mancanza di un canale diretto di comunicazione, che Grillo fa volutamente, e abilmente, mancare. E’ da un post sul suo blog, ad esempio, che l’Italia ha appreso l’indisponibilità dei Cinque Stelle a qualsiasi accordo di governo (in particolare con il PD), bollando questi tentativi come « modo puttanesco di fare politica » e qualificando i politici che lo adottano di « facce come il culo ». E’ vero che l’uso grillesco delle parolacce può, a volte, anche nascondere, se non la vacuità, almeno l’incertezza su alcuni punti del suo programma politico. Ma, secondo me, c’è di più. Mi sembra chiaro, dal comportamento del suo movimento nelle ultime settimane, e per aver parlato con diversi elettori grillini, che quello che prevale è la pars destruens, il desiderio di far piazza pulita delle storture del presente, e solo dopo porsi il problema di che cosa fare effettivamente. Da questo punto di vista, le parolacce non sono un modo di veicolare il messaggio ma sono il messaggio stesso, perché quello che il grillismo esprime e canalizza è, prima che un programma politico, un sentimento di esasperazione e, come direbbe lui, di « incazzatura ».