Figaro qua? No, Figaro la

Ecco in questo numero di RADICI un’altra storia di costume: l’antico mestiere del barbiere, l’artigiano della barba e del capello brillantato. Partendo dai ricordi e dalle storie narrate, Biagio Picardi ci accompagna per ripercorrere dei trascorsi di vita, usi e costumi che ruotavano intorno alla barberia.

L’odore dell’acqua di colonia, le poltrone rosse. Lo sferruzzare delle forbici e la lenta discesa del rasoio. Vecchi giornali alla rinfusa, le chiacchiere degli altri. Nuvole di fumo e di vapore. C’era l’uomo coi baffi, fiero nella sua giacca grigia tale e quale ai pantaloni. E il piccolo Giovanni, spaventato nonostante il fumetto stretto tra le mani. Sabato pomeriggio, fino alla fine degli anni Ottanta: il giorno del barbiere. Potevi star lì per ore, ma quello era il momento della cura e del riposo. Capelli lunghi, qualche barba folta, si discuteva di questo e di quello. Avvocati o muratori, falegnami o ingegneri: per tutti, alla fine, una domanda, “Profumo”?, e un’esclamazione, “Servito!”. Col tempo, però, qualcosa è cambiato: l’affermazione delle lamette usa e getta, i moderni rasoi elettrici e le nuove mode hanno reso antiquate le botteghe, lasciando il posto ai nuovi saloni spesso aperti anche alle donne. “Non una barbieria in città: tutti saloni. Tutti, anche il più umile e angusto bugigattolo! E per ogni presuntuoso parrucchiere, anacronismo vestito e calzato, per lo meno cento coiffeurs, cento hair cutting. «Imbecilli! Depauperatori della nostra lingua!»”, scriveva profeticamente già negli anni Trenta Luigi Pirandello nella novella Prudenza. E di profezia davvero si trattava. Perché con le botteghe sono scomparsi anche i garzoni, i “ragazzi spazzola” che all’epoca spazzolavano il collo del cliente, tenevano in ordine il locale e imparavano il mestiere sognando, un giorno, di diventare “padroni”.

Biagio Picardi

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