Totò, il principe della risata

Dai poveri quartieri di Napoli al successo. Marionetta irresistibile ma anche attore impegnato per Pasolini e Lattuada. A cinquant’anni dalla morte, il racconto di un mito italiano che ha saputo raccontare gli umili tra vittorie e sconfitte, lacrime e risate.

Pier Paolo Pasolini scelse Totò per il suo Uccellacci e uccellini, film visionario e complesso sulla fine delle ideologie. Lo volle fra’ Ciccillo, che parlava ai falchi e ai passerotti, perché, disse, “vivono in lui in maniera armonica il clownesco e l’immensamente umano”. Per l’Italia e gli italiani, Totò è stato l’uno e l’altro e così è ancora oggi, che si celebrano i cinquant’anni della sua morte. Il comico, la marionetta, che faceva ridere con la sua faccia, le battute assurde, i giochi di parole, le “totoate”, come le battezzarono gli esperti del tempo. Ma anche la persona di tutti i giorni, della strada. Il malinconico, l’affamato, il padre di famiglia, l’umile e lo sfruttato. Il ritratto di un’Italia che sognava di ridere ma che aveva voglia di piangere e che trovò, forse ancora di più dopo la morte, in Totò il suo simbolo. Nato il 15 febbraio del 1898 nel povero rione Sanità di Napoli come “Antonio Clemente, figlio di Clemente Anna, nubile”, non riconosciuto dal padre, il marchese decaduto Giuseppe de Curtis, crebbe con una paura e un’ossessione, in bilico tra quello che era e quello che sognava. Temeva di finire dimenticato, che la sua vita passasse inosservata. E desiderava a tutti i costi essere nobile.

Biagio Picardi

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Non è vero ma ci credoElisa, vent’anni di emozioni

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