Nel governo Monti c’era un ministro – quello della Giustizia – a cui mancava un braccio, e non ricordo di aver letto alcun titolo di giornale, all’epoca dell’insediamento, che facesse riferimento a « Paola Severino, il primo ministro senza un braccio nella storia italiana ». Nel governo Letta c’è un ministro – quello dell’Integrazione – scuro di pelle e, se si va a cercare « Cécile Kyenge » (questo il suo nome), si trovano decine di pagine dei principali giornali on-line e non che tracciano un profilo del « primo ministro di colore nella storia d’Italia ». Già il fatto di avere un ministro donna è eccezionale, e la cosa si ripercuote sull’incertezza con cui queste vengono definite (si veda in proposito questa divertente citazione da un articolo della Stampa in cui, nella stessa frase, sono utilizzate tutte le tre varianti possibili). Averne uno con la pelle scura, poi, fa sorgere la necessità di utilizzare categorie che sono difficili da manipolare senza violare la political correctness. Cercando su Google l’espressione « Cécile Kyenge » combinata a « ministro di colore » e « ministro nero » la proporzione è di circa 1/100 a favore della prima, segno del fatto che di colore è preferito e sentito come meno offensivo o più neutro, compreso da giornali certamente non sospettabili di simpatie razzistiche come Il Fatto Quotidiano. La stessa Accademia della Crusca, in un articolo di qualche anno fa, e che è stato rispolverato per l’occasione, fa notare che, se nero non è un’espressione felice, di colore non è meglio, dal momento che « il significato di di colore – eufemismo adottato per sostituire l’offensivo negro – invece di essere percepito come neutro, mette l’accento proprio sulla caratteristica (il colore della pelle) che si vorrebbe non evidenziare e non discriminare ». Eppure, si dirà, si tratta di una notizia rilevante, alla quale i giornali devono pur riferirsi in qualche modo; se non si può dire né negro, né nero, né di colore, come si fa a parlare di qualcuno con la pelle scura che per la prima volta diventa ministro della Repubblica? Il punto, però, è di stabilire qual è l’informazione veramente rilevante. Può, nel 2013, una caratteristica fisica come il colore della pelle rappresentare una particolarità degna di nota per chi occupa una qualsivoglia carica, fosse anche per la prima volta? Negli Stati Uniti nessuno si sognerebbe di definire Barack Obama come il primo presidente « coloured », e chi lo fa viene immediatamente stigmatizzato, mentre i giornali italiani continuano tranquillamente a farlo.

Ma almeno negli Usa quelli che oggi si chiamano gli « afro-americani », al di là della pigmentazione della pelle, costituiscono una comunità socialmente e storicamente definita. In Italia non si può dire lo stesso, se non per qualche razzista che se la prende genericamente con i « negher ». La notizia politicamente (e giornalisticamente) rilevante non è che una donna di pelle scura è diventata ministro dell’Integrazione, non più, perlomeno, della notizia che una donna senza un braccio è diventata ministro della Giustizia o che un uomo calvo è diventato ministro dell’Interno. La notizia che è rilevante, casomai, è che una donna nata in Congo (o per essere più esatti nella Repubblica Democratica del Congo) ed emigrata in Italia negli anni ’80 è diventata ministro. Questa sì – quella degli immigrati da paesi « in via di sviluppo » a partire dagli anni ’70/’80 – che è una categoria socialmente rilevante per l’Italia di oggi, e il fatto che una di essi sia diventata prima deputata e poi ministro è effettivamente interessante e costituisce un progresso. Rimane il problema della denominazione. Il riferimento al colore della pelle, oltre che offensivo, è naturalmente impreciso (gli immigrati non sono soltanto « neri », e nel caso di un ministro di origine asiatica non si sarebbe certo parlato del « primo ministro giallo nella storia d’Italia »). Non si può dire « ministro di origine straniera »; anche la neo-ministro per le Pari Opportunità, Josefa Idem, lo è, essendo nata in Germania, ma la caratteristica che balza più all’occhio è che si tratta di una canoista olimpionica. Non si può dire « ministro di origine extracomunitaria », perché l’espressione ha anch’essa assunto una connotazione negativa e tecnicamente anche un ministro di origine svizzera o norvegese lo sarebbero. La soluzione meno insoddisfacente è quella di ispirarsi agli americani e di parlare di « ministro di origine africana ». E’ un po’ imprecisa (la notizia sarebbe stata rilevante anche se la neo-ministro fosse immigrata in Italia dall’Asia, dal Sudamerica o dall’Europa dell’Est), ma ha il vantaggio di esprimere un fatto incontestabile e soprattutto di evitare di mettere l’accento su una particolarità fisica che è solo indirettamente legata alla  caratteristica più rilevante, e che rappresenta la vera novità.